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COSTITUZIONE DOGMATICA
LUMEN GENTIUM
SULLA CHIESA
CAPITOLO I
IL MISTERO DELLA CHIESA
La Chiesa è sacramento in Cristo
1. Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio,
adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente,
annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15),
illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che
risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è,
in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e
lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di
tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti
Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi
fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria
missione universale. Le presenti condizioni del mondo
rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché
tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari
vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche
conseguire la piena unità in Cristo.
Disegno salvifico universale del Padre
2. L'eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di
sapienza e di bontà, creò l'universo; decise di elevare
gli uomini alla partecipazione della sua vita divina; dopo
la loro caduta in Adamo non li abbandonò, ma sempre prestò
loro gli aiuti per salvarsi, in considerazione di Cristo
redentore, « il quale è l'immagine dell'invisibile Dio,
generato prima di ogni creatura » (Col 1,15). Tutti
infatti quelli che ha scelto, il Padre fino dall'eternità
« li ha distinti e li ha predestinati a essere conformi
all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il
primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29). I credenti in
Cristo, li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa,
la quale, già annunciata in figure sino dal principio del
mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo
d'Israele e nell'antica Alleanza, stabilita infine « negli
ultimi tempi », è stata manifestata dall'effusione dello
Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli.
Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i
giusti, a partire da Adamo, « dal giusto Abele fino
all'ultimo eletto », saranno riuniti presso il Padre nella
Chiesa universale.
Missione del Figlio
3. È venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre, il quale
ci ha scelti in lui prima della fondazione del mondo e ci
ha predestinati ad essere adottati in figli, perché in lui
volle accentrare tutte le cose (cfr. Ef 1,4-5 e 10).
Perciò Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha
inaugurato in terra il regno dei cieli e ci ha rivelato il
mistero di lui, e con la sua obbedienza ha operato la
redenzione. La Chiesa, ossia il regno di Cristo già
presente in mistero, per la potenza di Dio cresce
visibilmente nel mondo. Questo inizio e questa crescita
sono significati dal sangue e dall'acqua, che uscirono dal
costato aperto di Gesù crocifisso (cfr. Gv 19,34), e sono
preannunziati dalle parole del Signore circa la sua morte
in croce: « Ed io, quando sarò levato in alto da terra,
tutti attirerò a me » (Gv 12,32). Ogni volta che il
sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello
pasquale, è stato immolato (cfr. 1 Cor 5,7), viene
celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della nostra
redenzione. E insieme, col sacramento del pane
eucaristico, viene rappresentata ed effettuata l'unità dei
fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1
Cor 10,17). Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione
con Cristo, che è la luce del mondo; da lui veniamo, per
mezzo suo viviamo, a lui siamo diretti.
Lo Spirito santificatore della Chiesa
4. Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio
sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu
inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la
Chiesa e affinché i credenti avessero così attraverso
Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18).
Questi è lo Spirito che dà la vita, una sorgente di acqua
zampillante fino alla vita eterna (cfr. Gv 4,14; 7,38-39);
per mezzo suo il Padre ridà la vita agli uomini, morti per
il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro
corpi mortali (cfr. Rm 8,10-11). Lo Spirito dimora nella
Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1
Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende testimonianza
della loro condizione di figli di Dio per adozione (cfr.
Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella
pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella
comunione e nel ministero, la provvede e dirige con
diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei
suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con
la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la
rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo.
Poiché lo Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: «
Vieni » (cfr. Ap 22,17).
Così la Chiesa universale si presenta come « un popolo che
deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo ».
Il regno di Dio
5. Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua
stessa fondazione. Il Signore Gesù, infatti, diede inizio
ad essa predicando la buona novella, cioè l'avvento del
regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: « Poiché
il tempo è compiuto, e vicino è il regno di Dio » (Mc
1,15; cfr. Mt 4,17). Questo regno si manifesta chiaramente
agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di
Cristo. La parola del Signore è paragonata appunto al seme
che viene seminato nel campo (cfr. Mc 4,14): quelli che lo
ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di
Cristo (cfr. Lc 12,32), hanno accolto il regno stesso di
Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino
al tempo del raccolto (cfr. Mc 4,26-29). Anche i miracoli
di Gesù provano che il regno è arrivato sulla terra: « Se
con il dito di Dio io scaccio i demoni, allora è già
pervenuto tra voi il regno di Dio » (Lc 11,20; cfr. Mt
12,28). Ma innanzi tutto il regno si manifesta nella
stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio
dell'uomo, il quale è venuto « a servire, e a dare la sua
vita in riscatto per i molti » (Mc 10,45). Quando poi
Gesù, dopo aver sofferto la morte in croce per gli uomini,
risorse, apparve quale Signore e messia e sacerdote in
eterno (cfr. At 2,36; Eb 5,6; 7,17-21), ed effuse sui suoi
discepoli lo Spirito promesso dal Padre (cfr. At 2,33). La
Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e
osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e
abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare
in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo
regno costituisce in terra il germe e l'inizio. Intanto,
mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e
con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re
nella gloria.
Le immagini della Chiesa
6. Come già nell'Antico Testamento la rivelazione del
regno viene spesso proposta in figure, così anche ora
l'intima natura della Chiesa ci si fa conoscere attraverso
immagini varie, desunte sia dalla vita pastorale o
agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla
famiglia e dagli sponsali, e che si trovano già abbozzate
nei libri dei profeti.
La Chiesa infatti è un ovile, la cui porta unica e
necessaria è Cristo (cfr. Gv 10,1-10). È pure un gregge,
di cui Dio stesso ha preannunziato che ne sarebbe il
pastore (cfr. Is 40,11; Ez 34,11 ss), e le cui pecore,
anche se governate da pastori umani, sono però
incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso
Cristo, il buon Pastore e principe dei pastori (cfr. Gv
10,11; 1 Pt 5,4), il quale ha dato la vita per le pecore (cfr.
Gv 10,11-15).
La Chiesa è il podere o campo di Dio (cfr. 1 Cor 3,9). In
quel campo cresce l'antico olivo, la cui santa radice sono
stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la
riconciliazione dei Giudei e delle Genti (cfr. Rm
11,13-26). Essa è stata piantata dal celeste agricoltore
come vigna scelta (Mt 21,33-43, par.; cfr. Is 5,1 ss).
Cristo è la vera vite, che dà vita e fecondità ai tralci,
cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui, e
senza di lui nulla possiamo fare (cfr. Gv 15,1-5).
Più spesso ancora la Chiesa è detta edificio di Dio (cfr.
1 Cor 3,9). Il Signore stesso si paragonò alla pietra che
i costruttori hanno rigettata, ma che è divenuta la pietra
angolare (Mt 21,42 par.). Sopra quel fondamento la Chiesa
è costruita dagli apostoli (cfr. 1 Cor 3,11) e da esso
riceve stabilità e coesione. Questo edificio viene
chiamato in varie maniere: casa di Dio (cfr. 1 Tm 3,15),
nella quale cioè abita la sua famiglia, la dimora di Dio
nello Spirito (cfr. Ef 2,19-22), la dimora di Dio con gli
uomini (cfr. Ap 21,3), e soprattutto tempio santo, il
quale, rappresentato dai santuari di pietra, è l'oggetto
della lode dei santi Padri ed è paragonato a giusto titolo
dalla liturgia alla città santa, la nuova Gerusalemme. In
essa infatti quali pietre viventi veniamo a formare su
questa terra un tempio spirituale (cfr. 1 Pt 2,5). E
questa città santa Giovanni la contempla mentre, nel
momento in cui si rinnoverà il mondo, scende dal cielo, da
presso Dio, « acconciata come sposa adornatasi per il suo
sposo » (Ap 21,1s).
La Chiesa, chiamata « Gerusalemme celeste » e « madre
nostra » (Gal 4,26; cfr. Ap 12,17), viene pure descritta
come l'immacolata sposa dell'Agnello immacolato (cfr. Ap
19,7; 21,2 e 9; 22,17), sposa che Cristo « ha amato.. . e
per essa ha dato se stesso, al fine di santificarla » (Ef
5,26), che si è associata con patto indissolubile ed
incessantemente « nutre e cura » (Ef 5,29), che dopo
averla purificata, volle a sé congiunta e soggetta
nell'amore e nella fedeltà (cfr. Ef 5,24), e che, infine,
ha riempito per sempre di grazie celesti, onde potessimo
capire la carità di Dio e di Cristo verso di noi, carità
che sorpassa ogni conoscenza (cfr. Ef 3,19). Ma mentre la
Chiesa compie su questa terra il suo pellegrinaggio
lontana dal Signore (cfr. 2 Cor 5,6), è come un esule, e
cerca e pensa alle cose di lassù, dove Cristo siede alla
destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con
Cristo in Dio, fino a che col suo sposo comparirà
rivestita di gloria (cfr. Col 3,1-4).
La Chiesa, corpo mistico di Cristo
7. Il Figlio di Dio, unendo a sé la natura umana e
vincendo la morte con la sua morte e resurrezione, ha
redento l'uomo e l'ha trasformato in una nuova creatura (cfr.
Gal 6,15; 2 Cor 5,17). Comunicando infatti il suo Spirito,
costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli,
che raccoglie da tutte le genti.
In quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti
che, attraverso i sacramenti si uniscono in modo arcano e
reale a lui sofferente e glorioso. Per mezzo del battesimo
siamo resi conformi a Cristo: « Infatti noi tutti « fummo
battezzati in un solo Spirito per costituire un solo corpo
» (1 Cor 12,13). Con questo sacro rito viene rappresentata
e prodotta la nostra unione alla morte e resurrezione di
Cristo: « Fummo dunque sepolti con lui per l'immersione a
figura della morte »; ma se, fummo innestati a lui in una
morte simile alla sua, lo saremo anche in una resurrezione
simile alla sua » (Rm 6,4-5). Partecipando realmente del
corpo del Signore nella frazione del pane eucaristico,
siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi: «
Perché c'è un solo pane, noi tutti non formiamo che un
solo corpo, partecipando noi tutti di uno stesso pane» (1
Cor 10,17). Così noi tutti diventiamo membri di quel corpo
(cfr. 1 Cor 12,27), «e siamo membri gli uni degli altri» (Rm
12,5).
Ma come tutte le membra del corpo umano, anche se
numerose, non formano che un solo corpo così i fedeli in
Cristo (cfr. 1 Cor 12,12). Anche nella struttura del corpo
mistico di Cristo vige una diversità di membri e di
uffici. Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della
Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con
magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle
necessità dei ministeri (cfr. 1 Cor 12,1-11). Fra questi
doni eccelle quello degli apostoli, alla cui autorità lo
stesso Spirito sottomette anche i carismatici (cfr. 1 Cor
14). Lo Spirito, unificando il corpo con la sua virtù e
con l'interna connessione dei membri, produce e stimola la
carità tra i fedeli. E quindi se un membro soffre,
soffrono con esso tutte le altre membra; se un membro è
onorato, ne gioiscono con esso tutte le altre membra (cfr.
1 Cor 12,26).
Capo di questo corpo è Cristo. Egli è l'immagine
dell'invisibile Dio, e in lui tutto è stato creato. Egli è
anteriore a tutti, e tutte le cose sussistono in lui. È il
capo del corpo, che è la Chiesa. È il principio, il primo
nato di tra i morti, affinché abbia il primato in tutto (cfr.
Col 1,15-18). Con la grandezza della sua potenza domina
sulle cose celesti e terrestri, e con la sua perfezione e
azione sovrana riempie delle ricchezze della sua gloria
tutto il suo corpo (cfr. Ef 1,18-23).
Tutti i membri devono a lui conformarsi, fino a che Cristo
non sia in essi formato (cfr. Gal 4,19). Per ciò siamo
collegati ai misteri della sua vita, resi conformi a lui,
morti e resuscitati con lui, finché con lui regneremo (cfr.
Fil 3,21; 2 Tm 2,11; Ef 2,6). Ancora peregrinanti in
terra, mentre seguiamo le sue orme nella tribolazione e
nella persecuzione, veniamo associati alle sue sofferenze,
come il corpo al capo e soffriamo con lui per essere con
lui glorificati (cfr. Rm 8,17). Da lui « tutto il corpo
ben fornito e ben compaginato, per mezzo di giunture e di
legamenti, riceve l'aumento voluto da Dio » (Col 2,19).
Nel suo corpo, che è la Chiesa, egli continuamente
dispensa i doni dei ministeri, con i quali, per virtù sua,
ci aiutiamo vicendevolmente a salvarci e, operando nella
carità conforme a verità, andiamo in ogni modo crescendo
verso colui, che è il nostro capo (cfr. Ef 5,11-16 gr.).
Perché poi ci rinnovassimo continuamente in lui (cfr. Ef
4,23), ci ha resi partecipi del suo Spirito, il quale,
unico e identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il
corpo vita, unità e moto, così che i santi Padri poterono
paragonare la sua funzione con quella che il principio
vitale, cioè l'anima, esercita nel corpo umano. Cristo
inoltre ama la Chiesa come sua sposa, facendosi modello
del marito che ama la moglie come il proprio corpo (cfr.
Ef 5,25-28); la Chiesa poi è soggetta al suo capo. E
poiché «in lui abita congiunta all'umanità la pienezza
della divinità » (Col 2,9), egli riempie dei suoi doni la
Chiesa la quale è il suo corpo e la sua pienezza (cfr. Ef
1,22-23), affinché essa sia protesa e pervenga alla
pienezza totale di Dio (cfr. Ef 3,19).
La Chiesa, realtà visibile e spirituale
8. Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra e
incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunità di
fede, di speranza e di carità, quale organismo visibile,
attraverso il quale diffonde per tutti la verità e la
grazia. Ma la società costituita di organi gerarchici e il
corpo mistico di Cristo, l'assemblea visibile e la
comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa
arricchita di beni celesti, non si devono considerare come
due cose diverse; esse formano piuttosto una sola
complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano
e divino. Per una analogia che non è senza valore, quindi,
è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come
la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di
salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non
dissimile l'organismo sociale della Chiesa serve allo
Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del
corpo (cfr. Ef 4,16).
Questa è l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo
professiamo una, santa, cattolica e apostolica e che il
Salvatore nostro, dopo la sua resurrezione, diede da
pascere a Pietro (cfr. Gv 21,17), affidandone a lui e agli
altri apostoli la diffusione e la guida (cfr. Mt 28,18ss),
e costituì per sempre colonna e sostegno della verità (cfr.
1 Tm 3,15). Questa Chiesa, in questo mondo costituita e
organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica,
governata dal successore di Pietro e dai vescovi in
comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo
si trovino parecchi elementi di santificazione e di
verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio
alla Chiesa di Cristo, spingono verso l'unità cattolica.
Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la
povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata
a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i
frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione
divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di
schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece
povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per
compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non
è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per
diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e
l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal
Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a
guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a
cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così
pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono
afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri
e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e
sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in
loro cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo, «
santo, innocente, immacolato » (Eb 7,26), non conobbe il
peccato (cfr. 2 Cor 5,21) e venne solo allo scopo di
espiare i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa,
che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e
insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza
continuamente per il cammino della penitenza e del
rinnovamento. La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio
fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio »,
annunziando la passione e la morte del Signore fino a che
egli venga (cfr. 1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore
risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore
le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di
dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo,
con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di
lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato
nella pienezza della luce.
CAPITOLO II
IL POPOLO DI DIO
Nuova alleanza e nuovo popolo
9. In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio
chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At 10,35).
Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non
individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle
costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo
la verità e lo servisse nella santità.
Scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui
un'alleanza e lo formò lentamente, manifestando nella sua
storia se stesso e i suoi disegni e santificandolo per sé.
Tutto questo però avvenne in preparazione e figura di
quella nuova e perfetta alleanza da farsi in Cristo, e di
quella più piena rivelazione che doveva essere attuata per
mezzo del Verbo stesso di Dio fattosi uomo. « Ecco venir
giorni (parola del Signore) nei quali io stringerò con
Israele e con Giuda un patto nuovo... Porrò la mia legge
nei loro cuori e nelle loro menti l'imprimerò; essi mi
avranno per Dio ed io li avrò per il mio popolo... Tutti
essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore
» (Ger 31,31-34). Cristo istituì questo nuovo patto cioè
la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11,25),
chiamando la folla dai Giudei e dalle nazioni, perché si
fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito,
e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti
in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme
corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola
del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma
dall'acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6),
costituiscono « una stirpe eletta, un sacerdozio regale,
una nazione santa, un popolo tratto in salvo... Quello che
un tempo non era neppure popolo, ora invece è popolo di
Dio » (1 Pt 2,9-10).
Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte
per i nostri peccati e risuscitato per la nostra
giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi
acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome,
regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la
libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo
Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo
precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr.
Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio,
incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere
ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da
lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita
nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse creature saranno
liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare
alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò
il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente
l'universalità degli uomini e apparendo talora come un
piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità
il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza.
Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità
e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento
della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale
della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.
Come già l'Israele secondo la carne peregrinante nel
deserto viene chiamato Chiesa di Dio (Dt 23,1 ss.), così
il nuovo Israele dell'era presente, che cammina alla
ricerca della città futura e permanente (cfr. Eb 13,14),
si chiama pure Chiesa di Cristo (cfr. Mt 16,18); è il
Cristo infatti che l'ha acquistata col suo sangue (cfr. At
20,28), riempita del suo Spirito e fornita di mezzi adatti
per l'unione visibile e sociale. Dio ha convocato tutti
coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza
e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la
Chiesa, perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il
sacramento visibile di questa unità salvifica. Dovendosi
essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli
uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i
confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le
tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della
grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore,
affinché per la umana debolezza non venga meno alla
perfetta fedeltà ma permanga degna sposa del suo Signore,
e non cessi, con l'aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare
se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che
non conosce tramonto.
Il sacerdozio comune dei fedeli
10. Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini
(cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo « un regno e
sacerdoti per il Dio e il Padre suo » (Ap 1,6; cfr.
5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l'unzione dello
Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare
un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire,
mediante tutte le attività del cristiano, spirituali
sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle
tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt
2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando
nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47),
offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a
Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di
Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della
speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15)
Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio
ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano
essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati
l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo
proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo.
Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è
investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il
sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a
Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro
regale sacerdozio, concorrono all'offerta dell'eucaristia,
ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i
sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la
testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e la
carità operosa.
Il sacerdozio comune esercitato nei sacramenti
11. Il carattere sacro e organico della comunità
sacerdotale viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle
virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo,
sono destinati al culto della religione cristiana dal
carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio,
sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da
Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della confermazione
vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono
arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in
questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e
a difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri
testimoni di Cristo. Partecipando al sacrificio
eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana,
offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così
tutti, sia con l'offerta che con la santa comunione,
compiono la propria parte nell'azione liturgica, non però
in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo.
Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione,
mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da
questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e
mirabilmente effettuata.
Quelli che si accostano al sacramento della penitenza,
ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese
fatte a lui; allo stesso tempo si riconciliano con la
Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e
che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio
e la preghiera. Con la sacra unzione degli infermi e la
preghiera dei sacerdoti, tutta la Chiesa raccomanda gli
ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché
alleggerisca le loro pene e li salvi (cfr. Gc 5,14-16),
anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e
morte di Cristo (cfr. Rm 8,17; Col 1,24), per contribuire
così al bene del popolo di Dio. Inoltre, quelli tra i
fedeli che vengono insigniti dell'ordine sacro sono posti
in nome di Cristo a pascere la Chiesa colla parola e la
grazia di Dio. E infine i coniugi cristiani, in virtù del
sacramento del matrimonio, col quale significano e
partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che
intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si
aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita
coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno
così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il
proprio dono in mezzo al popolo di Dio (cfr. 1 Cor 7,7).
Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella
quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i
quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col
battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il
suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa
domestica, i genitori devono essere per i loro figli i
primi maestri della fede e secondare la vocazione propria
di ognuno, quella sacra in modo speciale.
Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e d'una
tale grandezza, tutti i fedeli d'ogni stato e condizione
sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una
santità, la cui perfezione è quella stessa del Padre
celeste.
Il senso della fede e i carismi nel popolo di Dio
12. Il popolo santo di Dio partecipa pure dell'ufficio
profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva
testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di
fede e di carità, e coll'offrire a Dio un sacrificio di
lode, cioè frutto di labbra acclamanti al nome suo (cfr.
Eb 13,15). La totalità dei fedeli, avendo l'unzione che
viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi
nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il
senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando
« dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici » mostra
l'universale suo consenso in cose di fede e di morale. E
invero, per quel senso della fede, che è suscitato e
sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del
sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce
fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma
veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di
Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai
santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio
penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica
nella vita.
Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a
guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei
ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma « distribuendo a
ciascuno i propri doni come piace a lui » (1 Cor 12,11),
dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali,
con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari
incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore
espansione della Chiesa secondo quelle parole: « A
ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché
torni a comune vantaggio » (1 Cor 12,7). E questi carismi,
dai più straordinari a quelli più semplici e più
largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle
necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno
accolti con gratitudine e consolazione. Non bisogna però
chiedere imprudentemente i doni straordinari, né sperare
da essi con presunzione i frutti del lavoro apostolico. Il
giudizio sulla loro genuinità e sul loro uso ordinato
appartiene a coloro che detengono l'autorità nella Chiesa;
ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito,
ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1
Ts 5,12 e 19-21).
L'unico popolo di Dio è universale
13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di
Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si
deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli,
affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il
quale in principio creò la natura umana una e volle infine
radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A
questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il
dominio di tutte le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse
maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e
universale popolo dei figli di Dio. Per questo infine Dio
mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore,
il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli i
credenti è principio di associazione e di unità,
nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione
fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr.
At 2,42).
In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo
popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli
prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E
infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in
comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi
sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra ». Siccome
dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv
18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo
questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi
popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le
ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò
che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le
consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far
opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in
eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste
portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is
60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e
distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e
con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste
tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi
beni, in Cristo capo, nell'unità dello Spirito di lui.
In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i
propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo
che il tutto e le singole parti si accrescono per uno
scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la
pienezza nell'unità. Ne consegue che il popolo di Dio non
solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso
interno si compone di funzioni diverse. Poiché fra i suoi
membri c'è diversità sia per ufficio, essendo alcuni
impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro
fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che
molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una
via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro
fratelli. Così pure esistono legittimamente in seno alla
comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie
tradizioni, rimanendo però integro il primato della
cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione
universale di carità, tutela le varietà legittime e
insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo
non pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva. E infine
ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di
intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai
apostolici e le risorse materiali. I membri del popolo di
Dio sono chiamati infatti a condividere i beni e anche
alle singole Chiese si applicano le parole dell'Apostolo:
« Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio,
ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono che ha
ricevuto» (1 Pt 4,10).
Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica
unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace
universale; a questa unità in vario modo appartengono o
sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri
credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza
eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza.
I fedeli cattolici
14. Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai
fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e
sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è
necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti,
presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è
il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso,
inculcando espressamente la necessità della fede e del
battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato
la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano
per il battesimo come per una porta. Perciò non possono
salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la
Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù
Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in
essa perseverare. Sono pienamente incorporati nella
società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di
Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e
tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che
inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di
fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla
comunione, sono uniti, nell'assemblea visibile della
Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo
Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche se
incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella
carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non
col «cuore». Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa
che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai
loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui,
se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con
le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più
severamente giudicati.
I catecumeni che per impulso dello Spirito Santo
desiderano ed espressamente vogliono essere incorporati
alla Chiesa, vengono ad essa congiunti da questo stesso
desiderio, e la madre Chiesa li avvolge come già suoi con
il proprio amore e con le proprie cure.
I cristiani non cattolici e la Chiesa
15. La Chiesa sa di essere per più ragioni congiunta con
coloro che, essendo battezzati, sono insigniti del nome
cristiano, ma non professano integralmente la fede o non
conservano l'unità di comunione sotto il successore di
Pietro. Ci sono infatti molti che hanno in onore la sacra
Scrittura come norma di fede e di vita, manifestano un
sincero zelo religioso, credono amorosamente in Dio Padre
onnipotente e in Cristo, figlio di Dio e salvatore, sono
segnati dal battesimo, col quale vengono congiunti con
Cristo, anzi riconoscono e accettano nelle proprie Chiese
o comunità ecclesiali anche altri sacramenti. Molti fra
loro hanno anche l'episcopato, celebrano la sacra
eucaristia e coltivano la devozione alla vergine Madre di
Dio. A questo si aggiunge la comunione di preghiere e di
altri benefici spirituali; anzi, una certa vera unione
nello Spirito Santo, poiché anche in loro egli opera con
la sua virtù santificante per mezzo di doni e grazie e ha
dato ad alcuni la forza di giungere fino allo spargimento
del sangue. Così lo Spirito suscita in tutti i discepoli
di Cristo desiderio e attività, affinché tutti, nel modo
da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo
gregge sotto un solo Pastore. E per ottenere questo la
madre Chiesa non cessa di pregare, sperare e operare,
esortando i figli a purificarsi e rinnovarsi perché
l'immagine di Cristo risplenda più chiara sul volto della
Chiesa.
I non cristiani e la Chiesa
16. Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto
il Vangelo, anch'essi in vari modi sono ordinati al popolo
di Dio. In primo luogo quel popolo al quale furono-dati i
testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo
la carne (cfr. Rm 9,4-5), popolo molto amato in ragione
della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la
chiamata di Dio sono irrevocabili (cfr. Rm 11,28-29). Ma
il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che
riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i
musulmani, i quali, professando di avere la fede di
Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che
giudicherà gli uomini nel giorno finale. Dio non e neppure
lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre
e sotto le immagini, poiché egli dà a tutti la vita e il
respiro e ogni cosa (cfr At 1,7,25-26), e come Salvatore
vuole che tutti gli uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2,4).
Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di
Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano
sinceramente Dio e coll'aiuto della grazia si sforzano di
compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta
attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire
la salvezza eterna. Né la divina Provvidenza nega gli
aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora
arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio,
ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre
una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si
trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una
preparazione ad accogliere il Vangelo e come dato da colui
che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita.
Ma molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno
errato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità
divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che
il Creatore (cfr. Rm 1,21 e 25), oppure, vivendo e morendo
senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione
finale. Perciò la Chiesa per promuovere la gloria di Dio e
la salute di tutti costoro, memore del comando del Signore
che dice: « Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc
16,15), mette ogni cura nell'incoraggiare e sostenere le
missioni.
Carattere missionario della Chiesa
17. Come infatti il Figlio è stato mandato dal Padre, così
ha mandato egli stesso gli apostoli (cfr. Gv 20,21)
dicendo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti,
battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto
vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni,
sino alla fine del mondo » (Mt 28,18-20). E questo solenne
comando di Cristo di annunziare la verità salvifica, la
Chiesa l'ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne
l'adempimento sino all'ultimo confine della terra (cfr. At
1,8). Essa fa quindi sue le parole dell'apostolo: «
Guai... a me se non predicassi! » (l Cor 9,16) e continua
a mandare araldi del Vangelo, fino a che le nuove Chiese
siano pienamente costituite e continuino a loro volta
l'opera di evangelizzazione. È spinta infatti dallo
Spirito Santo a cooperare perché sia compiuto il piano di
Dio, il quale ha costituito Cristo principio della
salvezza per il mondo intero. Predicando il Vangelo, la
Chiesa dispone coloro che l'ascoltano a credere e a
professare la fede, li dispone al battesimo, li toglie
dalla schiavitù dell'errore e li incorpora a Cristo per
crescere in lui mediante la carità finché sia raggiunta la
pienezza. Procura poi che quanto di buono si trova
seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e
culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma
sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio,
confusione del demonio e felicità dell'uomo. Ad ogni
discepolo di Cristo incombe il dovere di disseminare, per
quanto gli è possibile, la fede. Ma se ognuno può
conferire il battesimo ai credenti, è tuttavia ufficio del
sacerdote di completare l'edificazione del corpo col
sacrificio eucaristico, adempiendo le parole dette da Dio
per mezzo del profeta: « Da dove sorge il sole fin dove
tramonta, grande è il mio Nome tra le genti e in ogni
luogo si offre al mio Nome un sacrificio e un'offerta pura
». Così la Chiesa unisce preghiera e lavoro, affinché il
mondo intero in tutto il suo essere sia trasformato in
popolo di Dio, corpo mistico di Cristo e tempio dello
Spirito Santo, e in Cristo, centro di tutte le cose, sia
reso ogni onore e gloria al Creatore e Padre
dell'universo.
CAPITOLO III
COSTITUZIONE GERARCHICA DELLA CHIESA
E IN PARTICOLARE DELL'EPISCOPATO
Proemio
18. Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il
popolo di Dio, ha stabilito nella sua Chiesa vari
ministeri, che tendono al bene di tutto il corpo. I
ministri infatti che sono rivestiti di sacra potestà,
servono i loro fratelli, perché tutti coloro che
appartengono al popolo di Dio, e perciò hanno una vera
dignità cristiana, tendano liberamente e ordinatamente
allo stesso fine e arrivino alla salvezza. Questo santo
Sinodo, sull'esempio del Concilio Vaticano primo, insegna
e dichiara che Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato
la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli
stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20,21), e ha
voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero
nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli.
Affinché poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso,
prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui
stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile
dell'unità di fede e di comunione. Questa dottrina della
istituzione, della perpetuità, del valore e della natura
del sacro primato del romano Pontefice e del suo
infallibile magistero, il santo Concilio la propone di
nuovo a tutti i fedeli come oggetto certo di fede. Di più
proseguendo nel disegno incominciato, ha stabilito di
enunciare ed esplicitare la dottrina sui vescovi,
successori degli apostoli, i quali col successore di
Pietro, vicario di Cristo e capo visibile di tutta la
Chiesa, reggono la casa del Dio vivente.
L'istituzione dei dodici
19. Il Signore Gesù, dopo aver pregato il Padre, chiamò a
sé quelli che egli volle, e ne costituì dodici perché
stessero con lui e per mandarli a predicare il regno di
Dio (cfr. Mc 3,13-19; Mt 10,1-42); ne fece i suoi apostoli
(cfr. Lc 6,13) dando loro la forma di collegio, cioè di un
gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di
mezzo a loro (cfr. Gv 21 15-17). Li mandò prima ai figli
d'Israele e poi a tutte le genti (cfr. Rm 1,16) affinché,
partecipi del suo potere, rendessero tutti i popoli suoi
discepoli, li santificassero e governassero (cfr. Mt
28,16-20; Mc 16,15; Lc 24,45-48), diffondendo così la
Chiesa e, sotto la guida del Signore, ne fossero i
ministri e i pastori, tutti i giorni sino alla fine del
mondo (cfr. Mt 28,20). In questa missione furono
pienamente confermati il giorno di Pentecoste (cfr. At
2,1-36) secondo la promessa del Signore: « Riceverete una
forza, quella dello Spirito Santo che discenderà su di
voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la
Giudea e la Samaria, e sino alle estremità della terra »
(At 1,8). Gli apostoli, quindi, predicando dovunque il
Vangelo (cfr. Mc 16,20), accolto dagli uditori grazie
all'azione dello Spirito Santo, radunano la Chiesa
universale che il Signore ha fondato su di essi e
edificato sul beato Pietro, loro capo, con Gesù Cristo
stesso come pietra maestra angolare (cfr. Ap 21,14; Mt
16,18; Ef 2,20).
I vescovi, successori degli apostoli
20. La missione divina affidata da Cristo agli apostoli
durerà fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poiché
il Vangelo che essi devono predicare è per la Chiesa il
principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo
gli apostoli, in questa società gerarchicamente ordinata,
ebbero cura di istituire dei successori.
Infatti, non solo ebbero vari collaboratori nel ministero
ma perché la missione loro affidata venisse continuata
dopo la loro morte, affidarono, quasi per testamento, ai
loro immediati cooperatori l'ufficio di completare e
consolidare l'opera da essi incominciata raccomandando
loro di attendere a tutto il gregge nel quale lo Spirito
Santo li aveva posti a pascere la Chiesa di Dio (cfr. At
20,28). Perciò si scelsero di questi uomini e in seguito
diedero disposizione che dopo la loro morte altri uomini
subentrassero al loro posto Fra i vari ministeri che fin
dai primi tempi si esercitano nella Chiesa, secondo la
testimonianza della tradizione, tiene il primo posto
l'ufficio di quelli che costituiti nell'episcopato, per
successione che decorre ininterrotta fin dalle origini
sono i sacramenti attraverso i quali si trasmette il seme
apostolico. Così, come attesta S. Ireneo, per mezzo di
coloro che gli apostoli costituirono vescovi e dei loro
successori fino a noi, la tradizione apostolica in tutto
il mondo è manifestata e custodita .
