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La famiglia oggi e le sue crisi
2. Secondo elemento: La crisi della vita
Altro
elemento di crisi nella famiglia è quello della vita.
Viviamo,
infatti, in un’epoca di contraddizioni. Da una parte abbiamo la paura, il
rifiuto della vita che porta poi a scelte come quella di non concepire un
figlio, oppure anche all’aborto.
Dall’altra invece abbiamo la ricerca di un figlio a tutti i costi, un figlio
voluto “per forza” che, se non viene normalmente, si cerca di avere anche
ricorrendo alla procreazione medicalmente assistita.
Allora
bisogna innanzitutto chiedersi quale significato viene dato alla parola vita
e quale alla parola poi figlio.
La
vita umana è tra le realtà più preziose che esistano al mondo; senza di essa
le altre manifestazioni biologiche non avrebbero una pienezza di senso. Nella
vita umana prende forma e si manifesta la grandezza dello spirito,
dell’intelligenza e della libertà.
Molto
spesso, nel linguaggio comune, ascoltiamo commenti e definizioni contrastanti
sulla vita dell’uomo. C’è chi la definisce inviolabile e sacra, ma c’è
anche chi non la considera positivamente, chi la sottovaluta e non le dà il
dovuto rispetto; c’è chi la sfrutta negativamente e pensa di poterne fare ciò
che vuole, specialmente se si tratta della vita altrui.
Per la
fede cristiana, e per molte altre forme di sapienza umana, la vita non è
“qualcosa” che l’uomo possa manovrare a proprio piacimento: essa è
inviolabile e sacra perché è un dono di Dio ed è vita dell’uomo.
Il
Creatore ha deciso questo dono gratuito, nel medesimo istante in cui ha voluto e
creato l’essere umano come soggetto ed interlocutore di Lui, e quale signore
responsabile del cosmo.
Ma quando
inizia la vita umana?
La
vita dell’uomo, di ogni uomo, da sempre, ha inizio il momento stesso
in cui si forma lo zigote, la prima cellula di un nuovo essere umano.
Il
momento del concepimento è quello in cui una nuova creatura, ad immagine di Dio,
si affaccia alla vita.
Fin da
quando Dio benedisse Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden dicendo “siate
fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…” (Gen 1, 28), la
maternità e la paternità diventano segno dell’amore del Creatore che vuole che
la Sua immagine si perpetui.
Abbiamo
detto, all’inizio, delle contraddizioni attuali per quanto riguarda la vita e
l’avere un figlio.
Oggi, in
effetti, la società vive un periodo particolare, pieno di trasformazioni, e
queste si riflettono anche nei rapporti tra le persone ed anche nel modo di
relazionarsi tra uomo e donna. Ciò, ovviamente, si riflette pure nella vita di
coppia, nella quale esistono delle difficoltà comunicative, a volte anche
interne, ma soprattutto nei rapporti con gli altri.
La vita
di ogni persona, di solito, è piena di progetti e di desideri da voler
realizzare, che portano poi al raggiungimento di quegli scopi, che l’uomo si
propone, per la realizzazione di se stesso.
Non avere
desideri, non avere attese, significa non riuscire più a vivere in modo pieno.
Desiderio ed attesa sono due caratteristiche fondamentali della
vita umana, senza le quali l’uomo non vivrebbe realmente.
Perché
parlare proprio di desiderio e di attesa? Che valore hanno queste
due caratteristiche della vita umana? Dove possono essere collegate?
Desiderare di avere un figlio ci deve far riflettere sulle origini di questo
desiderio, per comprendere poi il significato che si dà al figlio stesso.
Desiderio di un figlio non significa volerlo a tutti i costi, ricorrendo a
qualsiasi mezzo, anche non rispettoso dell’integrità fisica e psichica del
figlio stesso o di altre vite umane.
Tutto ciò
si rifà a come il bambino viene atteso. L’attesa del figlio ci
dice, infatti, come egli viene considerato dai suoi genitori. Nel momento in cui
il frutto del concepimento umano ha la posizione centrale nella vita della
madre, o nella stessa coppia genitoriale, il rapporto con lui si trasforma in un
rapporto di accoglienza.
