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Matrimonio: vocazione e sacramento (seconda
parte)
Natura sacramentale
del matrimonio
Il matrimonio è un
sacramento, e come tale oggetto di definizione rigorosa da parte della Sede
apostolica, la Chiesa Cattolica. Nella prospettiva della teologia dogmatica,
ossia della riflessione intorno alle definizioni destinate a regolare la vita
dei fedeli (come per gli altri sacramenti, oppure per i dogmi di fede quali la
Trinità e altri ancora), il fatto che il matrimonio sia o meno di diritto
naturale appare una questione ausiliaria, seppure rilevante, così come la
dimensione antropologica del matrimonio, ossia il rapporto tra questa
istituzione e le manifestazioni della natura umana. I fedeli non devono essere
confusi da apparenti eccezioni ai caratteri dogmatici del matrimonio cattolico:
la poligamia dei Patriarchi raccontata dalla Bibbia è un problema per i filosofi
e i teologi che si interrogano sull’appartenenza del matrimonio al diritto
naturale, e varie possono essere le soluzioni per spiegare che ciò che i
Patriarchi si concessero non è più possibile concedersi oggi. I fedeli non
devono neppure essere confusi dalla varietà di forme matrimoniali messe in luce
dagli studi etnografici e etnologici: il matrimonio cattolico è innanzitutto
definito da un insieme di regole che la Sede apostolica ha ricevuto dalla
Rivelazione di Gesù Cristo, e solo poi si può discutere la sua
vicinanza/lontananza, conformità/difformità dalle forme matrimoniali seguite da
vari popoli in varie epoche storiche. Insomma, da un lato è certo che il
matrimonio cattolico esprime il contesto privilegiato per la manifestazione
della persona umana, l’agente morale che è immagine di Dio: dall’altro, non è la
natura umana a conferirgli il suo valore (sebbene esso sia in accordo con tale
natura), ma la Rivelazione biblica e la Tradizione magisteriale ad essa
conforme. La Chiesa Cattolica istituendo il matrimonio non si inventa delle
regole a suo arbitrio: questa istituzione riconosce la natura profonda
dell’essere umano e delle sue manifestazioni, nondimeno solo l’atto istitutivo è
capace di imporsi al fedele.
Il Nuovo Testamento
esprime una visione sublime del matrimonio, capace di introdurre l’idea che il
matrimonio sia una cosa sacra (attraverso la poi fortunata analisi agostiniana
dell’uomo come immagine di Dio). Il matrimonio è eterosessuale, espressione di
comunità di vita nel mistero dell’unione di due persone che restano distinte (si
noti che anche il rapporto genitori-figli è percorso da un legame affettivo che
unisce a condizione di conservare la perfetta distinzione delle persone –
l’anti-modello è l’angelo ribelle che voleva sostituirsi a Dio per confusione
delle loro persone), aperta al dono della generazione di vite umane, della cura
reciproca di ogni membro della famiglia, dell’educazione globale dei figli,
nell’attesa che essi abbandonino i genitori (altrimenti non potrebbero mai
sposarsi, dato che nel matrimonio due (e non uno di più) diventano una carne (e
non una persona)).
