(Torino,
Cattedrale, 1 gennaio 2011)
Celebriamo oggi,
primo giorno dell’anno, la divina maternità di Maria Santissima e
poniamo sotto la sua protezione il tempo che sta davanti a noi.
Il mistero del
Natale, che nel giorno della festa è annunciato dalla Chiesa a
partire dalla rivelazione del Verbo di Dio che si è incarnato per la
salvezza dell’umanità peccatrice, oggi è rivisitato a partire dagli
occhi e dal cuore carico di fede e di amore di sua Madre Maria. Lei
serbava nel suo cuore tutte le cose che accadevano attorno alla
nascita del Figlio di Dio e le meditava. Maria è, dunque, custode
del mistero e nello stesso tempo, aperta al mistero di quel Figlio
divino che le è stato dato in dono gratuito dal Padre.
In Lei, madre di
Cristo e dell’umanità nuova, la Chiesa ha contemplato se stessa,
chiamata a custodire nei secoli l’annuncio del Natale e a
testimoniarlo con la sua vita di popolo redento.
In Maria possiamo
anche scorgere la missione propria di ogni donna, vergine, sposa e
madre, che nella famiglia e nella comunità religiosa e civile ha il
compito di custodire i grandi valori dell’umanità intera. La
maternità fisica e spirituale di cui si è fatta carico Maria è
propria di ogni donna chiamata a donare vita e amore attorno a sé,
ai figli quando esercita il suo compito insostituibile di madre,
all’uomo quando ne esalta l’amore nella comunione di vita
matrimoniale, alla comunità cristiana quando vergine consacrata e
ministra della carità offre il suo servizio per custodire la fede
nei cuori delle persone con la sua generosa dedizione al Vangelo del
Signore e alla comunione ecclesiale. Anche nel mondo del lavoro e in
quello sociale, dove spesso alla donna non è permesso di valorizzare
pienamente le sue capacità professionali, la sua presenza è pur
sempre fonte di valori positivi nell’ambiente e nei rapporti con gli
altri.
Il venir meno di
questa consapevolezza di avere una vocazione speciale da parte della
donna sia in famiglia, sia nella società, ha comportato una graduale
ma inesorabile diminuzione del suo apporto per la stabilità delle
stesse famiglie e una educazione dei figli meno frammentata e sicura
nei contenuti trasmessi e testimoniati.
In questa
riflessione sulla vocazione specifica della donna in famiglia, non
possiamo dimenticare di denunciare le discriminazioni e le violenze
di cui sono ancora oggi vittima tante donne italiane e straniere
nella nostra società. Lo sfruttamento sessuale, che ne deturpa il
corpo e l’anima, rendendole schiave di padroni senza scrupoli, è
sotto gli occhi di tutti, come lo è l’isolamento in cui spesso è
lasciata la donna che decide di tenere il bambino e non abortire.
Voglia Maria
Santissima che ha accolto con gioia il figlio che Dio le ha
direttamente donato e se ne è fatta carico servendone la crescita
umana e spirituale, partecipando tutta la sua vita fino alla croce,
infondere in ogni donna la forza di essere custode e testimone della
vita e dell’amore per ridare un’anima alle famiglie e alla società.
Questa è una delle vie e opere più efficaci per portare la pace
sulla terra e aprire i cuori alla speranza di un mondo nuovo per
tutti.
Oggi la festa di
Maria esalta, dunque, il compito e dono più grande della donna: la
maternità e ne sottolinea la potenza di vita e di amore che da esso
promana per i figli, la famiglia, la società.
Qui subentra il
fatto che purtroppo, nel mondo produttivo e consumistico di oggi, la
maternità, invece di essere accolta come dono per tutti e risorsa
indispensabile per l’intera società e il suo futuro, è spesso
guardata come un incidente dal quale salvaguardarsi per il costo
sociale che comporta.
È possibile che una
realtà economica e sociale avanzata come la nostra non riesca a
sostenere adeguatamente la maternità delle donne che lavorano perché
si sentano protette in questa scelta e possano liberamente farla
senza condizionamenti e pressioni indebite circa il futuro della
loro vita?
La tutela della
maternità e
della specifica vocazione e del ruolo della donna nella famiglia non
sono in contrasto con il diritto al lavoro femminile e alla sua
concreta promozione e debbono essere entrambi salvaguardati e
sostenuti con opportune legislazioni, ma anche con risorse
economiche, strutture d’accoglienza dei figli più piccoli (come gli
asili nido), con una politica della casa e dei servizi scolastici e
sociali, che privilegi le famiglie più numerose. Di fatto, vediamo
che spesso a pagare lo scotto della crisi di un’azienda sono proprio
le donne, considerate l’anello debole e meno garantito del mondo del
lavoro. Le preoccupazioni e le necessità connesse al lavoro sono una
delle cause della denatalità, oltre ad impedire ai genitori, e alla
madre in particolare, di dedicare tempo e cura ai figli, sia quando
sono piccoli, sia nell’età più complessa dell’adolescenza e della
giovinezza.
La dottrina sociale
parla di salario familiare, ma purtroppo una efficace politica
familiare, che vada incontro alle sue reali necessità sia per i
minori sia per gli anziani, non è ancora stata attuata, anche se a
parole la famiglia è esaltata da tutti come cellula fondamentale e
prioritaria della società. In questo modo i figli vivono in un mondo
che è sempre più lontano dai valori e dalle tradizioni, di cui la
famiglia è custode e portatrice. Da qui, lo scoraggiamento e il
senso di frustrazione di molti genitori, che non trovano sponde a
cui appoggiarsi per svolgere il loro primario compito educativo.