In quanto
accoglienza dell’altro, diverso da se stessi, il figlio diventa dono per
i suoi genitori. L’attesa del bambino (la gravidanza) si trasforma in
periodo di preparazione e di crescita per la coppia, che vede ora
concretizzarsi quel desiderio, che, per amore, l’ha portata a dire di
“si” alla vita. Il figlio deve essere frutto d’amore e deve trovare
accoglienza fin dal grembo materno. L’amore è tale solo se è oblativo, solo se
non vuole nulla per se stesso ma tutto fa per il bene dell’altro. Solo quando si
accetta il figlio, così come egli è, allora lo si vede e lo si considera quale
dono per i genitori.
Quando il
bambino, perde la sua centralità, quando nella gravidanza vengono considerati
solo gli interessi materni ed il figlio viene visto quale proprietà della madre,
di cui lei può fare ciò che vuole, se la gravidanza non è stata voluta, se è
frutto di una non- scelta, è facile arrivare poi, anche a decidere per
la soppressione di questa vita nel grembo materno.
Se il
figlio perde la caratteristica di essere dono, diventa un non-dono,
qualcuno di cui bisogna “fare a meno”, perché non gradito. Si arriva così al
rifiuto della vita, alla non accettazione e non accoglienza del figlio.
Abbiamo
parlato prima del paradosso e della contraddizione della nostra società:accanto
a chi accoglie la vita, accanto a chi invece la rifiuta, ci sono coloro che la
vogliono a tutti i costi, se non riescono ad averla con un normale concepimento.
Il volere
un figlio ad ogni costo indica che l’avere un figlio diventa un diritto al quale
non si può e non si deve rinunciare. Ecco così il ricorso, sempre più frequente,
alla procreazione medicalmente assistita, alle surrogate mother, ai figli
fatti fare dietro “commissione”da altri.
Senza
volerci addentrare nei particolari di queste metodiche, ci si chiede, a questo
punto, ma il figlio, ora, chi è realmente? E’ ancora un dono
oppure è diventato un diritto di chi lo vuole?
E, quale
amore è quello che si celerebbe, dietro questa pretesa procreativa ?
Sarebbe ancora amore vero?
La
crisi della vita, nelle coppie, porta ad affermare che ci troviamo davanti a
due opposti determinati: vita e non-vita, figlio e
non-figlio. Tutto, invece dovrebbe partire dal come considerare la vita
umana, incominciando dalla sua primissima manifestazione nel grembo materno.
Il
generare un figlio è un evento privilegiato e va visto nell’ottica della
vita umana intesa come dono, un dono che noi riceviamo, e siamo chiamati
a donare a nostra volta.
La nostra
vita non è qualcosa che noi stessi ci siamo potuti dare, ma è un dono che
il Creatore ci ha fatto, insieme ai nostri genitori. Quest’ultimi, poi, devono
considerare il figlio non come un “qualcosa” di proprio, ma come qualcuno
che scaturisce dal dono e che è dono egli stesso.
Avere un
figlio non significa che i propri genitori debbano tenerlo sotto il loro potere,
e neppure che debbano pretenderlo come fosse un loro diritto, facendolo
diventare, così, un oggetto dei propri desideri.
E’
proprio questo che è necessario superare: il figlio non è oggetto, anche
se la sua nascita è stata molto desiderata, ma è persona umana. Il volere
un figlio a tutti i costi, pur rivelando un grande desiderio di generare ed
accogliere una nuova vita, mette in risalto che forse questo bambino non è
considerato come dono, bensì come “proprietà” dei genitori, o almeno
della madre.
Subentra
alla logica del dare senza nulla pretendere, la logica del possedere, dell’avere
diritto a generare, creando così una sorta di “egoismo procreativo”, in cui si è
disposti ad affrontare qualsiasi cosa, anche la distruzione di altre vite umane,
(basti pensare a quanti embrioni “soprannumerari” vengono distrutti, con la
fecondazione artificiale), pur di raggiungere lo scopo di avere un figlio
“proprio”, che soddisfi comunque il desiderio di maternità.
Ma l’uomo
non può sostituirsi a Dio, creando da solo la vita o decidendo chi debba vivere
e chi no. La creatura non può prendere il posto del Creatore: solo Dio può dare
la vita e la può far sorgere anche dove tutto sembra impossibile.
(continua)
Adele Caramico
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