I vescovi dunque hanno ricevuto il ministero della
comunità per esercitarlo con i loro collaboratori,
sacerdoti e diaconi. Presiedono in luogo di Dio al gregge
di cui sono pastori quali maestri di dottrina, sacerdoti
del sacro culto, ministri del governo della Chiesa. Come
quindi è permanente l'ufficio dal Signore concesso
singolarmente a Pietro, il primo degli apostoli, e da
trasmettersi ai suoi successori, cosi è permanente
l'ufficio degli apostoli di pascere la Chiesa, da
esercitarsi in perpetuo dal sacro ordine dei vescovi.
Perciò il sacro Concilio insegna che i vescovi per divina
istituzione sono succeduti al posto degli apostoli quali
pastori della Chiesa, e che chi li ascolta, ascolta
Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che ha
mandato Cristo (cfr. Lc 10,16).
Sacramentalità dell'episcopato
21. Nella persona quindi dei vescovi, assistiti dai
sacerdoti, è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù
Cristo, pontefice sommo. Pur sedendo infatti alla destra
di Dio Padre, egli non cessa di essere presente alla
comunità dei suoi pontefici in primo luogo, per mezzo
dell'eccelso loro ministero, predica la parola di Dio a
tutte le genti e continuamente amministra ai credenti i
sacramenti della fede; per mezzo del loro ufficio paterno
(cfr. 1 Cor 4,15) integra nuove membra al suo corpo con la
rigenerazione soprannaturale; e infine, con la loro
sapienza e prudenza, dirige e ordina il popolo del Nuovo
Testamento nella sua peregrinazione verso l'eterna
beatitudine. Questi pastori, scelti a pascere il gregge
del Signore, sono ministri di Cristo e dispensatori dei
misteri di Dio (cfr. 1 Cor 4,1). Ad essi è stata affidata
la testimonianza al Vangelo della grazia di Dio (cfr. Rm
15,16; At 20,24) e il glorioso ministero dello Spirito e
della giustizia (cfr. 2 Cor 3,8-9).
Per compiere cosi grandi uffici, gli apostoli sono stati
arricchiti da Cristo con una effusione speciale dello
Spirito Santo disceso su loro (cfr. At 1,8; 2,4; Gv
20,22-23), ed essi stessi con la imposizione delle mani
diedero questo dono spirituale ai loro collaboratori (cfr.
1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6-7), dono che è stato trasmesso fino a
noi nella consacrazione episcopale. Il santo Concilio
insegna quindi che con la consacrazione episcopale viene
conferita la pienezza del sacramento dell'ordine, quella
cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla
voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio,
realtà totale del sacro ministero. La consacrazione
episcopale conferisce pure, con l'ufficio di santificare,
gli uffici di insegnare e governare; questi però, per loro
natura, non possono essere esercitati se non nella
comunione gerarchica col capo e con le membra del
collegio. Dalla tradizione infatti, quale risulta
specialmente dai riti liturgici e dall'uso della Chiesa
sia d'Oriente che d'Occidente, consta chiaramente che
dall'imposizione delle mani e dalle parole della
consacrazione è conferita la grazia dello Spirito Santo ed
è impresso il sacro carattere in maniera tale che i
vescovi, in modo eminente e visibile, tengono il posto
dello stesso Cristo maestro, pastore e pontefice, e
agiscono in sua vece. È proprio dei vescovi assumere col
sacramento dell'ordine nuovi eletti nel corpo episcopale.
Il collegio dei vescovi e il suo capo
22. Come san Pietro e gli altri apostoli costituiscono,
per volontà del Signore, un unico collegio apostolico,
similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i
vescovi, successori degli apostoli, sono uniti tra loro.
Già l'antichissima disciplina, in virtù della quale i
vescovi di tutto il mondo vivevano in comunione tra loro e
col vescovo di Roma nel vincolo dell'unità, della carità e
della pace e parimenti la convocazione dei Concili per
decidere in comune di tutte le questioni più importanti
mediante una decisione che l'opinione dell'insieme
permetteva di equilibrare significano il carattere e la
natura collegiale dell'ordine episcopale, che risulta
manifestamente confermata dal fatto dei Concili ecumenici
tenuti lungo i secoli. La stessa è pure suggerita
dall'antico uso di convocare più vescovi per partecipare
all elevazione del nuovo eletto al ministero del sommo
sacerdozio. Uno è costituito membro del corpo episcopale
in virtù della consacrazione sacramentale e mediante la
comunione gerarchica col capo del collegio e con le sue
membra.
Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se
non lo si concepisce unito al Pontefice romano, successore
di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua
potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli.
Infatti il romano Pontefice, in forza tutta la Chiesa, ha
su questa una potestà piena, suprema e universale, che può
sempre esercitare liberamente. D'altra parte, l'ordine dei
vescovi, il quale succede al collegio degli apostoli nel
magistero e nel governo pastorale, anzi, nel quale si
perpetua il corpo apostolico, è anch'esso insieme col suo
capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il
soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa
sebbene tale potestà non possa essere esercitata se non
col consenso del romano Pontefice. Il Signore ha posto
solo Simone come pietra e clavigero della Chiesa (cfr. Mt
16,18-19), e lo ha costituito pastore di tutto il suo
gregge (cfr. Gv 21,15 ss); ma l'ufficio di legare e di
sciogliere, che è stato dato a Pietro (cfr. Mt 16,19), è
noto essere stato pure concesso al collegio degli
apostoli, congiunto col suo capo (cfr. Mt 18,18;
28,16-20). Questo collegio, in quanto composto da molti,
esprime la varietà e l'universalità del popolo di Dio; in
quanto poi è raccolto sotto un solo capo, significa
l'unità del gregge di Cristo. In esso i vescovi,
rispettando fedelmente il primato e la preminenza del loro
capo, esercitano la propria potestà per il bene dei loro
fedeli, anzi di tutta la Chiesa, mente lo Spirito Santo
costantemente consolida la sua struttura organica e la sua
concordia. La suprema potestà che questo collegio possiede
su tutta la Chiesa, è esercitata in modo solenne nel
Concilio ecumenico. Mai può esserci Concilio ecumenico,
che come tale non sia confermato o almeno accettato dal
successore di Pietro; ed è prerogativa del romano
Pontefice convocare questi Concili, presiederli e
confermarli. La stessa potestà collegiale insieme col papa
può essere esercitata dai vescovi sparsi per il mondo,
purché il capo del collegio li chiami ad agire
collegialmente, o almeno approvi o liberamente accetti
l'azione congiunta dei vescovi dispersi, così da risultare
un vero atto collegiale.
Le relazioni all'interno del collegio episcopale
23. L'unità collegiale appare anche nelle mutue relazioni
dei singoli vescovi con Chiese particolari e con la Chiesa
universale. Il romano Pontefice, quale successore di
Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento
dell'unità sia dei vescovi sia della massa dei fedeli. I
singoli vescovi, invece, sono il visibile principio e
fondamento di unità nelle loro Chiese particolari queste
sono formate ad immagine della Chiesa universale, ed è in
esse e a partire da esse che esiste la Chiesa cattolica
una e unica. Perciò i singoli vescovi rappresentano la
propria Chiesa, e tutti insieme col Papa rappresentano la
Chiesa universale in un vincolo di pace, di amore e di
unità. I singoli vescovi, che sono preposti a Chiese
particolari, esercitano il loro pastorale governo sopra la
porzione del popolo di Dio che è stata loro affidata, non
sopra le altre Chiese né sopra la Chiesa universale. Ma in
quanto membri del collegio episcopale e legittimi
successori degli apostoli, per istituzione e precetto di
Cristo sono tenuti ad avere per tutta la Chiesa una
sollecitudine che, sebbene non sia esercitata con atti di
giurisdizione, contribuisce sommamente al bene della
Chiesa universale. Tutti i vescovi, infatti, devono
promuovere e difendere l'unità della fede e la disciplina
comune all'insieme della Chiesa, formare i fedeli
all'amore per tutto il corpo mistico di Cristo,
specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle
che sono perseguitate a causa della giustizia (cfr. Mt
5,10), e infine promuovere ogni attività comune alla
Chiesa, specialmente nel procurare che la fede cresca e
sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità. Del
resto è certo che, reggendo bene la propria Chiesa come
una porzione della Chiesa universale, contribuiscono essi
stessi efficacemente al bene di tutto il corpo mistico,
che è pure il corpo delle Chiese.
La cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra
appartiene al corpo dei pastori, ai quali tutti, in
comune, Cristo diede il mandato, imponendo un comune
dovere, come già papa Celestino ricordava ai Padri del
Concilio Efesino. Quindi i singoli vescovi, per quanto lo
permette l'esercizio del particolare loro dovere, sono
tenuti a collaborare tra di loro e col successore di
Pietro, al quale in modo speciale fu affidato l'altissimo
ufficio di propagare il nome cristiano. Con tutte le forze
devono fornire alle missioni non solo gli operai della
messe, ma anche aiuti spirituali e materiali, sia da sé
direttamente, sia suscitando la fervida cooperazione dei
fedeli. I vescovi, infine, in universale comunione di
carità, offrano volentieri il loro fraterno aiuto alle
altre Chiese, specialmente alle più vicine e più povere,
seguendo in questo il venerando esempio dell'antica
Chiesa.
Per divina Provvidenza è avvenuto che varie Chiese, in
vari luoghi stabilite dagli apostoli e dai loro
successori, durante i secoli si sono costituite in vari
raggruppamenti, organicamente congiunti, i quali, salva
restando l'unità della fede e l'unica costituzione divina
della Chiesa universale, godono di una propria disciplina,
di un proprio uso liturgico, di un proprio patrimonio
teologico e spirituale. Alcune fra esse, soprattutto le
antiche Chiese patriarcali, quasi matrici della fede, ne
hanno generate altre a modo di figlie, colle quali restano
fino ai nostri tempi legate da un più stretto vincolo di
carità nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei
diritti e dei doveri. Questa varietà di Chiese locali
tendenti all'unità dimostra con maggiore evidenza la
cattolicità della Chiesa indivisa. In modo simile le
Conferenze episcopali possono oggi portare un molteplice e
fecondo contributo acciocché il senso di collegialità si
realizzi concretamente.
Il ministero episcopale
24. I vescovi, quali successori degli apostoli, ricevono
dal Signore, cui è data ogni potestà in cielo e in terra,
la missione d'insegnare a tutte le genti e di predicare il
Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per
mezzo della fede, del battesimo e dell'osservanza dei
comandamenti, ottengano la salvezza (cfr. Mt 28,18-20; Mc
16,15-16; At 26,17 ss). Per compiere questa missione,
Cristo Signore promise agli apostoli lo Spirito Santo e il
giorno di Pentecoste lo mandò dal cielo, perché con la sua
forza essi gli fossero testimoni fino alla estremità della
terra, davanti alle nazioni e ai popoli e ai re (cfr. At
1,8; 2,1 ss; 9,15). L'ufficio poi che il Signore affidò ai
pastori del suo popolo, è un vero servizio, che nella
sacra Scrittura è chiamato significativamente « diaconia
», cioè ministero (cfr. At 1,17 e 25; 21,19; Rm 11,13; 1
Tm 1,12).
La missione canonica dei vescovi può essere data per mezzo
delle legittime consuetudini, non revocate dalla suprema e
universale potestà della Chiesa, o per mezzo delle leggi
fatte dalla stessa autorità o da essa riconosciute, oppure
direttamente dallo stesso successore di Pietro; se questi
rifiuta o nega la comunione apostolica, i vescovi non
possono essere assunti all'ufficio.
La funzione d'insegnamento dei vescovi
25. Tra i principali doveri dei vescovi eccelle la
predicazione del Vangelo. I vescovi, infatti, sono gli
araldi della fede che portano a Cristo nuovi discepoli;
sono dottori autentici, cioè rivestiti dell'autorità di
Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da
credere e da applicare nella pratica della vita, la
illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori
dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (cfr. Mt
13,52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere
lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano (cfr.
2 Tm 4,1-4) . I vescovi che insegnano in comunione col
romano Pontefice devono essere da tutti ascoltati con
venerazione quali testimoni della divina e cattolica
verità; e i fedeli devono accettare il giudizio dal loro
vescovo dato a nome di Cristo in cose di fede e morale, e
dargli l'assenso religioso del loro spirito. Ma questo
assenso religioso della volontà e della intelligenza lo si
deve in modo particolare prestare al magistero autentico
del romano Pontefice, anche quando non parla « ex cathedra
». Ciò implica che il suo supremo magistero sia accettato
con riverenza, e che con sincerità si aderisca alle sue
affermazioni in conformità al pensiero e in conformità
alla volontà di lui manifestatasi che si possono dedurre
in particolare dal carattere dei documenti, o
dall'insistenza nel proporre una certa dottrina, o dalla
maniera di esprimersi.
Quantunque i vescovi, presi a uno a uno, non godano della
prerogativa dell'infallibilità, quando tuttavia, anche
dispersi per il mondo, ma conservando il vincolo della
comunione tra di loro e col successore di Pietro, si
accordano per insegnare autenticamente che una dottrina
concernente la fede e i costumi si impone in maniera
assoluta, allora esprimono infallibilmente la dottrina di
Cristo. La cosa è ancora più manifesta quando, radunati in
Concilio ecumenico, sono per tutta la Chiesa dottori e
giudici della fede e della morale; allora bisogna aderire
alle loro definizioni con l'ossequio della fede.
Questa infallibilità, della quale il divino Redentore
volle provveduta la sua Chiesa nel definire la dottrina
della fede e della morale, si estende tanto, quanto il
deposito della divina Rivelazione, che deve essere
gelosamente custodito e fedelmente esposto. Di questa
infallibilità il romano Pontefice, capo del collegio dei
vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando, quale
supremo pastore e dottore di tutti i fedeli che conferma
nella fede i suoi fratelli (cfr. Lc 22,32), sancisce con
atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la
morale. Perciò le sue definizioni giustamente sono dette
irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso
della Chiesa, essendo esse pronunziate con l'assistenza
dello Spirito Santo a lui promessa nella persona di san
Pietro, per cui non hanno bisogno di una approvazione di
altri, né ammettono appello alcuno ad altro giudizio. In
effetti allora il romano Pontefice pronunzia sentenza non
come persona privata, ma espone o difende la dottrina
della fede cattolica quale supremo maestro della Chiesa
universale, singolarmente insignito del carisma
dell'infallibilità della Chiesa stessa. L'infallibilità
promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale
quando esercita il supremo magistero col successore di
Pietro. A queste definizioni non può mai mancare l'assenso
della Chiesa, data l'azione dello stesso Spirito Santo che
conserva e fa progredire nell'unità della fede tutto il
gregge di Cristo.
Quando poi il romano Pontefice o il corpo dei vescovi con
lui esprimono una sentenza, la emettono secondo la stessa
Rivelazione, cui tutti devono attenersi e conformarsi,
Rivelazione che è integralmente trasmessa per scritto o
per tradizione dalla legittima successione dei vescovi e
specialmente a cura dello stesso Pontefice romano, e viene
nella Chiesa gelosamente conservata e fedelmente esposta
sotto la luce dello Spirito di verità. Perché poi sia
debitamente indagata ed enunziata in modo adatto, il
romano Pontefice e i vescovi nella coscienza del loro
ufficio e della gravità della cosa, prestano la loro
vigile opera usando i mezzi convenienti però non ricevono
alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al
deposito divino della fede.
La funzione di santificazione
26. Il vescovo, insignito della pienezza del sacramento
dell'ordine, è « l'economo della grazia del supremo
sacerdozio» specialmente nell'eucaristia, che offre egli
stesso o fa offrire e della quale la Chiesa continuamente
vive e cresce. Questa Chiesa di Cristo è veramente
presente nelle legittime comunità locali di fedeli, le
quali, unite ai loro pastori, sono anch'esse chiamate
Chiese nel Nuovo Testamento. Esse infatti sono, ciascuna
nel proprio territorio, il popolo nuovo chiamato da Dio
nello Spirito Santo e in una grande fiducia (cfr. 1 Ts
1,5). In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo
vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della
Cena del Signore, « affinché per mezzo della carne e del
sangue del Signore siano strettamente uniti tutti i
fratelli della comunità». In ogni comunità che partecipa
all'altare, sotto la sacra presidenza del vescovo viene
offerto il simbolo di quella carità e « unità del corpo
mistico, senza la quale non può esserci salvezza». In
queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e
disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si
costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Infatti « la partecipazione del corpo e del sangue di
Cristo altro non fa, se non che ci mutiamo in ciò che
riceviamo ».
