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La persona umana e la sua dignità
(seconda parte)
(prima parte)
Nel nostro tempo, continua il dibattito su quando inizia la persona
umana e, quindi, su quando le si può attribuire l’insieme dei
diritti che le spettano.
L’uomo, col suo mistero, oggi, diviene l’oggetto delle svariate
scienze moderne, le quali ne sottolineano ora un aspetto ed ora un
altro. Ma la persona umana continua a cercarsi uno spazio nel quale
possa essere libera ed autentica e, dentro il quale, abbia la
possibilità di porsi in modo centrale rispetto a qualsiasi ricerca
che la riguardi [Cfr. R. FRATTALLONE, Persona e atto umano,
in F. COMPAGNONI – G. PIANA – S. PRIVITERA (a cura di), Nuovo
Dizionario di Teologia Morale, Cinisello
Balsamo (MI)
19943, pp. 932-933].
Nella cultura del nostro secolo notiamo una grande difficoltà nel
riuscire a definire il mistero della persona umana [Cfr. R.
FRATTALLONE, o.c., p. 937].
Il Cristianesimo ha il merito di aver
introdotto nella storia dell’umanità Occidentale il concetto di
“persona”. Come persona si intende un “essere sussistente,
cosciente, libero e responsabile” [E. SGRECCIA, o. c., p. 117]. Con
tale termine si indica anche “il soggetto umano in quanto portatore
di diritti e di doveri. Persona è l’essere verso il quale
riteniamo di avere obblighi e diritti come verso noi stessi” [F.
COMPAGNONI, Quale statuto per l’embrione umano?, in M. MORI
(a cura di), La Bioetica. Questioni morali e politiche per il
futuro dell’uomo, Milano 1991, p. 95].
L’essere umano, da quando è stato
creato, è un essere che non può vivere da solo ma in relazione, e
tale relazione va verso un essere in comunione [Cfr. R. FRATTALLONE,
o. c., p. 939].
Leggendo Gen 1, 26-27 vediamo
che l’uomo è stato creato ad immagine del suo Creatore, dominatore
su tutti gli altri esseri fino a quel momento creati. Ed ancora, in
Gen 1, 29-30 leggiamo la consegna, da parte di Dio all’uomo,
di tutto ciò che c’è sulla terra: c’è il pieno affidamento del mondo
animale come di quello vegetale [Cfr. GS, n. 12; cfr. R.
FRATTALLONE, o. c., p. 939].
L’uomo quindi, come immagine di Dio, è “capace di conoscere e di
amare il suo Creatore” [GS, 12]. Ma, come già detto, l’uomo
(inteso qui come maschio) non può vivere da solo, perciò accanto gli
viene posta la donna da Dio stesso e l’unione tra uomo e donna si
può considerare come il primissimo “tipo” di comunione tra le
persone. La creatura umana non riuscirebbe a sopravvivere
nell’isolamento, ha sempre bisogno di avere rapporti con i suoi
simili [cfr. GS, 12] in quanto “per sua intima natura è un
essere sociale” [GS, 12].
All’uomo viene concesso di dialogare
con Dio e può avere il dominio su tutto il creato a nome e per
l’autorità del suo Creatore. La persona umana ha il privilegio del
dono della vita divina con la quale viene ad essere associata alla
stessa Vita del suo Creatore [Cfr. E.
SGRECCIA, o. c., p. 117].
Anche se col peccato l’uomo si è allontanato da Dio, non è mai stato
lasciato solo, ma il suo Signore l’ha sempre seguito ed aiutato,
mandando suo figlio per riscattarlo. Quando l’uomo rifiuta di
riconoscere in Dio la sua origine, rompe l’armonia sia con se stesso
che con i suoi simili, oltre che con tutto ciò che è stato creato.
Trovandosi diviso in se stesso, l’uomo sperimenta quella lotta
interiore tra ciò che è bene e ciò che è male. Dio, che non ha mai
abbandonato la sua creatura prediletta, va incontro all’umanità e la
rinnova sconfiggendo colui che è l’origine del male [Cfr. GS,
13; cfr. R. FRATTALLONE, o. c., p. 939].
L’uomo, considerato come un’unione di corpo e di anima, porta dentro
di sé la sintesi delle cose che sono materiali, le quali, arrivano a
raggiungere i vertici più alti proprio attraverso la creatura umana.
Quindi egli è superiore a tutto ciò che è legato alla materia [Cfr.
GS, 14], difatti “egli
trascende l’universo delle cose (…), ma va a toccare in profondo la
verità stessa delle cose” [GS, 14]. Abbiamo detto
precedentemente che dalle prime pagine bibliche emerge, come dato
importante, che l’uomo è immagine del suo Creatore e che non può
vivere se non in comunione. Con il Nuovo Testamento l’uomo, oltre ad
essere immagine di Dio, diventa pure l’immagine della Trinità [Cfr.