In questo momento
di crisi finanziaria ed economica, questi problemi si aggravano, in
quanto a farne le spese sono le componenti meno garantite del mondo
del lavoro, come le donne, i giovani e gli immigrati, e in ultima
analisi le famiglie, gli anziani soli e i poveri. Le minori risorse
economiche, infatti, comportano una diminuzione anche sensibile dei
finanziamenti al sistema dei servizi sociali, per cui la schiera dei
poveri che stanno aumentando in modo preoccupante nel nostro Paese,
si aggrava sempre di più.
Una economia che
non mette al centro l’uomo, la sua famiglia, la salvaguardia del
territorio, la solidarietà, alla fine implode e conduce tutti alla
rovina.
Torniamo ad
accogliere dunque quel messaggio evangelico che ammonisce:
«Che
vale all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perdi te stesso, la
centralità del tuo rapporto con Dio e i suoi comandamenti, l’amore
verso i poveri, il sentirti responsabile anche del tuo fratello?».
La crisi, tuttavia,
può rivelarsi un fattore salutare se innesca un cambiamento di rotta
negli stili di vita e nelle scelte personali, familiari e sociali,
di sobrietà e moderazione nell’uso dei soldi, nel ritrovare la gioia
e il primato delle relazioni rispetto al possesso dei beni materiali
e nell’impegno di curare di più il proprio mondo interiore per
favorire l’etica della gratuità e del dono di sé.
Usciremo dalla
crisi se metteremo insieme le risorse umane, spirituali e civili del
nostro popolo, per sostenere la piena promozione e dignità di ogni
persona, della sua vita e della famiglia; per ridare slancio e
vigore alla intraprendenza economica del sistema imprenditoriale,
senso di responsabilità e di solidarietà alle varie componenti del
mondo del lavoro, impegno per il bene comune delle forze politiche e
culturali. Si tratta di valori che si radicano sul tessuto cristiano
e civile della gente e aprono il cuore alla speranza di un domani
più sereno e positivo.
Infine, non
dimentichiamo la forza della preghiera,
perché se il Signore non costruisce la casa e non custodisce la
città, invano si lavora di giorno e di notte e ci si impegna anche
con buona volontà: la propria casa e città hanno bisogno di poggiare
su solide fondamenta, che soltanto Dio può offrire.
E qui mi aggancio
ad un altro importante motivo di riflessione in questa notte del
primo dell’anno 2011.
Da molti anni
celebriamo a capodanno, la tradizionale
Giornata mondiale della pace: il Papa ci
ha dato il messaggio che ha come tema: la libertà religiosa, via
della pace.
I cristiani,
afferma il Papa, sono attualmente nel mondo il gruppo religioso che
soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della loro fede in
Gesù Cristo e della loro ricerca della verità. La mancanza di
libertà religiosa rende impossibile l’affermazione della pace
autentica e duratura di tutta la famiglia umana.
Anche tra noi siamo
molto sensibili alle libertà individuali e sociali, per cui si
propugnano con forza i diritti di ogni persona, che si vuole siano
riconosciuti senza alcuna discriminazione e nel massimo rispetto. Ma
questa regola del costume culturale e sociale del mondo moderno
viene meno quando si chiede ai credenti di sopprimere una parte
della propria fede e morale per essere cittadini attivi e
addirittura di mettere da parte Dio per poter godere dei propri
diritti civili o religiosi.
L’Europa, in
particolare, sembra rinunciare alle sue radici cristiane in nome di
un relativismo assoluto e ad un uso della laicità in senso
ideologico e politico che vorrebbe espungere ogni valore, simbolo e
riferimento a una realtà religiosa quale è il cristianesimo, che è
storicamente e ancora oggi attivamente presente nel tessuto
quotidiano e nella coscienza dei cittadini e dei popoli dell’Unione.
Al contrario, il
mondo ha bisogno di Dio, ha bisogno di valori etici e spirituali,
universali e condivisi e i credenti, che a tutto ciò si rifanno,
possono offrire un contributo prezioso per la costruzione di una
società più giusta e pacifica. Fa parte di una corretta e piena
laicità riconoscere e valorizzare l’apporto indispensabile di
credenti e non, per la piena promozione della persona umana e della
comunità civile.
Tocca a voi
giovani, in particolare, mettervi in ascolto della vostra voce
interiore per trovare in Dio il riferimento stabile alla conquista
di una autentica libertà, la forza inesauribile per ridare speranza
al futuro del mondo e la coerenza morale della vita di ogni giorno
nell’impegno di testimoniare che solo l’amore costruisce la pace e
rende liberi.
Preghiamo Maria
Santissima Madre di Dio e madre dei giovani - come la bella e
significativa icona, che è stata portata a spalle dai giovani del
Sermig e che ora è posta qui davanti a noi, ci richiama -, che
prevalga sempre, in ogni componente della nostra Comunità, dai
sacerdoti, ai religiosi e religiose e ai fedeli, la certezza di fede
che soltanto una forte ripresa di evangelizzazione e di
santificazione delle persone potrà garantire la forza per affrontare
uniti ogni difficoltà, anche spirituale e morale, economica e
sociale, ed avviare così un rinnovamento delle coscienze e della
vita di ognuno di noi e, quindi, anche del mondo in cui viviamo e
operiamo ogni giorno.
Mons.
Cesare Nosiglia
Arcivescovo di Torino