Ogni legittima celebrazione dell'eucaristia è diretta dal
vescovo, al quale è demandato il compito di prestare e
regolare il culto della religione cristiana alla divina
Maestà, secondo i precetti del Signore e le leggi della
Chiesa, dal suo particolare giudizio ulteriormente
determinante per la propria diocesi. In questo modo i
vescovi, con la preghiera e il lavoro per il popolo, in
varie forme effondono abbondantemente la pienezza della
santità di Cristo. Col ministero della parola comunicano
la forza di Dio per la salvezza dei credenti (cfr. Rm
1,16), e con i sacramenti, dei quali con la loro autorità
organizzano la regolare e fruttuosa distribuzione
santificano i fedeli. Regolano l'amministrazione del
battesimo, col quale è concesso partecipare al regale
sacerdozio di Cristo. Sono i ministri originari della
confermazione, dispensatori degli ordini sacri e
moderatori della disciplina penitenziale, e con
sollecitudine esortano e istruiscono le loro popolazioni,
affinché nella liturgia e specialmente nel santo
sacrificio della messa compiano la loro parte con fede e
devozione. Devono, infine, coll'esempio della loro vita
aiutare quelli a cui presiedono, serbando i loro costumi
immuni da ogni male, e per quanto possono, con l'aiuto di
Dio mutandoli in bene, onde possano, insieme col gregge
loro affidato, giungere alla vita eterna.
La funzione di governo
27. I vescovi reggono le Chiese particolari a loro
affidate come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la
persuasione, l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra
potestà, della quale però non si servono se non per
edificare il proprio gregge nella verità e nella santità,
ricordandosi che chi è più grande si deve fare come il più
piccolo, e chi è il capo, come chi serve (cfr. Lc
22,26-27). Questa potestà, che personalmente esercitano in
nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata,
quantunque il suo esercizio sia in ultima istanza
sottoposto alla suprema autorità della Chiesa e, entro
certi limiti, in vista dell'utilità della Chiesa o dei
fedeli, possa essere ristretto. In virtù di questa potestà
i vescovi hanno il sacro diritto e davanti al Signore il
dovere di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare e di
regolare tutto quanto appartiene al culto e
all'apostolato.
Ad essi è pienamente affidato l'ufficio pastorale ossia
l'abituale e quotidiana cura del loro gregge; né devono
essere considerati vicari dei romani Pontefici, perché
sono rivestiti di autorità propria e con tutta verità sono
detti « sovrintendenti delle popolazioni » che governano.
La loro potestà quindi non è annullata dalla potestà
suprema e universale, ma anzi è da essa affermata,
corroborata e rivendicata, poiché è lo Spirito Santo che
conserva invariata la forma di governo da Cristo Signore
stabilita nella sua Chiesa.
Il vescovo, mandato dal padre di famiglia a governare la
sua famiglia, tenga innanzi agli occhi l'esempio del buon
Pastore, che è venuto non per essere servito ma per
servire (cfr. Mt 20,28; Mc 10,45) e dare la sua vita per
le pecore (cfr. Gv 10,11). Preso di mezzo agli uomini e
soggetto a debolezza, può benignamente compatire gli
ignoranti o gli sviati (cfr. Eb 5,1-2). Non rifugga
dall'ascoltare quelli che dipendono da lui, curandoli come
veri figli suoi ed esortandoli a cooperare alacremente con
lui. Dovendo render conto a Dio delle loro anime (cfr. Eb
13,17), abbia cura di loro con la preghiera, la
predicazione e ogni opera di carità; la sua sollecitudine
si estenda anche a quelli che non fanno ancor parte
dell'unico gregge e li consideri come affidatigli dal
Signore. Essendo egli, come l'apostolo Paolo, debitore a
tutti, sia pronto ad annunziare il Vangelo a tutti (cfr.
Rrn 1,14-15) e ad esortare i suoi fedeli all'attività
apostolica e missionaria. I fedeli poi devono aderire al
vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al
Padre, affinché tutte le cose siano concordi e unite 61 e
siano feconde per la gloria di Dio (cfr. 2 Cor 4,15).
I sacerdoti e i loro rapporti con Cristo, con i
vescovi, con i confratelli e con il popolo cristiano
28. Cristo, santificato e mandato nel mondo dal Padre (cfr.
Gv 10,36), per mezzo degli apostoli ha reso partecipi
della sua consacrazione e della sua missione i loro
successori, cioè i vescovi a loro volta i vescovi hanno
legittimamente affidato a vari membri della Chiesa, in
vario grado, l'ufficio del loro ministero. Così il
ministero ecclesiastico di istituzione divina viene
esercitato in diversi ordini, da quelli che già
anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi. I
presbiteri, pur non possedendo l'apice del sacerdozio e
dipendendo dai vescovi nell'esercizio della loro potestà,
sono tuttavia a loro congiunti nella dignità sacerdotale e
in virtù del sacramento dell'ordine ad immagine di Cristo,
sommo ed eterno sacerdote (cfr. Eb 5,1-10; 7,24; 9,11-28),
sono consacrati per predicare il Vangelo, essere i pastori
fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti
del Nuovo Testamento. Partecipi, nel loro grado di
ministero, dell'ufficio dell'unico mediatore, che è il
Cristo (cfr. 1 Tm 2,5) annunziano a tutti la parola di
Dio. Esercitano il loro sacro ministero soprattutto nel
culto eucaristico o sinassi, dove, agendo in persona di
Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono le preghiere
dei fedeli al sacrificio del loro capo e nel sacrificio
della messa rendono presente e applicano fino alla venuta
del Signore (cfr. 1 Cor 11,26), l'unico sacrificio del
Nuovo Testamento, quello cioè di Cristo, il quale una
volta per tutte offrì se stesso al Padre quale vittima
immacolata (cfr. Eb 9,11-28). Esercitano inoltre il
ministero della riconciliazione e del conforto a favore
dei fedeli penitenti o ammalati e portano a Dio Padre le
necessità e le preghiere dei fedeli (cfr. Eb 5,1-4).
Esercitando, secondo la loro parte di autorità, l'ufficio
di Cristo, pastore e capo, raccolgono la famiglia di Dio,
quale insieme di fratelli animati da un solo spirito, per
mezzo di Cristo nello Spirito li portano al Padre e in
mezzo al loro gregge lo adorano in spirito e verità (cfr.
Gv 4,24). Si affaticano inoltre nella predicazione e
nell'insegnamento (cfr. 1 Tm 5,17), credendo ciò che hanno
letto e meditato nella legge del Signore, insegnando ciò
che credono, vivendo ciò che insegnano.
I sacerdoti, saggi collaboratori dell'ordine episcopale e
suo aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di
Dio, costituiscono col loro vescovo un solo presbiterio
sebbene destinato a uffici diversi. Nelle singole comunità
locali di fedeli rendono in certo modo presente il
vescovo, cui sono uniti con cuore confidente e generoso,
ne assumono secondo il loro grado, gli uffici e la
sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana.
Essi, sotto l'autorità del vescovo, santificano e
governano la porzione di gregge del Signore loro affidata,
nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e
portano un grande contributo all'edificazione di tutto il
corpo mistico di Cristo (cfr. Ef 4,12). Sempre intenti al
bene dei figli di Dio, devono mettere il loro zelo nel
contribuire al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi
di tutta la Chiesa. In ragione di questa loro
partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro apostolico del
vescovo, i sacerdoti riconoscano in lui il loro padre e
gli obbediscano con rispettoso amore. Il vescovo, poi,
consideri i sacerdoti, i suoi cooperatori, come figli e
amici così come il Cristo chiama i suoi discepoli non
servi, ma amici (cfr. Gv 15,15). Per ragione quindi
dell'ordine e del ministero, tutti i sacerdoti sia
diocesani che religiosi, sono associati al corpo
episcopale e, secondo la loro vocazione e grazia, servono
al bene di tutta la Chiesa.
In virtù della comunità di ordinazione e missione tutti i
sacerdoti sono fra loro legati da un'intima fraternità,
che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel
mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e
personale, nelle riunioni e nella comunione di vita, di
lavoro e di carità.
Abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che
hanno spiritualmente generato col battesimo e
l'insegnamento (cfr. 1 Cor 4,15; 1 Pt 1,23). Divenuti
spontaneamente modelli del gregge (cfr. 1 Pt 5,3)
presiedano e servano la loro comunità locale, in modo che
questa possa degnamente esser chiamata col nome di cui è
insignito l'unico popolo di Dio nella sua totalità, cioè
Chiesa di Dio (cfr. 1 Cor 1,2; 2 Cor 1,1). Si ricordino
che devono, con la loro quotidiana condotta e con la loro
sollecitudine, presentare ai fedeli e infedeli, cattolici
e non cattolici, l'immagine di un ministero veramente
sacerdotale e pastorale, e rendere a tutti la
testimonianza della verità e della vita; e come buoni
pastori ricercare anche quelli (cfr. Lc 15,4-7) che,
sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno
abbandonato la pratica dei sacramenti o persino la fede.
Siccome oggigiorno l'umanità va sempre più organizzandosi
in una unità civile, economica e sociale, tanto più
bisogna che i sacerdoti, consociando il loro zelo e il
loro lavoro sotto la guida dei vescovi e del sommo
Pontefice, eliminino ogni causa di dispersione, affinché
tutto il genere umano sia ricondotto all'unità della
famiglia di Dio.
I diaconi
29. In un grado inferiore della gerarchia stanno i
diaconi, ai quali sono imposte le mani « non per il
sacerdozio, ma per il servizio ». Infatti, sostenuti dalla
grazia sacramentale, nella « diaconia » della liturgia,
della predicazione e della carità servono il popolo di
Dio, in comunione col vescovo e con il suo presbiterio. È
ufficio del diacono, secondo le disposizioni della
competente autorità, amministrare solennemente il
battesimo, conservare e distribuire l'eucaristia,
assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa,
portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra
Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo,
presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli,
amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre e
alla sepoltura. Essendo dedicati agli uffici di carità e
di assistenza, i diaconi si ricordino del monito di S.
Policarpo: « Essere misericordiosi, attivi, camminare
secondo la verità del Signore, il quale si è fatto servo
di tutti ».
E siccome questi uffici, sommamente necessari alla vita
della Chiesa, nella disciplina oggi vigente della Chiesa
latina in molte regioni difficilmente possono essere
esercitati, il diaconato potrà in futuro essere
ristabilito come proprio e permanente grado della
gerarchia. Spetterà poi alla competenza dei raggruppamenti
territoriali dei vescovi, nelle loro diverse forme, di
decidere, con l'approvazione dello stesso sommo Pontefice,
se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti
per la cura delle anime. Col consenso del romano Pontefice
questo diaconato potrà essere conferito a uomini di età
matura anche viventi nel matrimonio, e così pure a dei
giovani idonei, per i quali però deve rimanere ferma la
legge del celibato.
CAPITOLO IV
I LAICI
I laici nella Chiesa
30. Il santo Concilio, dopo aver illustrati gli uffici
della gerarchia, con piacere rivolge il pensiero allo
stato di quei fedeli che si chiamano laici. Sebbene quanto
fu detto del popolo di Dio sia ugualmente diretto ai
laici, ai religiosi e al clero, ai laici tuttavia, sia
uomini che donne, per la loro condizione e missione,
appartengono in particolare alcune cose, i fondamenti
delle quali, a motivo delle speciali circostanze del
nostro tempo, devono essere più accuratamente ponderati. I
sacri pastori, infatti, sanno benissimo quanto i laici
contribuiscano al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non
essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli
tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso
il mondo, ma che il loro eccelso ufficio consiste nel
comprendere la loro missione di pastori nei confronti dei
fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi propri a
questi, in maniera tale che tutti concordemente cooperino,
nella loro misura, al bene comune. Bisogna infatti che
tutti « mediante la pratica di una carità sincera,
cresciamo in ogni modo verso colui che è il capo, Cristo;
da lui tutto il corpo, ben connesso e solidamente
collegato, attraverso tutte le giunture di comunicazione,
secondo l'attività proporzionata a ciascun membro, opera
il suo accrescimento e si va edificando nella carità» (Ef
4,15-16).
Natura e missione dei laici
31. Col nome di laici si intende qui l'insieme dei
cristiani ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e
dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè,
che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo
e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi
partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di
Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel
mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.
Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici.
Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora
possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche
esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro
speciale vocazione sono destinati principalmente e
propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col
loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il
mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo
spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio
dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo,
cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del
mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e
sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi
sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a
modo di fermento, alla santificazione del mondo
esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello
spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo
agli altri principalmente con la testimonianza della loro
stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro
speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di
illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali
sono strettamente legati, in modo che siano fatte e
crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode
al Creatore e Redentore.
Dignità dei laici nel popolo di Dio
32. La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata
e diretta con mirabile varietà. «A quel modo, infatti, che
in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non
hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme
formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano
membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).
Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un
solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5);
comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione
in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la
vocazione alla perfezione; non c'è che una sola salvezza,
una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna
ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo
alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso,
poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo
né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno
in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11).
Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa
via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno
ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella
giustizia di Dio (cfr. 2 Pt 1,1). Quantunque alcuni per
volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori
dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra
tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e
all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo
di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra i
sacri ministri e il resto del popolo di Dio comporta in sé
unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra di
loro da una comunità di rapporto: che i pastori della
Chiesa sull'esempio di Cristo sono a servizio gli uni
degli altri e a servizio degli altri fedeli, e questi a
loro volta prestano volenterosi la loro collaborazione ai
pastori e ai maestri. Così, nella diversità stessa, tutti
danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di
Cristo: poiché la stessa diversità di grazie, di ministeri
e di operazioni raccoglie in un tutto i figli di Dio, dato
che « tutte queste cose opera... un unico e medesimo
Spirito» (1 Cor 12,11).
I laici quindi, come per benevolenza divina hanno per
fratello Cristo, il quale, pur essendo Signore di tutte le
cose, non è venuto per essere servito, ma per servire (cfr.
Mt 20,28), così anche hanno per fratelli coloro che, posti
nel sacro ministero, insegnando e santificando e reggendo
per autorità di Cristo, svolgono presso la famiglia di Dio
l'ufficio di pastori, in modo che sia da tutti adempito il
nuovo precetto della carità. A questo proposito dice molto
bene sant'Agostino: « Se mi spaventa l'essere per voi, mi
rassicura l'essere con voi. Perché per voi sono vescovo,
con voi sono cristiano. Quello è nome di ufficio, questo
di grazia; quello è nome di pericolo, questo di salvezza
».
L'apostolato dei laici
33. I laici, radunati nel popolo di Dio e costituiti
nell'unico corpo di Cristo sotto un solo capo, sono
chiamati chiunque essi siano, a contribuire come membra
vive, con tutte le forze ricevute dalla bontà del Creatore
e dalla grazia del Redentore, all'incremento della Chiesa
e alla sua santificazione permanente.
L'apostolato dei laici è quindi partecipazione alla
missione salvifica stessa della Chiesa; a questo
apostolato sono tutti destinati dal Signore stesso per
mezzo del battesimo e della confermazione. Dai sacramenti
poi, e specialmente dalla sacra eucaristia, viene
comunicata e alimentata quella carità verso Dio e gli
uomini che è l'anima di tutto l'apostolato. Ma i laici
sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la
Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa
non può diventare sale della terra se non per loro mezzo.
Così ogni laico, in virtù dei doni che gli sono stati
fatti, è testimonio e insieme vivo strumento della stessa
missione della Chiesa « secondo la misura del dono del
Cristo » (Ef 4,7).
Oltre a questo apostolato, che spetta a tutti i fedeli
senza eccezione, i laici possono anche essere chiamati in
diversi modi a collaborare più immediatamente con
l'apostolato della gerarchia a somiglianza di quegli
uomini e donne che aiutavano l'apostolo Paolo
nell'evangelizzazione, faticando molto per il Signore (cfr.
Fil 4,3; Rm 16,3 ss). Hanno inoltre la capacità per essere
assunti dalla gerarchia ad esercitare, per un fine
spirituale, alcuni uffici ecclesiastici.
