LA DOPPIA RESIDENZA PER I FIGLI LI COSTRINGE A VIVERE SENZA RADICI

Caro Direttore,

desidero condividere alcune riflessioni e alcuni dubbi, sorte fra docenti, che hanno a cuore il bene di quei minori che vivono la separazione dei propri genitori, in seguito al ddl 735 sull’affido condiviso presentato in questi giorni.

Un primo punto di perplessità scaturisce dai “tempi paritari”, punto cardine del ddl. I figli dei genitori separati dovrebbero vivere un tempo equipollente coi 2 genitori, o almeno 12 giorni al mese. Si prevede doppia residenza/domicilio per i figli, sia a casa della madre che a casa del padre. Ciò significa far vivere un figlio senza radici e punti di riferimento precisi. Anche nel caso di genitori che abitano nella stessa città, come vivrebbe un figlio passando da una casa all’altra? I tempi di percorrenza per la scuola sarebbero diversi, diversi gli ambiti delle amicizie da poter frequentare, avrebbe 2 camerette , ecc.. E se i genitori vivessero uno a Roma e l’altro a Milano? Il dover vivere il 50% con ciascun genitore comporterebbe anche di dover vivere, probabilmente, con le nuove famiglie di ciascuno di essi, ma a loro volta potrebbero esserci i figli dei nuovi partner. Se il figlio manifestasse “disagio” per una qualsiasi di queste situazioni verrebbe subito accusato l’altro genitore di “alienazione parentale”, facendo prendere poi ad un giudice provvedimenti ancora più negativi nei confronti del minore. I bambini, almeno fino ai 12 anni, di solito stanno più tempo con la mamma, per la natura stessa delle due figure genitoriali che proprio perché diverse e complementari hanno ciascuna un proprio ruolo nella crescita ed educazione dei figli. Si vorrebbe far passare il concetto (errato) che sia la quantità del tempo che si trascorre con un figlio, ad essere importante, piuttosto che la qualità.

Altro punto di riflessioni è l’assegno di mantenimento che sarebbe eliminato a favore della spesa diretta: ognuno pagherebbe quel che serve nel tempo in cui il figlio sta con lui/lei. Ma ciò funzionerebbe solo se entrambi i genitori fossero egualmente ricchi. Con i livelli di disoccupazione del nostro Paese sono tanti i giovani, pur dotati di buona volontà e di titoli di studio, che a 25 anni non hanno ancora un lavoro stabile. Senza contare che a volte stanno ancora studiando per i più svariati motivi (anche di salute).

Nella già difficile e delicata situazione di due coniugi che si stanno separando, entrerebbe anche la figura del “mediatore familiare”. Una figura professionale già esistente e alla quale si può far ricorso a richiesta. Ma, le varie esperienze giuridiche, affermano che la mediazione funziona solo se entrambe le parti la vogliono. Con l’introduzione, poi, di un “piano genitoriale” si avrebbe una forzatura del ruolo del genitore. Il figlio è una persona che va tutelata e non “usata” in un accordo fra parti. E ci sarebbero altri spunti di riflessioni per le loro criticità ma mi fermerei a quelli citati che già da soli delineano il quadro della situazione.

Al centro degli interessi del legislatore non sembrerebbe esserci il benessere del minore. Nello stesso tempo non si terrebbero nella giusta considerazione i rapporti con entrambi i genitori, rapporti che dovrebbero essere spontanei e non forzati da una legge o imposti dall’esterno (mediatore, giudice, avvocato).

L’amore per un figlio o c’è oppure non c’è: una legge non aiuterebbe a farlo nascere. L’eliminazione dell’assegno sarebbe negativa in quanto spesso è la donna che, per dedicarsi maggiormente ai figli, lavora di meno o ha un lavoro meno redditizio. Questo ddl sembra più un modo per discriminare la donna nelle separazioni e usare i figli come merce di scambio. Come insegnante ho potuto ascoltare tante storie di studenti figli di genitori separati. A tutti noi sta a cuore la loro delicata situazione. E ci chiediamo ad alta voce se con questo ddl può peggiorare.

Adele Caramico

(pubblicato su Avvenire il 20 settembre 2018)