R. FRATTALLONE, o. c., p. 939].
“Così l’uomo, partner dell’alleanza divina portata a compimento
nella Pasqua del Cristo, (…), raggiunge in Cristo i livelli più alti
della comunione con Dio. L’uomo, quindi, (…), non esiste se non in
relazione e dipendenza vitale da Dio” [R. FRATTALLONE, o. c., p.
939].
Con Gesù l’uomo, immagine del Creatore, diventa una creatura
rinnovata, nuova e ciò è ovvio che porti con sé un cambiamento anche
del suo essere persona umana. Quest’ultima diventa la base di ogni
rapporto umano, in quanto “è il fondamento di ogni etica
autenticamente umana; infatti la persona è il primo e fondamentale
valore etico, a partire dal quale derivano e si strutturano gli
altri valori” [R. FRATTALLONE, o. c., p. 939].
L’essere stato creato ad “immagine” dice anche la natura dell’uomo
ed il suo fine e, nello stesso tempo, ricorda continuamente la
dipendenza dal Creatore. Dio, facendo la sua creatura prediletta a
sua immagine, le ha dato una caratteristica particolare che altre
creature non hanno: una sua propria dignità, la quale non può
permettere a nessuno di considerarla come una “cosa” della quale
potersi servire [Cfr. L. MOIA (a cura di), Dionigi Tettamanzi.
Famiglia, morale, bioetica, Casale Monferrato 1998, pp. 124-125].
La dignità dell’uomo nasce proprio dal suo cuore, nel quale egli
“trova” già una legge che non si è dato da solo ma che proviene da
Dio. L’essere coerenti a questa legge è la dignità stessa della
persona umana [cfr. GS, 16]. L’uomo, però, è stato creato
libero. Egli effettua le sue scelte di vita senza che l’obbedienza a
Dio gli venga imposta con la forza, ma deve essere una sua scelta
libera. L’uomo può scegliere il bene solo se è libero, altrimenti la
sua non sarebbe più una scelta ed il bene non sarebbe più tale se
fosse una costrizione. Il Creatore, per questo, non ha imposto
all’uomo di sceglierlo, ma lo ha lasciato libero di cercarlo
spontaneamente. L’uomo deve fare buon uso di questa libertà. Per
“vera libertà” non si deve intendere il poter fare qualsiasi cosa,
ma il cercare spontaneamente ciò che è bene [cfr. GS, 17].
“La persona, in quanto capacità di autocoscienza e
autodeterminazione, supera per novità, livello ontologico e valore,
il mondo materiale; è il mondo che prende significato nella persona
umana che rappresenta il fine dell’universo” [E. SGRECCIA, o. c., p.
123]. Rappresentando “il fine dell’universo” l’uomo non può essere
considerato come le altre creature. Egli possiede una dignità che lo
pone, senza dubbio, su un piano molto più alto rispetto al mondo
creato, pur facendo parte integrante di esso.
La dignità dell’uomo si manifesta nel
suo essere capace di apertura e di accoglienza dell’altro. Essere
aperti ed accogliere l’altro significa dargli la possibilità di
esprimersi come persona e, così facendo, ne rispettiamo anche la sua
stessa dignità. Quando non lasciamo che la persona si esprima come
tale, le neghiamo quella dignità che le è propria e che vorremmo per
noi stessi. In effetti, il non rispettare la dignità dell’altro
diventa, volendo adoperare una terminologia usata da Mounier, un
“peccato contro la persona”. Quando trattiamo la persona umana
identificandola con una delle funzioni che svolge, la escludiamo
dalle sue reali capacità e la riduciamo ad una “cosa” oppure ad uno
“strumento”: in questo modo le neghiamo la dignità che spetta ad
ogni uomo [Cfr. E. MOUNIER, Personalismo e Cristianesimo,
(introduzione e traduzione a cura di A. LAMACCHIA), Bari 1977, pp.
51-53].
L’uomo, proprio perché è stato creato libero di accettare o di
rifiutare il disegno del Creatore, deve essere una creatura che
agisce con responsabilità e consapevolezza. Da ciò ne consegue che
il suo comportamento rispecchia l’essere ad immagine del suo
Creatore e, quindi, il suo agire sia nel rispetto pieno dell’altro.
La creatura umana è in grado di riflettere sulla sua stessa umanità,
perciò il suo modo di rapportarsi agli altri non può, e non deve,
essere istintivo, bensì deve rivelare la sua superiorità rispetto a
tutto il resto del creato. L’uomo può fare ciò in quanto possiede
l’autocoscienza, la quale gli permette di rendersi conto del proprio
comportamento, sia rispetto a se stesso che agli altri [Cfr. L. MOIA
(a cura di), o. c., pp. 130-131].
Adele Caramico
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