Grava quindi su tutti i laici il glorioso peso di
lavorare, perché il disegno divino di salvezza raggiunga
ogni giorno più tutti gli uomini di tutti i tempi e di
tutta la terra. Sia perciò loro aperta qualunque via
affinché, secondo le loro forze e le necessità dei tempi,
anch'essi attivamente partecipino all'opera salvifica
della Chiesa.
Partecipazione dei laici al sacerdozio comune
34. Il sommo ed eterno sacerdote Gesù Cristo, volendo
continuare la sua testimonianza e il suo ministero anche
attraverso i laici, li vivifica col suo Spirito e
incessantemente li spinge ad ogni opera buona e perfetta.
A coloro infatti che intimamente congiunge alla sua vita e
alla sua missione, concede anche di aver parte al suo
ufficio sacerdotale per esercitare un culto spirituale, in
vista della glorificazione di Dio e della salvezza degli
uomini. Perciò i laici, essendo dedicati a Cristo e
consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile
chiamati e istruiti per produrre frutti dello Spirito
sempre più abbondanti. Tutte infatti le loro attività,
preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e
familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e
corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le
molestie della vita, se sono sopportate con pazienza,
diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù
Cristo (cfr. 1 Pt 2,5); nella celebrazione dell'eucaristia
sono in tutta pietà presentate al Padre insieme
all'oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici,
in quanto adoratori dovunque santamente operanti,
consacrano a Dio il mondo stesso.
Partecipazione dei laici alla funzione profetica del
Cristo
35. Cristo, il grande profeta, il quale con la
testimonianza della sua vita e con la potenza della sua
parola ha proclamato il regno del Padre, adempie il suo
ufficio profetico fino alla piena manifestazione della
gloria, non solo per mezzo della gerarchia, che insegna in
nome e con la potestà di lui, ma anche per mezzo dei
laici, che perciò costituisce suoi testimoni provvedendoli
del senso della fede e della grazia della parola (cfr. At
2,17-18; Ap 19,10), perché la forza del Vangelo risplenda
nella vita quotidiana, familiare e sociale. Essi si
mostrano figli della promessa quando, forti nella fede e
nella speranza, mettono a profitto il tempo presente (cfr.
Ef 5,16; Col 4,5) e con pazienza aspettano la gloria
futura (cfr. Rm 8,25). E questa speranza non devono
nasconderla nel segreto del loro cuore, ma con una
continua conversione e lotta «contro i dominatori di
questo mondo tenebroso e contro gli spiriti maligni» (Ef
6,12), devono esprimerla anche attraverso le strutture
della vita secolare.
Come i sacramenti della nuova legge, alimento della vita e
dell'apostolato dei fedeli, prefigurano un cielo nuovo e
una nuova terra (cfr. Ap 21,1), così i laici diventano
araldi efficaci della fede in ciò che si spera (cfr. Eb
11,1), se senza incertezze congiungono a una vita di fede
la professione di questa stessa fede. Questa
evangelizzazione o annunzio di Cristo fatto con la
testimonianza della vita e con la parola acquista una
certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto
che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo.
In questo ordine di funzioni appare di grande valore
quello stato di vita che è santificato da uno speciale
sacramento: la vita matrimoniale e familiare. L'esercizio
e scuola per eccellenza di apostolato dei laici si ha là
dove la religione cristiana permea tutta l'organizzazione
della vita e ogni giorno più la trasforma. Là i coniugi
hanno la propria vocazione: essere l'uno all'altro e ai
figli testimoni della fede e dell'amore di Cristo. La
famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo
le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della
vita beata. Così, col suo esempio e con la sua
testimonianza, accusa il mondo di peccato e illumina
quelli che cercano la verità.
I laici quindi, anche quando sono occupati in cure
temporali, possono e devono esercitare una preziosa azione
per l'evangelizzazione del mondo. Alcuni di loro, in
mancanza di sacri ministri o essendo questi impediti in
regime di persecuzione, suppliscono alcuni uffici sacri
secondo le proprie possibilità; altri, più numerosi,
spendono tutte le loro forze nel lavoro apostolico:
bisogna tuttavia che tutti cooperino all estensione e al
progresso del regno di Cristo nel mondo. Perciò i laici si
applichino con diligenza all approfondimento della verità
rivelata e domandino insistentemente a Dio il dono della
sapienza.
Partecipazione dei laici al servizio regale
36. Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perciò
esaltato dal Padre (cfr. Fil 2,8-9), è entrato nella
gloria del suo regno; a lui sono sottomesse tutte le cose,
fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le
creature, affinché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1 Cor
15,27-28). Questa potestà egli l'ha comunicata ai
discepoli, perché anch'essi siano costituiti nella libertà
regale e con l'abnegazione di sé e la vita santa vincano
in se stessi il regno del peccato anzi, servendo il Cristo
anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i loro
fratelli al Re, servire i1 quale è regnare. Il Signore
infatti desidera estendere il suo regno anche per mezzo
dei fedeli laici: i1 suo regno che è regno « di verità e
di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia,
di amore e di pace » e in questo regno anche le stesse
creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione
per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio (cfr.
Rm 8,21). Grande veramente è la promessa, grande il
comandamento dato ai discepoli: « Tutto è vostro, ma voi
siete di Cristo, e Cristo è di Dio » (1 Cor 3,23).
I fedeli perciò devono riconoscere la natura profonda di
tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione
alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda a una vita più
santa anche con opere propriamente secolari, affinché il
mondo si impregni dello spirito di Cristo e raggiunga più
efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e
nella pace. Nel compimento universale di questo ufficio, i
laici hanno il posto di primo piano. Con la loro
competenza quindi nelle discipline profane e con la loro
attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo,
portino efficacemente l'opera loro, affinché i beni
creati, secondo i fini del Creatore e la luce del suo
Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla
tecnica e dalla cultura civile per l'utilità di tutti gli
uomini senza eccezione, e siano tra loro più
convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura,
portino al progresso universale nella libertà umana e
cristiana. Così Cristo per mezzo dei membri della Chiesa
illuminerà sempre di più l'intera società umana con la sua
luce che salva.
Inoltre i laici, anche consociando le forze, risanino le
istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che
provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi
alle norme della giustizia e, anziché ostacolare,
favoriscano l'esercizio delle virtù. Così agendo
impregneranno di valore morale la cultura e le opere
umane. In questo modo il campo del mondo si trova meglio
preparato per accogliere il seme della parola divina, e
insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe, per
permettere che l'annunzio della pace entri nel mondo.
Per l'economia stessa della salvezza imparino i fedeli a
ben distinguere tra i diritti e i doveri, che loro
incombono in quanto membri della Chiesa, e quelli che
competono loro in quanto membri della società umana.
cerchino di metterli in armonia fra loro, ricordandosi che
in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla
coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana,
neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al
comando di Dio. Nel nostro tempo è sommamente necessario
che questa distinzione e questa armonia risplendano nel
modo più chiaro possibile nella maniera di agire dei
fedeli, affinché la missione della Chiesa possa più
pienamente rispondere alle particolari condizioni del
mondo moderno. Come infatti si deve riconoscere che la
città terrena, legittimamente dedicata alle cure secolari,
è retta da propri principi, così a ragione è rigettata 1
infausta dottrina che pretende di costruire la società
senza alcuna considerazione per la religione e impugna ed
elimina la libertà religiosa dei cittadini.
I laici e la gerarchia
37. I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di
ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni
spirituali della Chiesa, soprattutto gli aiuti della
parola di Dio e dei sacramenti; ad essi quindi manifestino
le loro necessità e i loro desideri con quella libertà e
fiducia che si addice ai figli di Dio e ai fratelli in
Cristo. Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui
godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di
far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene
della Chiesa. Se occorre, lo facciano attraverso gli
organi stabiliti a questo scopo dalla Chiesa, e sempre con
verità, fortezza e prudenza, con rispetto e carità verso
coloro che, per ragione del loro sacro ufficio,
rappresentano Cristo. I laici, come tutti i fedeli, con
cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i
pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono in
nome del loro magistero e della loro autorità nella
Chiesa, seguendo in ciò l'esempio di Cristo, il quale con
la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli
uomini la via beata della libertà dei figli di Dio. Né
tralascino di raccomandare a Dio con le preghiere i loro
superiori, affinché, dovendo questi vegliare sopra le
nostre anime come persone che ne dovranno rendere conto,
lo facciano con gioia e non gemendo (cfr. Eb 13,17).
I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la
dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si
servano volentieri del loro prudente consiglio, con
fiducia affidino loro degli uffici in servizio della
Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li
incoraggino perché intraprendano delle opere anche di
propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno
affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri
proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano
quella giusta libertà, che a tutti compete nella città
terrestre.
Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si
devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo
modo infatti si afferma nei laici il senso della propria
responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze
più facilmente vengono associate all'opera dei pastori. E
questi, aiutati dall'esperienza dei laici, possono
giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose
spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di
tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua
missione per la vita del mondo.
Conclusione
38. Ogni laico deve essere davanti al mondo un testimone
della risurrezione e della vita del Signore Gesù e un
segno del Dio vivo. Tutti insieme, e ognuno per la sua
parte, devono nutrire il mondo con i frutti spirituali (cfr.
Gal 5,22) e in esso diffondere lo spirito che anima i
poveri, miti e pacifici, che il Signore nel Vangelo
proclamò beati (cfr. Mt 5,3-9). In una parola: « ciò che
l'anima è nel corpo, questo siano i cristiani nel mondo ».
CAPITOLO V
UNIVERSALE VOCAZIONE ALLA SANTITÀ NELLA CHIESA
La santità nella Chiesa
39. La Chiesa, il cui mistero è esposto dal sacro
Concilio, è agli occhi della fede indefettibilmente santa.
Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo
Spirito è proclamato « il solo Santo », amò la Chiesa come
sua sposa e diede se stesso per essa, al fine di
santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l'ha unita a sé come suo
corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la
gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che
appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa,
sono chiamati alla santità, secondo le parole
dell'Apostolo: « Sì, ciò che Dio vuole è la vostra
santificazione » (1 Ts 4,3; cfr. Ef 1,4). Orbene, questa
santità della Chiesa costantemente si manifesta e si deve
manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce
nei fedeli; si esprime in varie forme in ciascuno di
quelli che tendono alla carità perfetta nella linea
propria di vita ed edificano gli altri; e in un modo tutto
suo proprio si manifesta nella pratica dei consigli che si
sogliono chiamare evangelici. Questa pratica dei consigli,
abbracciata da molti cristiani per impulso dello Spirito
Santo, sia a titolo privato, sia in una condizione o stato
sanciti nella Chiesa, porta e deve portare nel mondo una
luminosa testimonianza e un esempio di questa santità.
Vocazione universale alla santità
40. Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni
perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di
qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita,
di cui egli stesso è autore e perfezionatore: «Siate
dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste» (Mt
5,48). Mandò infatti a tutti lo Spirito Santo, che li
muova internamente ad amare Dio con tutto il cuore, con
tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr
Mc 12,30), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro
(cfr. Gv 13,34; 15,12). I seguaci di Cristo, chiamati da
Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo
disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro
Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti
veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina,
e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l'aiuto
di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la
santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l'Apostolo che
vivano « come si conviene a santi » (Ef 5,3), si rivestano
«come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di
sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di
dolcezza e di pazienza » (Col 3,12) e portino i frutti
dello Spirito per la loro santificazione (cfr. Gal 5,22;
Rm 6,22). E poiché tutti commettiamo molti sbagli (cfr. Gc
3,2), abbiamo continuamente bisogno della misericordia di
Dio e dobbiamo ogni giorno pregare: « Rimetti a noi i
nostri debiti » (Mt 6,12).
È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono
nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla
pienezza della vita cristiana e alla perfezione della
carità e che tale santità promuove nella stessa società
terrena un tenore di vita più umano. Per raggiungere
questa perfezione i fedeli usino le forze ricevute secondo
la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo
l'esempio di lui e diventati conformi alla sua immagine,
in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena
generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio
del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà
in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato
nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi.
Esercizio multiforme della santità
41. Nei vari generi di vita e nei vari compiti una unica
santità è coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di
Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adorando in
spirito e verità Dio Padre, camminano al seguito del
Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di
essere partecipi della sua gloria. Ognuno secondo i propri
doni e uffici deve senza indugi avanzare per la via della
fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo
della carità. In primo luogo i pastori del gregge di
Cristo devono, a immagine del sommo ed eterno sacerdote,
pastore e vescovo delle anime nostre, compiere con santità
e slancio, umiltà e forza il proprio ministero: esso, così
adempiuto, sarà anche per loro un eccellente mezzo di
santificazione. Chiamati per ricevere la pienezza del
sacerdozio, è loro data la grazia sacramentale affinché,
mediante la preghiera, il sacrificio e la predicazione,
mediante ogni forma di cura e di servizio episcopale,
esercitino un perfetto ufficio di carità pastorale non
temano di dare la propria vita per le pecorelle e, fattisi
modello del gregge (cfr. 1 Pt 5,3), aiutino infine con
l'esempio la Chiesa ad avanzare verso una santità ogni
giorno più grande.
I sacerdoti, a somiglianza dell'ordine dei vescovi, dei
quali formano la corona spirituale partecipando alla
grazia dell'ufficio di quelli per mezzo di Cristo, eterno
ed unico mediatore, mediante il quotidiano esercizio del
proprio ufficio crescano nell'amore di Dio e del prossimo,
conservino il vincolo della comunione sacerdotale,
abbondino in ogni bene spirituale e diano a tutti la viva
testimonianza di Dio emuli di quei sacerdoti che nel corso
dei secoli, in un servizio spesso umile e nascosto, hanno
lasciato uno splendido esempio di santità. La loro lode
risuona nella Chiesa di Dio. Pregando e offrendo il
sacrificio, com'è loro dovere, per il loro popolo e per
tutto il popolo di Dio, cosciente di ciò che fanno e
confermandosi ai misteri che compiono anziché essere
ostacolati dalle cure apostoliche, dai pericoli e dalle
tribolazioni, ascendano piuttosto per mezzo dì esse ad una
maggiore santità, nutrendo e dando slancio con
l'abbondanza della contemplazione alla propria attività,
per il conforto di tutta la Chiesa di Dio. Tutti i
sacerdoti e specialmente quelli che, a titolo particolare
della loro ordinazione, portano il nome di sacerdoti
diocesani, ricordino quanto contribuiscano alla loro
santificazione la fedele unione e la generosa cooperazione
col loro vescovo.
Alla missione e alla grazia del supremo Sacerdote
partecipano in modo proprio anche i ministri di ordine
inferiore; e prima di tutto i diaconi, i quali, servendo i
misteri di Dio e della Chiesa devono mantenersi puri da
ogni vizio, piacere a Dio e studiarsi di fare ogni genere
di opere buone davanti agli uomini (cfr. 1 Tm 3,8-10; e
12-13). I chierici che, chiamati dal Signore e separati
per aver parte con lui, sotto la vigilanza dei pastori si
preparano alle funzioni di sacri ministri, sono tenuti a
conformare le loro menti e i loro cuori a una così eccelsa
vocazione; assidui nell'orazione, ferventi nella carità,
intenti a quanto è vero, giusto e onorevole, facendo tutto
per la gloria e l'onore di Dio. A questi bisogna
aggiungere quei laici scelti da Dio, i quali sono chiamati
dal vescovo, perché si diano più completamente alle opere
apostoliche, e nel campo del Signore lavorano con molto
frutto.
I coniugi e i genitori cristiani, seguendo la loro propria
via, devono sostenersi a vicenda nella fedeltà dell'amore
con l'aiuto della grazia per tutta la vita, e istruire
nella dottrina cristiana e nelle virtù evangeliche la
prole, che hanno amorosamente accettata da Dio. Così
infatti offrono a tutti l'esempio di un amore instancabile
e generoso, edificando la carità fraterna e diventano
testimoni e cooperatori della fecondità della madre
Chiesa, in segno e partecipazione di quell'amore, col
quale Cristo amò la sua sposa e si è dato per lei. Un
simile esempio è offerto in altro modo dalle persone
vedove e celibatarie, le quali pure possono contribuire
non poco alla santità e alla operosità della Chiesa.
Quelli poi che sono dediti a lavori spesso faticosi,
devono con le opere umane perfezionare se stessi, aiutare
i concittadini e far progredire tutta la società e la
creazione verso uno stato migliore; devono infine, con
carità operosa, imitare Cristo, le cui mani si
esercitarono in lavori manuali e il quale sempre opera col
Padre alla salvezza di tutti, in ciò animati da una
gioiosa speranza, aiutandosi gli uni gli altri a portare i
propri fardelli, ascendendo mediante il lavoro quotidiano
a una santità sempre più alta, santità che sarà anche
apostolica.
