Il valore della vita umana (II Parte)

Abbiamo già parlato di come debba essere considerata la vita umana nei suoi inizi. In effetti a seconda di come venga considerata così la persona vive. Ma anche sul “fine vita” ci sarebbe molto da dire.

Potrebbe venire spontaneo il domandarsi il motivo per cui anche il termine della nostra vita rivesta un ruolo importante per lo stesso senso che vogliamo dare alla nostra esistenza. In effetti in base a come consideriamo i due “estremi” di quest’ultima, così noi affrontiamo la vita.

Dal punto di vista umano è normale nutrire un certo timore per quanto riguarda il termine della nostro cammino terreno. Dal punto di vista della fede è “solo” un momento di passaggio da questa vita ad un’altra Vita.

Premesso ciò ci si domanda: ma quando termina realmente la vita dell’uomo?

Una volta un uomo si riteneva morto quando il suo cuore non batteva più, ma ora non è più così.

La scienza, la tecnica e la stessa medicina hanno permesso all’uomo di poter vivere più a lungo, di poter combattere contro molte malattie e di poter continuare a vivere, anche con l’aiuto di alcune macchine, pure quando il cuore o i nostri polmoni da soli non ne sarebbero più in grado.

Tutto questo è da considerarsi senza dubbio positivamente ma anche qui arriviamo al paradosso.

Ora che è possibile riuscire a vivere più a lungo degli anni passati c’è chi invece vuole decidere quando sia arrivato il momento della fine di questa vita per un altro suo simile, soprattutto quando si parla di malattie gravi e terminali che portano già con sé un bagaglio non indifferente di sofferenza fisica e psicologica.

Tutto ciò prende il nome di “eutanasia”.

E’ vero, il dolore per una malattia terminale è forte e, soprattutto lo diventa ancora di più se quest’arco terminale dell’esistenza viene vissuto nella solitudine, nell’abbandono e nel sentirsi come “un peso” per le persone che ci sono accanto.

Mi è rimasto impresso il racconto che una volta ascoltai da un’infermiera di un reparto di malati terminali. Raccontò di non aver mai udito uno di questi pazienti chiedere di morire. Inoltre una notte le avvenne una cosa molto particolare.

La raccontò brevemente.

Un malato prima la chiamò per chiederle di aprire un po’ la finestra. Successivamente la chiamò per chiederle un bicchiere d’acqua. Poi la chiamò per chiederle di essere spostato nel letto da una posizione ad un’altra, e poi….continuarono le chiamate per piccole richieste.

Alla fine l’infermiera comprese che il paziente aveva bisogno non proprio di una finestra più aperta, di un bicchiere d’acqua o di una posizione diversa in quel letto d’ospedale. Il paziente aveva bisogno di non sentirsi solo perché aveva paura e così si sedette accanto a quel letto e lo fece parlare e lo ascoltò per tutta la notte.

La preoccupazione del malato non era la sua prossima morte, ma il dolore per le persone che lo vedevano soffrire, il dolore perché non voleva sentirsi di peso ai suoi familiari, la sofferenza nel vedere le lacrime sui volti delle persone a lui più care.

Il dolore era per gli altri e non per se stesso!

Ed ora ritorniamo alla domanda di prima: ma quando termina realmente la vita dell’uomo?

Per poter rispondere a questa domanda basterebbe “lasciare” che la vita umana facesse il suo normale decorso, anche nella malattia e nella vecchiaia, e arrivasse al suo termine in modo naturale, senza voler pretendere di “staccare le spine” e senza decidere al posto del Creatore quando il cammino terreno dell’uomo sia terminato.

Coloro che in determinati reparti ospedalieri ci lavorano da anni affermano sempre più che un malato terminale non chiede l’eutanasia, non chiede la morte, chiede invece la comprensione e l’amore dei suoi cari, di chi gli sta attorno, affinché possa essere aiutato ad affrontare quell’inevitabile momento di passaggio da questa vita ad un’Altra Vita!

(prima parte)

(continua)

Adele Caramico Stenta