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RU - 486
Dall'aborto
chimico alla contraccezione d'emergenza.
Edizioni ART, Roma
Pagine 189

Che vi sia da sempre un forte legame
tra contraccezione e aborto è un fatto noto e almeno tre ne sono le
prove: scientifica, culturale e semantica.
La prova scientifica.
È inscritto nel “DNA” dei contraccettivi ormonali che, laddove
fallisca l’effetto contraccettivo (blocco dell’ovulazione,
modificazione del muco cervicale), entri in azione il meccanismo
abortivo (alterazione dello sviluppo endometriale, modificazione
della motilità tubarica). Con la possibilità che, modificando il
rapporto estro-progestinico, le modalità di somministrazione e le
dosi si possa rafforzare un meccanismo di azione rispetto ad un
altro senza che quest’ultimo venga però eliminato. Esso rappresenta,
comunque, una “garanzia” di successo per la realizzazione
dell’effetto che si va ricercando: che una nuova vita non abbia
inizio e che, qualora abbia avuto inizio, non possa continuare il
suo sviluppo.
La prova culturale.
Non è infrequente che il ricorso all’aborto in tutte le sue
fattispecie (prima o dopo l’impianto; con modalità chirurgica o
“chimica”) sia la conseguenza di una contraccezione fallita. La
vita, scaturita accidentalmente dall’incontro tra un uomo e una
donna, ha difficoltà ad essere accettata e a far parte di un
progetto comune. Certamente, non tutte le gravidanze non programmate
esitano in aborto, né tantomeno le ragioni di una scelta abortiva
sono solo le gravidanze non programmate. Sta di fatto, però, che il
controllo delle nascite è una delle cause più frequenti di aborto:
anche in Italia, ove la Legge n. 194/78 esclude in modo esplicito
all’art. 1 che l’aborto possa essere utilizzato come “mezzo per il
controllo delle nascite”.
La prova semantica.
Per indicare prodotti ad azione anche antinidatoria, gli
anglosassoni hanno coniato il termine “interception”.
Tradotto in italiano come “intercettivo”, tale termine aveva il
compito di evidenziare che il meccanismo d’azione del prodotto
utilizzato non è contraccettivo (ovvero di impedimento alla
fecondazione) bensì abortivo (in quanto l’obiettivo è impedire
l’annidamento dell’embrione in utero). Difficoltà di comprensione e
volontà di falsare la comunicazione hanno portato ad indicare i
prodotti ad azione anche intercettiva come “contraccezione
d’emergenza”. E se il termine “contraccezione” ingloba e cancella
l’azione abortiva, il termine “emergenza” si limita ad indicarne i
tempi di assunzione. Anche se sottolineare l’emergenza non è un
passaggio del tutto neutro: in termini medici rappresenta anche una
sorta di “avvertimento” per quanti non ne condividessero
prescrizione e somministrazione. Definire “contraccettivo” un
prodotto che agisce dopo la fecondazione sarebbe stata tra l’altro
una contraddizione, a cui si è ovviato – come è noto – attraverso la
ridefinizione del concetto di gravidanza.
Le tre prove – scientifica, culturale
e semantica – mettono, però, in evidenza un altro fatto: l’unidirezionalità
del passaggio contraccezione → aborto. La novità, contenuta in
questo volume, è la dimostrazione che – nel tentativo di rafforzare
ancora di più il legame tra contraccezione e aborto – si sta dando
vita ad un’inversione di tendenza: dall’aborto alla contraccezione.
È il caso della RU486, che, messa a punto per finalità
contragestative, ovvero per impedire la prosecuzione della
gravidanza dopo l’annidamento, viene da tempo sperimentata anche
come contraccettivo di emergenza.
Si chiude, così, un cerchio: aborto -
contraccezione - aborto, al cui centro sta una vita umana, rifiutata
a priori. E a questo punto poco importa come si concretizzerà il
rifiuto.
Per chi legge questo libro si apre,
invece, la possibilità di condividere una riflessione con gli Autori
che – provenienti da ambiti disciplinari diversi – hanno analizzato
gli aspetti scientifici, etico-deontologici e giuridici di un nuovo
e triste capitolo: «l’aborto che si fa contraccezione».
Prof. Lucio Romano
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