Sappiano che sono pure uniti in modo speciale a Cristo
sofferente per la salute del mondo quelli che sono
oppressi dalla povertà, dalla infermità, dalla malattia e
dalle varie tribolazioni, o soffrono persecuzioni per la
giustizia: il Signore nel Vangelo li ha proclamati beati,
e « il Dio... di ogni grazia, che ci ha chiamati
all'eterna sua gloria in Cristo Gesù, dopo un po' di
patire, li condurrà egli stesso a perfezione e li renderà
stabili e sicuri» (1 Pt 5,10).
Tutti quelli che credono in Cristo saranno quindi ogni
giorno più santificati nelle condizioni, nei doveri o
circostanze che sono quelle della loro vita, e per mezzo
di tutte queste cose, se le ricevono con fede dalla mano
del Padre celeste e cooperano con la volontà divina,
manifestando a tutti, nello stesso servizio temporale, la
carità con la quale Dio ha amato il mondo.
Vie e mezzi di santità
42. « Dio è amore e chi rimane nell'amore, rimane in Dio e
Dio in lui » (1 Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei
nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato
(cfr. Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la
carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il
prossimo per amore di lui. Ma perché la carità, come buon
seme, cresca e nidifichi, ogni fedele deve ascoltare
volentieri la parola di Dio e con l'aiuto della sua grazia
compiere con le opere la sua volontà, partecipare
frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'eucaristia,
e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla
preghiera, all'abnegazione di se stesso, all'attivo
servizio dei fratelli e all'esercizio di tutte le virtù.
La carità infatti, quale vincolo della perfezione e
compimento della legge (cfr. Col 3,14; Rm 13,10), regola
tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li
conduce al loro fine. Perciò il vero discepolo di Cristo è
contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo.
Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità
dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di
colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv
3,16; Gv 15,13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni
cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre,
a rendere questa massima testimonianza d'amore davanti
agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò
il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo
maestro che liberamente accetta la morte per la salute del
mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione
del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e
suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti
però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli
uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le
persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa.
Parimenti la santità della Chiesa è favorita in modo
speciale dai molteplici consigli che il Signore nel
Vangelo propone all'osservanza dei suoi discepoli. Tra
essi eccelle il prezioso dono della grazia divina, dato
dal Padre ad alcuni (cfr, Mt 19,11; 1 Cor 7,7), di
consacrarsi, più facilmente e senza divisione del cuore (cfr.
1 Cor 7,7), a Dio solo nella verginità o nel celibato.
Questa perfetta continenza per il regno dei cieli è sempre
stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, quale segno
e stimolo della carità e speciale sorgente di fecondità
spirituale nel mondo.
La Chiesa ripensa anche al monito dell'Apostolo, il quale
incitando i fede]i alla carità, ]i esorta ad avere in sé
gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale
« spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo...
facendosi obbediente fino alla morte » (Fil 2,7-8), e per
noi «da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9).
L'imitazione e la testimonianza di questa carità e umiltà
del Cristo si impongono ai discepoli in permanenza; per
questo la Chiesa, nostra madre, si rallegra di trovare nel
suo seno molti uomini e donne che seguono più da vicino
questo annientamento del Salvatore e più chiaramente lo
mostrano, abbracciando, nella libertà dei figli di Dio, la
povertà e rinunziando alla propria volontà: essi cioè per
amore di Dio, in ciò che riguarda la perfezione, si
sottomettono a una creatura umana al di là della stretta
misura del precetto, al fine di conformarsi più pienamente
a Cristo obbediente.
Tutti i fedeli del Cristo quindi sono invitati e tenuti a
perseguire la santità e la perfezione del proprio stato.
Perciò tutti si sforzino di dirigere rettamente i propri
affetti, affinché dall'uso delle cose di questo mondo e da
un attaccamento alle ricchezze contrario allo spirito
della povertà evangelica non siano impediti di tendere
alla carità perfetta; ammonisce infatti l'Apostolo: Quelli
che usano di questo mondo, non vi ci si arrestino, perché
passa la scena di questo mondo (cfr. 1 Cor 7,31 gr.).
CAPITOLO VI
I RELIGIOSI
I consigli evangelici nella Chiesa
43. I consigli evangelici della castità consacrata a Dio,
della povertà e dell'obbedienza, essendo fondati sulle
parole e sugli esempi del Signore e raccomandati dagli
apostoli, dai Padri e dai dottori e pastori della Chiesa,
sono un dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo
Signore e con la sua grazia sempre conserva. La stessa
autorità della Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo,
si è data cura di interpretarli, di regolarne la pratica e
anche di stabilire sulla loro base delle forme stabili di
vita. Avvenne quindi che, come un albero che si ramifica
in modi mirabili e molteplici nel campo del Signore a
partire da un germe seminato da Dio, si sviluppassero
varie forme di vita solitaria o comune e varie famiglie,
il cui capitale spirituale contribuisce al bene sia dei
membri di quelle famiglie, sia di tutto il corpo di
Cristo. Quelle famiglie infatti forniscono ai loro membri
gli aiuti di una maggiore stabilità nella loro forma di
vita, di una dottrina provata per il conseguimento della
perfezione, della comunione fraterna nella milizia di
Cristo, di una libertà corroborata dall'obbedienza, così
che possano adempiere con sicurezza e custodire con
fedeltà la loro professione religiosa, avanzando nella
gioia spirituale sul cammino della carità.
Un simile stato, se si riguardi la divina e gerarchica
costituzione della Chiesa, non è intermedio tra la
condizione clericale e laicale, ma da entrambe le parti
alcuni fedeli sono chiamati da Dio a fruire di questo
speciale dono nella vita della Chiesa e ad aiutare,
ciascuno a suo modo, la sua missione salvifica.
Natura e importanza dello stato religioso
44. Con i voti o altri impegni sacri simili ai voti
secondo il modo loro proprio, il fedele si obbliga
all'osservanza dei tre predetti consigli evangelici; egli
si dona totalmente a Dio amato al di sopra di tutto, così
da essere con nuovo e speciale titolo destinato al
servizio e all'onore di Dio. Già col battesimo è morto al
peccato e consacrato a Dio; ma per poter raccogliere in
più grande abbondanza i frutti della grazia battesimale,
con la professione dei consigli evangelici nella Chiesa
intende liberarsi dagli impedimenti che potrebbero
distoglierlo dal fervore della carità e dalla perfezione
del culto divino, e si consacra più intimamente al
servizio di Dio. La consacrazione poi sarà più perfetta,
in quanto legami più solidi e stabili riproducono di più
l'immagine del Cristo unito alla Chiesa sua sposa da un
legame indissolubile.
Siccome quindi i consigli evangelici, per mezzo della
carità alla quale conducono congiungono in modo speciale
coloro che li praticano alla Chiesa e al suo mistero, la
loro vita spirituale deve pure essere consacrata al bene
di tutta la Chiesa. Di qui deriva il dovere di lavorare,
secondo le forze e la forma della propria vocazione, sia
con la preghiera, sia anche con l'attività effettiva, a
radicare e consolidare negli animi il regno di Cristo e a
dilatarlo in ogni parte della terra. Per questo la Chiesa
difende e sostiene l'indole propria dei vari istituti
religiosi. Perciò la professione dei consigli evangelici
appare come un segno, il quale può e deve attirare
efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere con
slancio i doveri della vocazione cristiana. Poiché infatti
il popolo di Dio non ha qui città permanente, ma va in
cerca della futura, lo stato religioso, il quale rende più
liberi i suoi seguaci dalle cure terrene, meglio anche
manifesta a tutti i credenti i beni celesti già presenti
in questo tempo, meglio testimonia l'esistenza di una vita
nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo, e
meglio preannunzia la futura resurrezione e la gloria del
regno celeste. Parimenti, lo stato religioso imita più
fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la
forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel
mondo per fare la volontà del Padre e che propose ai
discepoli che lo seguivano. Infine, in modo speciale
manifesta l'elevazione del regno di Dio sopra tutte le
cose terrestri e le sue esigenze supreme; dimostra pure a
tutti gli uomini la preminente grandezza della potenza di
Cristo-Re e la infinita potenza dello Spirito Santo,
mirabilmente operante nella Chiesa.
Lo stato di vita dunque costituito dalla professione dei
consigli evangelici, pur non concernendo la struttura
gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia
inseparabilmente alla sua vita e alla sua santità.
La gerarchia e lo stato religioso
45. Essendo ufficio della gerarchia ecclesiastica di
pascere il popolo di Dio e condurlo a pascoli ubertosi (cfr.
Ez 34,14), spetta ad essa di regolare sapientemente con le
sue leggi la pratica dei consigli evangelici, strumento
singolare al servizio della carità perfetta verso Dio e
verso il prossimo 6, Essa inoltre, seguendo docilmente gli
impulsi dello Spirito Santo, accoglie le regole proposte
da uomini e donne esimi, e, infine dopo averle messe a
punto più perfettamente, dà loro una approvazione
autentica; con la sua autorità vigile e protettrice viene
pure in aiuto agli istituti, dovunque eretti per
l'edificazione del corpo di Cristo, perché abbiano a
crescere e fiorire secondo lo spirito dei fondatori.
Perché poi sia provveduto il meglio possibile alle
necessità dell'intero gregge del Signore, il sommo
Pontefice può, in ragione del suo primato sulla Chiesa
universale e in vista dell'interesse comune esentare ogni
istituto di perfezione e ciascuno dei suoi membri dalla
giurisdizione dell'ordinario del luogo e sottoporli a sé
solo. Similmente essi possono essere lasciati o affidati
alle proprie autorità patriarcali. Da parte loro i membri
nel compiere i loro doveri verso la Chiesa secondo la loro
forma particolare di vita, devono, conforme alle leggi
canoniche, prestare riverenza e obbedienza ai vescovi, a
causa della loro autorità pastorale nelle Chiese
particolari e per la necessaria unità e concordia nel
lavoro apostolico.
La Chiesa non solo erige con la sua sanzione la
professione religiosa alla dignità dello stato canonico,
ma con la sua azione liturgica la presenta pure come stato
di consacrazione a Dio. La stessa Chiesa infatti, in nome
dell'autorità affidatagli da Dio, riceve i voti di quelli
che fanno la professione, per loro impetra da Dio gli
aiuti e la grazia con la sua preghiera pubblica, li
raccomanda a Dio e impartisce loro una benedizione
spirituale, associando la loro offerta al sacrificio
eucaristico.
Grandezza della consacrazione religiosa
46. I religiosi pongano ogni cura, affinché per loro mezzo
la Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare Cristo ai
fedeli e agli infedeli: sia nella sua contemplazione sul
monte, sia nel suo annuncio del regno di Dio alle turbe,
sia quando risana i malati e gli infermi e converte a
miglior vita i peccatori, sia quando benedice i fanciulli
e fa del bene a tutti, sempre obbediente alla volontà del
Padre che lo ha mandato.
Tutti infine abbiano ben chiaro che la professione dei
consigli evangelici, quantunque comporti la rinunzia di
beni certamente molto apprezzabili, non si oppone al vero
progresso della persona umana, ma al contrario per sua
natura le è di grandissimo profitto. Infatti i consigli,
volontariamente abbracciati secondo la personale vocazione
di ognuno, contribuiscono considerevolmente alla
purificazione del cuore e alla libertà spirituale,
stimolano in permanenza il fervore della carità e
soprattutto come è comprovato dall'esempio di tanti santi
fondatori, sono capaci di assicurare al cristiano una
conformità più grande col genere di vita verginale e
povera che Cristo Signore si scelse per sé e che la
vergine Madre sua abbracciò. Né pensi alcuno che i
religiosi con la loro consacrazione diventino estranei
agli uomini o inutili nella città terrestre. Poiché, se
anche talora non sono direttamente presenti a fianco dei
loro contemporanei, li tengono tuttavia presenti in modo
più profondo con la tenerezza di Cristo, e con essi
collaborano spiritualmente, affinché la edificazione della
città terrena sia sempre fondata nel Signore, e a lui
diretta, né avvenga che lavorino invano quelli che la
stanno edificando.
Perciò il sacro Concilio conferma e loda quegli uomini e
quelle donne, quei fratelli e quelle sorelle, i quali nei
monasteri, nelle scuole, negli ospedali e nelle missioni,
con perseverante e umile fedeltà alla loro consacrazione,
onorano la sposa di Cristo e a tutti gli uomini prestano
generosi e diversissimi servizi.
Esortazione alla perseveranza
47. Ognuno poi che è chiamato alla professione dei
consigli, ponga ogni cura nel perseverare e maggiormente
eccellere nella vocazione a cui Dio l'ha chiamato, per una
più grande santità della Chiesa e per la maggior gloria
della Trinità, una e indivisa, la quale in Cristo e per
mezzo di Cristo è la fonte e l'origine di ogni santità.
CAPITOLO VII
INDOLE ESCATOLOGICA DELLA CHIESA PEREGRINANTE
E SUA UNIONE CON LA CHIESA CELESTE
Natura escatologica della nostra vocazione
48. La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo
Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio
acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non
nella gloria celeste, quando verrà il tempo in cui tutte
le cose saranno rinnovate (cfr. Ap 3,21), e col genere
umano anche tutto l'universo, il quale è intimamente
congiunto con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo
fine, troverà nel Cristo la sua definitiva perfezione (cfr.
Ef 1,10; Col 1,20).
E invero il Cristo, quando fu levato in alto da terra,
attirò tutti a sé (cfr. Gv 12,32 gr.); risorgendo dai
morti (cfr. Rm 6,9) immise negli apostoli il suo Spirito
vivificatore, e per mezzo di lui costituì il suo corpo,
che è la Chiesa, quale sacramento universale della
salvezza; assiso alla destra del Padre, opera
continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla
Chiesa e attraverso di essa congiungerli più strettamente
a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa col
nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue. Quindi
la nuova condizione promessa e sperata è già incominciata
con Cristo; l'invio dello Spirito Santo le ha dato il suo
slancio e per mezzo di lui essa continua nella Chiesa,
nella quale siamo dalla fede istruiti anche sul senso
della nostra vita temporale, mentre portiamo a termine,
nella speranza dei beni futuri, l'opera a noi affidata nel
mondo dal Padre e attuiamo così la nostra salvezza (cfr.
Fil 2,12).
Già dunque è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi (cfr.
1 Cor 10,11). La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente
acquisita e in certo modo reale è anticipata in questo
mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di
vera santità, anche se imperfetta. Tuttavia, fino a che
non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali
la giustizia ha la sua dimora (cfr. 2 Pt 3,13), la Chiesa
peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni,
che appartengono all'età presente, porta la figura fugace
di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali
ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la
manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-22).
Congiunti dunque con Cristo nella Chiesa e contrassegnati
dallo Spirito Santo « che è il pegno della nostra eredità
» (Ef 1,14), con verità siamo chiamati figli di Dio, e lo
siamo veramente (cfr. 1 Gv 3,1), ma non siamo ancora
apparsi con Cristo nella gloria (cfr. Col 3,4), nella
quale saremo simili a Dio, perché lo vedremo qual è (cfr.
1 Gv 3,2). Pertanto, « finché abitiamo in questo corpo
siamo esuli lontani dal Signore » (2 Cor 5,6); avendo le
primizie dello Spirito, gemiamo interiormente (cfr. Rm
8,23) e bramiamo di essere con Cristo (cfr. Fil 1,23).
Dalla stessa carità siamo spronati a vivere più
intensamente per lui, il quale per noi è morto e
risuscitato (cfr. 2 Cor 5,15). E per questo ci sforziamo
di essere in tutto graditi al Signore (cfr. 2 Cor 5,9) e
indossiamo l'armatura di Dio per potere star saldi contro
gli agguati del diavolo e resistergli nel giorno cattivo (cfr.
Ef 6,11-13). Siccome poi non conosciamo il giorno né
l'ora, bisogna che, seguendo l'avvertimento del Signore,
vegliamo assiduamente, per meritare, finito il corso
irrepetibile della nostra vita terrena (cfr.Eb 9,27), di
entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati
fra i beati (cfr. Mt 25,31-46), e non ci venga comandato,
come a servi cattivi e pigri (cfr. Mt 25,26), di andare al
fuoco eterno (cfr Mt 25,41), nelle tenebre esteriori dove
«ci sarà pianto e stridore dei denti » (Mt 22,13 e 25,30).
Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, noi tutti
compariremo « davanti al tribunale di Cristo, per ricevere
ciascuno il salario della sua vita mortale, secondo quel
che avrà fatto di bene o di male » (2 Cor 5,10), e alla
fine del mondo « usciranno dalla tomba, chi ha operato il
bene a risurrezione di vita, e chi ha operato il male a
risurrezione di condanna » (Gv 5,29, cfr Mt 25,46).
Stimando quindi che « le sofferenze dei tempo presente non
sono adeguate alla gloria futura che si dovrà manifestare
in noi» (Rm 8,18; cfr 2 Tm 2,11-12), forti nella fede
aspettiamo «la beata speranza e la manifestazione gloriosa
del nostro grande Iddio e Salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13)
« il quale trasformerà allora il nostro misero corpo,
rendendolo conforme al suo corpo glorioso» (Fil 3,21), e
verrà «per essere glorificato nei suoi santi e ammirato in
tutti quelli che avranno creduto ».
La Chiesa celeste e la Chiesa peregrinante
49. Fino a che dunque il Signore non verrà nella sua
gloria, accompagnato da tutti i suoi angeli (cfr. Mt
25,31) e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse
tutte le cose (cfr. 1 Cor 15,26-27), alcuni dei suoi
discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, compiuta
questa vita, si purificano ancora, altri infine godono
della gloria contemplando « chiaramente Dio uno e trino,
qual è ». Tutti però, sebbene in grado e modo diverso,
comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il
prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di
gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo
Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro
uniti in lui (cfr. Ef 4,16). L'unione quindi di quelli che
sono ancora in cammino coi fratelli morti nella pace di
Cristo non è minimamente spezzata; anzi, secondo la
perenne fede della Chiesa, è consolidata dallo scambio dei
beni spirituali. A causa infatti della loro più intima
unione con Cristo, gli abitanti del cielo rinsaldano tutta
la Chiesa nella santità, nobilitano il culto che essa
rende a Dio qui in terra e in molteplici maniere
contribuiscono ad una più ampia edificazione (cfr. 1 Cor
12,12-27). Ammessi nella patria e presenti al Signore (cfr.
2 Cor 5,8), per mezzo di lui, con lui e in lui non cessano
di intercedere per noi presso il Padre offrendo i meriti
acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore
tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2,5), servendo al Signore
in ogni cosa e dando compimento nella loro carne a ciò che
manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del suo
corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24). La nostra debolezza
quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine.
Relazioni della Chiesa celeste con la Chiesa
peregrinante
50. La Chiesa di coloro che camminano sulla terra,
riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo
mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della
religione cristiana coltivò con grande pietà la memoria
dei defunti e, «poiché santo e salutare è il pensiero di
pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati»,
ha offerto per loro anche suffragi. Che gli apostoli e i
martiri di Cristo, i quali con l'effusione del loro sangue
diedero la suprema testimonianza della fede e della
carità, siano con noi strettamente uniti in Cristo, la
Chiesa lo ha sempre creduto; li ha venerati con
particolare affetto insieme con la beata vergine Maria e i
santi angeli e ha piamente implorato il soccorso della
loro intercessione. A questi in breve se ne aggiunsero
anche altri, che avevano più da vicino imitata la
verginità e la povertà di Cristo e infine altri, il cui
singolare esercizio delle virtù cristiane e le grazie
insigni di Dio raccomandavano alla pia devozione e
imitazione dei fedeli.
Il contemplare infatti la vita di coloro che hanno seguito
fedelmente Cristo, è un motivo in più per sentirsi spinti
a ricercare la città futura (cfr. Eb 13,14 e 11,10); nello
stesso tempo impariamo la via sicurissima per la quale,
tra le mutevoli cose del mondo e secondo lo stato e la
condizione propria di ciascuno, potremo arrivare alla
perfetta unione con Cristo, cioè alla santità. Nella vita
di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura
umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati
nell'immagine di Cristo (cfr. 2 Cor 3,18), Dio manifesta
agli uomini in una viva luce la sua presenza e il suo
volto. In loro è egli stesso che ci parla e ci dà un segno
del suo regno verso il quale, avendo intorno a noi un tal
nugolo di testimoni (cfr. Eb 12,1) e una tale affermazione
della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati.
Non veneriamo però la memoria degli abitanti del cielo
solo per il loro esempio, ma più ancora perché l'unione
della Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio
della fraterna carità (cfr. Ef 4,1-6). Poiché, come la
cristiana comunione tra i cristiani della terra ci porta
più vicino a Cristo, così la comunità con i santi ci
congiunge a lui, dal quale, come dalla loro fonte e dal
loro capo, promana ogni grazia e la vita dello stesso
popolo di Dio. È quindi sommamente giusto che amiamo
questi amici e coeredi di Gesù Cristo, che sono anche
nostri fratelli e insigni benefattori, e che per essi
rendiamo le dovute grazie a Dio, «rivolgiamo loro supplici
invocazioni e ricorriamo alle loro preghiere e al loro
potente aiuto per impetrare grazie da Dio mediante il
Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro, il quale solo è il
nostro Redentore e Salvatore ». Infatti ogni nostra vera
attestazione di amore fatta ai santi, per sua natura tende
e termina a Cristo, che è « la corona di tutti i santi » e
per lui a Dio, che è mirabile nei suoi santi e in essi è
glorificato.
La nostra unione poi con la Chiesa celeste si attua in
maniera nobilissima, poiché specialmente nella sacra
liturgia, nella quale la virtù dello Spirito Santo agisce
su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna
esultanza cantiamo le lodi della divina Maestà tutti, di
ogni tribù e lingua, di ogni popolo e nazione, riscattati
col sangue di Cristo (cfr. Ap 5,9) e radunati in un'unica
Chiesa, con un unico canto di lode glorifichiamo Dio uno
in tre Persone Perciò quando celebriamo il sacrificio
eucaristico, ci uniamo in sommo grado al culto della
Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la
memoria soprattutto della gloriosa sempre vergine Maria,
del beato Giuseppe, dei beati apostoli e martiri e di
tutti i santi.
Disposizioni pastorali del Concilio
51. Questa veneranda fede dei nostri padri nella comunione
di vita che esiste con i fratelli che sono nella gloria
celeste o che dopo la morte stanno ancora purificandosi,
questo sacrosanto Concilio la riceve con grande pietà e
nuovamente propone i decreti dei sacri Concili Niceno II
Fiorentino e Tridentino. E allo stesso tempo con pastorale
sollecitudine esorta tutti i responsabili, perché, se si
fossero infiltrati qua e là abusi, eccessi o difetti, si
adoperino per toglierli o correggerli e tutto
ristabiliscano per una più piena lode di Cristo e di Dio.
Insegnino dunque ai fedeli che il vero culto dei santi non
consiste tanto nel moltiplicare gli atti esteriori, quanto
piuttosto nell'intensità del nostro amore fattivo, col
quale, per il maggiore bene nostro e della Chiesa,
cerchiamo «dalla vita dei santi l'esempio, dalla comunione
con loro la partecipazione alla loro sorte e dalla loro
intercessione l'aiuto». E d'altra parte insegnino ai
fedeli che il nostro rapporto con gli abitanti del cielo,
purché lo si concepisca alla piena luce della fede, non
diminuisce affatto il culto di adorazione reso a Dio Padre
mediante Cristo nello Spirito, ma anzi lo arricchisce.
Tutti quanti infatti, noi che siamo figli di Dio e
costituiamo in Cristo una sola famiglia (cfr. Eb 3),
mentre comunichiamo tra noi nella mutua carità e
nell'unica lode della Trinità santissima, rispondiamo
all'intima vocazione della Chiesa e pregustando
partecipiamo alla liturgia della gloria perfetta. Poiché
quando Cristo apparirà e vi sarà la gloriosa risurrezione
dei morti, lo splendore di Dio illuminerà la città celeste
e la sua lucerna sarà l'Agnello (cfr. Ap 21,24). Allora
tutta la Chiesa dei santi con somma felicità di amore
adorerà Dio e «l'Agnello che è stato ucciso» (Ap 5,12),
proclamando a una voce: «A colui che siede sul trono e
all'Agnello, benedizione onore, gloria e dominio per tutti
i secoli dei secoli » (Ap 5,13-14).
CAPITOLO VIII
LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO
NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA
I. Proemio
52. Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo
compiere la redenzione del mondo, « quando venne la
pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, nato da una
donna... per fare di noi dei figli adottivi» (Gal 4,4-5),
« Egli per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso
dal cielo e si è incarnato per opera dello Spirito Santo
da Maria vergine ». Questo divino mistero di salvezza ci è
rivelato e si continua nella Chiesa, che il Signore ha
costituita quale suo corpo e nella quale i fedeli,
aderendo a Cristo capo e in comunione con tutti i suoi
santi, devono pure venerare la memoria «innanzi tutto
della gloriosa sempre vergine Maria, madre del Dio e
Signore nostro Gesù Cristo »
Maria e la Chiesa
53. Infatti Maria vergine, la quale all'annunzio
dell'angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio
e portò la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come
vera madre di Dio e Redentore. Redenta in modo eminente in
vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno
stretto e indissolubile vincolo, è insignita del sommo
ufficio e dignità di madre del Figlio di Dio, ed è perciò
figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo;
per il quale dono di grazia eccezionale precede di gran
lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri.
Insieme però, quale discendente di Adamo, è congiunta con
tutti gli uomini bisognosi di salvezza; anzi, è «
veramente madre delle membra (di Cristo)... perché cooperò
con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i
quali di quel capo sono le membra ». Per questo è anche
riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare
membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per
essa nella fede e nella carità; e la Chiesa cattolica,
istruita dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale
la venera come madre amatissima.
L'intenzione del Concilio
54. Perciò il santo Concilio, mentre espone la dottrina
riguardante la Chiesa, nella quale il divino Redentore
opera la salvezza, intende illustrare attentamente da una
parte, la funzione della beata Vergine nel mistero del
Verbo incarnato e del corpo mistico, dall'altra i doveri
degli uomini, e i doveri dei credenti in primo luogo. Il
Concilio tuttavia non ha in animo di proporre una dottrina
esauriente su Maria, né di dirimere le questioni che il
lavoro dei teologi non ha ancora condotto a una luce
totale. Permangono quindi nel loro diritto le sentenze,
che nelle scuole cattoliche vengono liberamente proposte
circa colei, che nella Chiesa santa occupa, dopo Cristo,
il posto più alto e il più vicino a noi 4.
II. Funzione della beata Vergine nell'economia della
salvezza
La madre del Messia nell'Antico Testamento
55. I libri del Vecchio e Nuovo Testamento e la veneranda
tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione
della madre del Salvatore nella economia della salvezza e
la propongono per così dire alla nostra contemplazione. I
libri del Vecchio Testamento descrivono la storia della
salvezza, nella quale lentamente viene preparandosi la
venuta di Cristo nel mondo. Questi documenti primitivi,
come sono letti nella Chiesa e sono capiti alla luce
dell'ulteriore e piena rivelazione, passo passo mettono
sempre più chiaramente in luce la figura di una donna: la
madre del Redentore. Sotto questa luce essa viene già
profeticamente adombrata nella promessa, fatta ai
progenitori caduti in peccato, circa la vittoria sul
serpente (cfr. Gen 3,15). Parimenti, è lei, la Vergine,
che concepirà e partorirà un Figlio, il cui nome sarà
Emanuele (cfr. Is 7, 14; Mt 1,22-23). Essa primeggia tra
quegli umili e quei poveri del Signore che con fiducia
attendono e ricevono da lui la salvezza. E infine con lei,
la figlia di Sion per eccellenza, dopo la lunga attesa
della promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova
« economia », quando il Figlio di Dio assunse da lei la
natura umana per liberare l'uomo dal peccato coi misteri
della sua carne.
Maria nell'annunciazione
56. Il Padre delle misericordie ha voluto che
l'accettazione da parte della predestinata madre
precedesse l'incarnazione, perché così, come una donna
aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse
a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario della madre
di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che
tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni
a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i
santi Padri invalse l'uso di chiamare la madre di Dio la
tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi
plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura.
Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli
splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine
di Nazaret è salutata dall'angelo dell'annunciazione, che
parla per ordine di Dio, quale « piena di grazia » (cfr.
Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde « Ecco
l'ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua
parola » (Lc 1,38). Così Maria, figlia di Adamo,
acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e
abbracciando con tutto l'animo, senza che alcun peccato la
trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò
totalmente se stessa quale ancella del Signore alla
persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero
della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la
grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi
Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente
passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza
dell'uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice
Sant'Ireneo, essa «con la sua obbedienza divenne causa di
salvezza per sé e per tutto il genere umano ». Onde non
pochi antichi Padri nella loro predicazione volentieri
affermano con Ireneo che « il nodo della disobbedienza di
Eva ha avuto la sua soluzione coll'obbedienza di Maria;
ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la
vergine Maria sciolse con la sua fede» e, fatto il
paragone con Eva, chiamano Maria «madre dei viventi e
affermano spesso: « la morte per mezzo di Eva, la vita per
mezzo di Maria ».
Maria e l'infanzia di Gesù
57. Questa unione della madre col figlio nell'opera della
redenzione si manifesta dal momento della concezione
verginale di Cristo fino alla morte di lui; e prima di
tutto quando Maria, partendo in fretta per visitare
Elisabetta, è da questa proclamata beata per la sua fede
nella salvezza promessa, mentre il precursore esultava nel
seno della madre (cfr. Lc 1,41-45); nella natività, poi,
quando la madre di Dio mostrò lieta ai pastori e ai magi
il Figlio suo primogenito, il quale non diminuì la sua
verginale integrità, ma la consacrò l0 Quando poi lo
presentò al Signore nel tempio con l'offerta del dono
proprio dei poveri, udì Simeone profetizzare che il Figlio
sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada
avrebbe trafitto l'anima della madre, perché fossero
svelati i pensieri di molti cuori (cfr. Lc 2,34-35).
Infine, dopo avere perduto il fanciullo Gesù e averlo
cercato con angoscia, i suoi genitori lo trovarono nel
tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero
le sue parole. E la madre sua conservava tutte queste cose
in cuor suo e le meditava (cfr. Lc 2,41-51).
Maria e la vita pubblica di Gesù
58. Nella vita pubblica di Gesù la madre sua appare
distintamente fin da principio, quando alle nozze in Cana
di Galilea, mossa a compassione, indusse con la sua
intercessione Gesù Messia a dar inizio ai miracoli (cfr.
Gv 2 1-11). Durante la predicazione di lui raccolse le
parole con le quali egli, mettendo il Regno al di sopra
delle considerazioni e dei vincoli della carne e del
sangue, proclamò beati quelli che ascoltano e custodiscono
la parola di Dio (cfr Mc 3,35; Lc 11,27-28), come ella
stessa fedelmente faceva (cfr. Lc 2,19 e 51). Così anche
la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e
serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce,
dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cfr. Gv
19,25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e
associandosi con animo materno al suo sacrifico,
amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da
lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in
croce fu data quale madre al discepolo con queste parole:
Donna, ecco tuo figlio (cfr. Gv 19,26-27).
Maria dopo l'ascensione
59. Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente
il mistero della salvezza umana prima di effondere lo
Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del
giorno della Pentecoste « perseveranti d'un sol cuore
nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i
suoi fratelli» (At 1,14); e vediamo anche Maria implorare
con le sue preghiere il dono dello Spirito che
all'annunciazione, l'aveva presa sotto la sua ombra.
Infine la Vergine immacolata, preservata immune da ogni
macchia di colpa originale finito il corso della sua vita
terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e
dal Signore esaltata quale regina dell'universo per essere
così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei
signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della
morte.
III. La beata Vergine e la Chiesa
Maria e Cristo unico mediatore
60. Uno solo è il nostro mediatore, secondo le parole
dell'Apostolo: « Poiché non vi è che un solo Dio, uno solo
è anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo
Gesù, che per tutti ha dato se stesso in riscatto » (1 Tm
2,5-6). La funzione materna di Maria verso gli uomini in
nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di
Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Ogni salutare influsso
della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una
necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente
gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti
di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi,
da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua
efficacia, e non impedisce minimamente l'unione immediata
dei credenti con Cristo, anzi la facilita.