Tutte le regole
liturgiche e canoniche sono destinate a assicurare il migliore quadro normativo
al dovere che Cristo ha imposto alla Chiesa: la presenza nella vita dei fedeli
del mistero sacramentale del matrimonio. La Chiesa ha spesso patito delle regole
civili che regolavano i matrimoni come contratti sociali: si è dovuti arrivare
al Concilio di Trento affinché ci si sbarazzasse delle pretese delle classi più
agiate e potenti di imporre i matrimoni tra i propri figli, un’usanza che nel
Medioevo si presentava non già come pressione (per quanto potente) esercitata
sui figli, bensì come costrizione assoluta. La tentazione è restata tuttavia per
secoli nel corpo sociale, sino ai ribaltoni di oggi in cui si proclama la
validità civile di unioni matrimoniali assolutamente infeconde, il matrimonio
omosessuale, e segnate da disordini del desiderio, che il relativismo preferisce
chiamare desideri da tutelare con diritti. Non c’è stato nessun periodo
dell’Occidente cristiano in cui la società si sia mossa all’unisono con la
natura sacramentale del matrimonio, ma ci sono stati periodi in cui società
cristiane (europee o meno) sono state percorse da comportamenti familiari che
aspiravano a conformarsi all’ideale sacramentale matrimoniale. Questo mostra
l’importanza della definizione dogmatica del matrimonio: gli uomini tenderanno a
discostarsene, ma senza definizione dogmatica non c’è né conformità né
discostamento. E’ il caso dell’indissolubilità: enunciata e proclamata nei
Vangeli, istituita dalla Rivelazione e ripresa dal Magistero cattolico, essa non
è “naturale” all’uomo, perché l’uomo è peccatore segnato dalla colpa originale,
tuttavia essa è il quadro privilegiato della condizione della persona umana. Le
Chiese ortodosse ammettono che da un primo matrimonio si possa recedere, a
condizioni rigorose che potremmo sintetizzare nel diritto a riparare una (ed una
sola) scelta infelice (il secondo matrimonio è indissolubile nel senso
cattolico): la Chiesa cattolica ammette solo la separazione, oppure
l’annullamento, ossia il riconoscimento che il matrimonio non è stato
validamente celebrato. L’azione di nullità è possibile proprio perché la Chiesa
cattolica dispone una definizione precisa e rigorosa del matrimonio, ossia della
sua celebrazione: a difetto di questa, sarebbe tanto più impossibile dichiararne
la nullità quanto più la definizione delle regole della celebrazione è vaga e
generica (nel campo civile, si pensi alla arci-nota – grazie ai film e alla
stampa scandalistica - legge del Nevada che permette di sposarsi in un pugno di
ore: non deve stupire che poi si divorzi in un pugno di ore).
Le tendenze centrifughe
all’interno della stessa Chiesa cattolica sul tema della sessualità nascono
spesso da una incomprensione del valore dogmatico dei sacramenti, in particolare
del matrimonio: esisteva un’anima “protestante” nella chiesa medievale, esisterà
anche dopo la dolorosa consumazione “politica” della divisione luterana e
successive. Questo approccio porta alcuni fedeli cattolici a reclamare una
diversa comprensione della sessualità, fuori e dentro al matrimonio, in cui
emerga una comprensione non più dettata dall’alto delle gerarchie sacerdotali
bensì dall’esperienza dei fedeli stessi. E’ il caso, tra molti, di certi
movimenti cattolici olandesi (le loro riflessioni sono a disposizione in J. A.
Selling, a cura di, Embracing Sexuality. Authority and experience in the
Catholic Church, Ashgate 2001). La radicale sottovalutazione dell’importanza
della regolamentazione normativa conduce questi fedeli, della cui sincerità non
è lecito dubitare sino a prova contraria, a un fatale equivoco: l’esperienza dei
fedeli non può che concordare con le riflessioni delle gerarchie sacerdotali se
i due fattori sono ispirati dalla Rivelazione e dalla morale oggettiva. Non ciò
che si fa, ma ciò che si dovrebbe fare è parametro di valore morale: non il mio
peccato mostra le mie scelte morali, bensì il mio compiacimento o il mio
rammarico per quell’azione peccaminosa. Dall’assenza totale di rapporti
pre-matrimoniali o dalla presenza sistematica di rapporti pre-matrimoniali in un
gruppo umano non si deduce nulla sul matrimonio: dagli stati mentali che
accompagnano questo o quel comportamento si deduce qualcosa sulla percezione del
valore delle proprie azioni. Tuttavia, il valore stesso non può che essere
mostrato dalla dimensione dogmatica del matrimonio, che nella Tradizione
cattolica è mistero sacramentale trasmesso dalla Rivelazione.
E’ motivo di triste
divisione con le Chiese protestanti la diluizione presso di queste del carattere
sacramentale del matrimonio, ossia della sua riduzione a liturgia umana, senza
che intervengano non già gli individui, bensì le stesse persone metafisiche in
una relazione con Dio mediata dal potere delle due chiavi della Chiesa
cattolica, rappresentata dal ministro sacerdote. Al tempo stesso, è questo uno
dei punti in cui il dialogo ecumenico potrebbe raggiungere sviluppi fruttuosi,
capaci di fare risaltare un rifiuto comune ai cristiani del relativismo morale
che purtroppo imperversa, spesso in modo subdolo, nel mondo contemporaneo. (Johann
Auer, I sacramenti della Chiesa, edizione italiana a cura di Carlo Molari,
Cittadella Editrice, Assisi 19892, volume settimo di Piccola dogmatica
cattolica, in nove volumi)
Luca e Antonella Parisoli
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