Cooperazione alla redenzione
61. La beata Vergine, predestinata fino dall'eternità,
all'interno del disegno d'incarnazione del Verbo, per
essere la madre di Dio, per disposizione della divina
Provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divino
Redentore, generosamente associata alla sua opera a un
titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore,
concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo
al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in
croce, ella cooperò in modo tutto speciale all'opera del
Salvatore, coll'obbedienza, la fede, la speranza e
l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale
delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre
nell'ordine della grazia.
Funzione salvifíca subordinata
62. E questa maternità di Maria nell'economia della grazia
perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente
prestato nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni
sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli
eletti. Difatti anche dopo la sua assunzione in cielo non
ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua
molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che
ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con la sua
materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo
ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni,
fino a che non siano condotti nella patria beata. Per
questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i
titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice,
mediatrice. Ciò però va inteso in modo che nulla sia
detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di
Cristo, unico mediatore.
Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col
Verbo incarnato e redentore. Ma come il sacerdozio di
Cristo è in vari modi partecipato, tanto dai sacri
ministri, quanto dal popolo fedele, e come l'unica bontà
di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature,
così anche l'unica mediazione del Redentore non esclude,
bensì suscita nelle creature una varia cooperazione
partecipata da un'unica fonte.
E questa funzione subordinata di Maria la Chiesa non
dubita di riconoscerla apertamente; essa non cessa di
farne l'esperienza e la raccomanda all'amore dei fedeli,
perché, sostenuti da questo materno aiuto, siano più
intimamente congiunti col Mediatore e Salvatore.
Maria vergine e madre, modello della Chiesa
63. La beata Vergine, per il dono e l'ufficio della divina
maternità che la unisce col Figlio redentore e per le sue
singolari grazie e funzioni, è pure intimamente congiunta
con la Chiesa: la madre di Dio è figura della Chiesa, come
già insegnava sant'Ambrogio, nell'ordine cioè della fede,
della carità e della perfetta unione con Cristo. Infatti
nel mistero della Chiesa, la quale pure è giustamente
chiamata madre e vergine, la beata vergine Maria occupa il
primo posto, presentandosi in modo eminente e singolare
quale vergine e quale madre. Ciò perché per la sua fede ed
obbedienza generò sulla terra lo stesso Figlio di Dio,
senza contatto con uomo, ma adombrata dallo Spirito Santo,
come una nuova Eva credendo non all'antico serpente, ma,
senza alcuna esitazione, al messaggero di Dio. Diede poi
alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito
tra i molti fratelli (cfr. Rm 8,29), cioè tra i credenti,
alla rigenerazione e formazione dei quali essa coopera con
amore di madre.
La Chiesa vergine e madre
64. Orbene, la Chiesa contemplando la santità misteriosa
della Vergine, imitandone la carità e adempiendo
fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di
Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché
con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova
e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito
Santo e nati da Dio. Essa pure è vergine, che custodisce
integra e pura la fede data allo sposo; imitando la madre
del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo conserva
verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera
la carità.
La Chiesa deve imitare la virtù di Maria
65. Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima
Vergine quella perfezione, che la rende senza macchia e
senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli del Cristo si sforzano
ancora di crescere nella santità per la vittoria sul
peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la
quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la
comunità degli eletti. La Chiesa, raccogliendosi con pietà
nel pensiero di Maria, che contempla alla luce del Verbo
fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel
supremo mistero dell'incarnazione e si va ognor più
conformando col suo sposo. Maria infatti, la quale, per la
sua intima partecipazione alla storia della salvezza,
riunisce per cosi dire e riverbera le esigenze supreme
della fede, quando è fatta oggetto della predicazione e
della venerazione chiama i credenti al Figlio suo, al suo
sacrificio e all'amore del Padre. A sua volta la Chiesa,
mentre ricerca la gloria di Cristo, diventa più simile al
suo grande modello, progredendo continuamente nella fede,
speranza e carità e in ogni cosa cercando e compiendo la
divina volontà. Onde anche nella sua opera apostolica la
Chiesa giustamente guarda a colei che generò il Cristo,
concepito appunto dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine
per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per
mezzo della Chiesa. La Vergine infatti nella sua vita fu
modello di quell'amore materno da cui devono essere
animati tutti quelli che nella missione apostolica della
Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini.
IV. Il culto della beata Vergine nella Chiesa
Natura e fondamento del culto
66. Maria, perché madre santissima di Dio presente ai
misteri di Cristo, per grazia di Dio esaltata, al di sotto
del Figlio, sopra tutti gli angeli e gli uomini, viene
dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale. E di
fatto, già fino dai tempi più antichi, la beata Vergine è
venerata col titolo di « madre di Dio » e i fedeli si
rifugiano sotto la sua protezione, implorandola in tutti i
loro pericoli e le loro necessita. Soprattutto a partire
dal Concilio di Efeso il culto del popolo di Dio verso
Maria crebbe mirabilmente in venerazione e amore, in
preghiera e imitazione, secondo le sue stesse parole
profetiche: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata,
perché grandi cose mi ha fatto l'Onnipotente» (Lc 1,48).
Questo culto, quale sempre è esistito nella Chiesa sebbene
del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto
di adorazione reso al Verbo incarnato cosi come al Padre e
allo Spirito Santo, ed è eminentemente adatto a
promuoverlo. Infatti le varie forme di devozione verso la
madre di Dio, che la Chiesa ha approvato, mantenendole
entro i limiti di una dottrina sana e ortodossa e
rispettando le circostanze di tempo e di luogo, il
temperamento e il genio proprio dei fedeli, fanno si che,
mentre è onorata la madre, il Figlio, al quale sono volte
tutte le cose (cfr Col 1,15-16) e nel quale «piacque
all'eterno Padre di far risiedere tutta la pienezza » (Col
1,19), sia debitamente conosciuto, amato, glorificato, e
siano osservati i suoi comandamenti.
Norme pastorali
67. Il santo Concilio formalmente insegna questa dottrina
cattolica. Allo stesso tempo esorta tutti i figli della
Chiesa a promuovere generosamente il culto, specialmente
liturgico, verso la beata Vergine, ad avere in grande
stima le pratiche e gli esercizi di pietà verso di lei,
raccomandati lungo i secoli dal magistero della Chiesa;
raccomanda di osservare religiosamente quanto in passato è
stato sancito circa il culto delle immagini di Cristo,
della beata Vergine e dei santi. Esorta inoltre caldamente
i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi
con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure
da una eccessiva grettezza di spirito, nel considerare la
singolare dignità della madre di Dio. Con lo studio della
sacra Scrittura, dei santi Padri, dei dottori e delle
liturgie della Chiesa, condotto sotto la guida del
magistero, illustrino rettamente gli uffici e i privilegi
della beata Vergine, i quali sempre sono orientati verso
il Cristo, origine della verità totale, della santità e
della pietà. Sia nelle parole che nei fatti evitino
diligentemente ogni cosa che possa indurre in errore i
fratelli separati o qualunque altra persona, circa la vera
dottrina della Chiesa. I fedeli a loro volta si ricordino
che la vera devozione non consiste né in uno sterile e
passeggero sentimentalismo, né in una certa qual vana
credulità, bensì procede dalla fede vera, dalla quale
siamo portati a riconoscere la preminenza della madre di
Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la madre nostra
e all'imitazione delle sue virtù.
V. Maria, segno di certa speranza e di consolazione per
il peregrinante popolo di Dio
Maria, segno del popolo di Dio
68. La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già
glorificata nel corpo e nell'anima, costituisce l'immagine
e l'inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento
nell'età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al
peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza
e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del
Signore (cfr. 2 Pt 3,10).
Maria interceda per l'unione dei cristiani
69. Per questo santo Concilio è di grande gioia e
consolazione il fatto che vi siano anche tra i fratelli
separati di quelli che tributano il debito onore alla
madre del Signore e Salvatore, specialmente presso gli
Orientali, i quali vanno, con ardente slancio ed anima
devota, verso la madre di Dio sempre vergine per renderle
il loro culto. Tutti i fedeli effondano insistenti
preghiere alla madre di Dio e madre degli uomini, perché,
dopo aver assistito con le sue preghiere la Chiesa
nascente, anche ora, esaltata in cielo sopra tutti i beati
e gli angeli, nella comunione dei santi interceda presso
il Figlio suo, fin tanto che tutte le famiglie di popoli,
sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che
ancora ignorano il loro Salvatore, in pace e concordia
siano felicemente riunite in un solo popolo di Dio, a
gloria della santissima e indivisibile Trinità.
21 novembre 1964
DAGLI ATTI DEL CONCILIO
ECUMENICO VATICANO II
Notificazioni fatte dall'Ecc.mo Segretario generale nella
congregazione generale 123.a
È stato chiesto quale debba essere la qualificazione
teologica della dottrina esposta nello schema sulla Chiesa
e sottoposto alla votazione. La commissione dottrinale ha
dato al quesito questa risposta: « Come è di per sé
evidente, il testo del Concilio deve sempre essere
interpretato secondo le regole generali da tutti
conosciute ». In pari tempo la commissione dottrinale
rimanda alla sua dichiarazione del 6 marzo 1964, di cui
trascriviamo il testo:
«Tenuto conto dell'uso conciliare e del fine pastorale del
presente Concilio, questo definisce come obbliganti per
tutta la Chiesa i soli punti concernenti la fede o i
costumi, che esso stesso abbia apertamente dichiarato come
tali.
«Le altre cose che il Concilio propone, in quanto dottrina
del magistero supremo della Chiesa, tutti e singoli i
fedeli devono accettarle e tenerle secondo lo spirito
dello stesso Concilio, il quale risulta sia dalla materia
trattata, sia dalla maniera in cui si esprime, conforme
alle norme d'interpretazione teologica».
Per mandato dell'autorità superiore viene comunicata ai
Padri una nota esplicativa previa circa i « modi »
concernenti il capo terzo dello schema sulla Chiesa. La
dottrina esposta nello stesso capo terzo deve essere
spiegata e compresa secondo lo spirito e la sentenza di
questa nota.
16 novembre 1964
NOTA ESPLICATIVA PREVIA
La commissione ha stabilito di premettere all'esame dei
"modi" le seguenti osservazioni generali:
1) "Collegio" non si intende in senso « strettamente
giuridico », cioè di un gruppo di eguali, i quali abbiano
demandata la loro potestà al loro presidente, ma di un
gruppo stabile, la cui struttura e autorità deve essere
dedotta dalla Rivelazione. Perciò nella risposta al modus
12 si dice esplicitamente dei Dodici che il Signore li
costituì « a modo di collegio o "gruppo" (coetus) stabile
». Cfr. anche il modus 53, c. Per la stessa ragione, per
il collegio dei vescovi si usano con frequenza anche le
parole "ordine" (ordo) o "corpo" (corpus). Il parallelismo
fra Pietro e gli altri apostoli da una parte, e il sommo
Pontefice e i vescovi dall'altra, non implica la
trasmissione della potestà straordinaria degli apostoli ai
loro successori, né, com'è chiaro, "uguaglianza" (aequalitatem)
tra il capo e le membra del collegio, ma solo
"proporzionalità" (proportionalitatem) fra la prima
relazione (Pietro apostoli) e l'altra (papa vescovi).
Perciò la commissione ha stabilito di scrivere nel n. 22
non "medesimo" (eodem) ma "pari" modo. Cfr. modus 57.
2) Si diventa "membro del collegio" in virtù della
consacrazione episcopale e mediante la comunione
gerarchica col capo del collegio e con le membra. Cfr. n.
22.
Nella consacrazione è data una "ontologica" partecipazione
ai "sacri uffici", come indubbiamente consta dalla
tradizione, anche liturgica. Volutamente è usata la parola
"uffici" (munerum), e non "potestà" (potestatum), perché
quest'ultima voce potrebbe essere intesa di potestà
esercitabile di fatto (ad actum expedita). Ma perché si
abbia tale potestà esercitabile di fatto, deve intervenire
la "determinazione" canonica o "giuridica" (iuridica
determinatio) da parte dell'autorità gerarchica. E questa
determinazione della potestà può consistere nella
concessione di un particolare ufficio o nell'assegnazione
dei sudditi, ed è concessa secondo le norme approvate
dalla suprema autorità. Una siffatta ulteriore norma è
richiesta "dalla natura delle cose", trattandosi di
uffici, che devono essere esercitati da "più soggetti",
che per volontà di Cristo cooperano in modo gerarchico. È
evidente che questa "comunione" è stata applicata nella
vita della Chiesa secondo le circostanze dei tempi, prima
di essere per così dire codificata "nel diritto". Perciò è
detto espressamente che è richiesta la comunione
"gerarchica" col capo della Chiesa e con le membra.
"Comunione" è un concetto tenuto in grande onore nella
Chiesa antica (ed anche oggi, specialmente in Oriente).
Per essa non si intende un certo vago "sentimento", ma una
"realtà organica", che richiede una forma giuridica e che
è allo stesso tempo animata dalla carità. La commissione
quindi, quasi d'unanime consenso, stabilì che si
scrivesse: « nella comunione "gerarchica" ». Cfr. Mod. 40
ed anche quanto è detto della "missione canonica", sotto
il n. 24. I documenti dei recenti romani Pontefici circa
la giurisdizione dei vescovi vanno interpretati come
attinenti questa necessaria determinazione delle potestà.
3) Il collegio, che non si dà senza il capo, è detto
essere: «anche esso soggetto di suprema e piena potestà
sulla Chiesa universale ». Ciò va necessariamente ammesso,
per non porre in pericolo la pienezza della potestà del
romano Pontefice. Infatti il collegio necessariamente e
sempre si intende con il suo capo, "il quale nel collegio
conserva integro l'ufficio di vicario di Cristo e pastore
della Chiesa universale". In altre parole: la distinzione
non è tra il romano Pontefice e i vescovi presi insieme,
ma tra il romano Pontefice separatamente e il romano
Pontefice insieme con i vescovi. E siccome il romano
Pontefice e il "capo" del collegio, può da solo fare
alcuni atti che non competono in nessun modo ai vescovi,
come convocare e dirigere il collegio, approvare le norme
dell'azione, ecc. Cfr. Modo 81. Il sommo Pontefice, cui è
affidata la cura di tutto il gregge di Cristo, giudica e
determina, secondo le necessità della Chiesa che variano
nel corso dei secoli, il modo col quale questa cura deve
essere attuata, sia in modo personale, sia in modo
collegiale. Il romano Pontefice nell'ordinare, promuovere,
approvare l'esercizio collegiale, procede secondo la
propria discrezione, avendo di mira il bene della Chiesa.
4) Il sommo Pontefice, quale pastore supremo della Chiesa,
può esercitare la propria potestà in ogni tempo a sua
discrezione, come è richiesto dallo stesso suo ufficio. Ma
il collegio, pur esistendo sempre, non per questo
permanentemente agisce con azione "strettamente"
collegiale, come appare dalla tradizione della Chiesa. In
altre parole: Non sempre è «in pieno esercizio», anzi non
agisce con atto strettamente collegiale se non ad
intervalli e "col consenso del capo". Si dice « col
consenso del capo », perché non si pensi a una
"dipendenza", come nei confronti di chi è "estraneo"; il
termine "consenso" richiama, al contrario, la "comunione"
tra il capo e le membra e implica la necessità dell'atto",
il quale propriamente compete al capo. La cosa è
esplicitamente affermata nel n. 22 ed è ivi spiegata. La
formula negativa "se non" (nonnisi) comprende tutti i
casi, per cui è evidente che le "norme" approvate dalla
suprema autorità devono sempre essere osservate. Cfr.
modus 84.
Dovunque appare che si tratta di "unione" dei vescovi "col
loro capo", e mai di azione dei vescovi
"indipendentemente" dal papa. In tal caso, infatti,
venendo a mancare l'azione del capo, i vescovi non possono
agire come collegio, come appare dalla nozione di
"collegio". Questa gerarchica comunione di tutti i vescovi
col sommo Pontefice è certamente abituale nella
tradizione.
N. B.- Senza la comunione gerarchica l'ufficio
sacramentale ontologico, che si deve distinguere
dall'aspetto canonico giuridico, "non può" essere
esercitato. La commissione ha pensato bene di non dover
entrare in questioni di "liceità" e "validità", le quali
sono lasciate alla discussione dei teologi, specialmente
per ciò che riguarda la potestà che di fatto è esercitata
presso gli Orientali separati e che viene spiegata in modi
diversi.
+ PERICLE FELICI
Arcivescovo tit. di Samosata
Segretario generale del Concilio
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