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La responsabilità
dell'uomo nei confronti dei suoi simili
Ogni uomo ha una responsabilità
enorme nei confronti dei propri simili: riconoscere la vita e
proteggerla, dal momento del suo concepimento fino a quello
della sua morte naturale. Ed è un compito non facile visto
l’attuale dibattito che c’è sia sull’inizio della vita
dell’uomo che sul suo termine.
Riteniamo che l’uomo di oggi, con
tutta la tecnologia avanzata alla quale è giunto, non è forse
sempre in grado di porsi in “ascolto” della vita, della sua
vita personale come di quella dell’altro. L’ atteso non
ascoltato e non atteso diventa colui che non è,
e quindi da non tenere in considerazione. Così accadendo
diventa semplice arrivare a parlare di non rispetto
dell’embrione perché non lo si considera vita dal primo
istante in cui si affaccia ad essa. Diventa semplice
“frazionare” i diversi momenti di sviluppo del neoconcepito in
momenti di “non vita” e momenti di “vita umana”.
Perdendo di vista l’orizzonte
misterioso della vita umana, della sua venuta al mondo, l’uomo
perde la capacità di rimanere affascinato da una vita che
inizia a fiorire, dalla bellezza di quanto di grande stia
avvenendo quando si forma la prima cellula di un nuovo essere
umano.
La considerazione del mistero,
del valore e dell’accoglienza della vita umana può accrescersi
solo riscoprendo ciò che sta all’inizio del conoscere umano, e
quindi dell’agire: la capacità di provare meraviglia
[Il thaumazein “meravigliarsi, stupirsi”, è ritenuto
l’inizio della riflessione filosofica a partire da Platone e
da Aristotele. “Ed è proprio del filosofo questo che tu provi
(Teeteto), di essere pieno di meraviglia; né altro
cominciamento ha il filosofare che questo” : PLATONE,
Teeteto (155d), in ID., Opere vol. I, Roma-Bari 1974, p.
284, traduzione di Manara Valgimigli. “ Gli uomini (…) hanno
preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare” : ARISTOTELE,
Metafisica, I (A) 2, 982B 12, in ID., Opere, vol. III,
Roma-Bari 1973, p. 8, traduzione di Antonio Russo].
I problemi che oggi agitano le
coscienze, e coinvolgono non solo la bioetica, ma anche la
teologia e la filosofia, provengono anche dal fatto che
riesce spesso difficile provare meraviglia non soltanto di
fronte al sorgere ed al crescere della vita fin dal tempo
prenatale, ma altresì di fronte alla vita della persona già
nata, del bambino, dell’adolescente, del giovane, dell’adulto
e dell’anziano. Non si tratta di stupirsi della “vita
in sé”, di una vita idealmente “perfetta”, bensì di
stupirsi di questa vita che di giorno in giorno viviamo.
Occorre non “abituarsi” alla vita, non darla come una
grandezza ovvia e scontata, non ritenerla un semplice diritto,
ma riscoprirla sempre di nuovo come un dono.
Importante e fondamentale per la
persona umana è il difendere sempre questa vita, questo dono
gratuito che ci viene dato e che aspetta solo di essere
accettato, accolto ed amato, oltre che difeso. Ci permettiamo
di ricordare una frase, che si sente rivolgere Oskar
Schindler da un rabbino superstite, grazie a lui,
dell’Olocausto: “Chi salva una vita salva il mondo intero”.
Dovrebbe trattarsi di una citazione del Talmud [Ci
riferiamo al film Schindler’s List. La lista di
Schindler, diretto da Steven Spielberg, e
tratto dal libro di Thomas KENEALLY, La lista, Milano
1985. Il personaggio di Schindler è storico]
Non basta solo accogliere l’atteso ed
amarlo, ma bisogna agire in modo che altri attesi non
diventino non attesi. E’ necessario lottare perché
ogni vita sia rispettata fin dall’istante del suo
concepimento, sia rispettata nella sua caratteristica
principale, nella sua umanità e le sia concesso quel diritto
che è fondamentale: vivere e svilupparsi, con tutta la sua
unicità, creatività, particolarità, che solo quell’essere
umano possiede e che non è uguale quello di nessun’altro suo
simile.
La scienza moderna ci ha portato, e
continua a portarci, alla scoperta di cose nuove riguardanti
l’origine della vita umana. Le tecnologie mediche permettono
interventi sull’embrione che prima non si potevano neppure
immaginare. Purtroppo, però, non sempre il progresso della
scienza cammina di pari passo con quello dell’amore verso
l’altro che nasce o che esiste.
Conoscere in che modo si forma una
creatura nel grembo materno deve far esclamare all’uomo nei
confronti del suo Creatore: “Mi hai fatto come un
prodigio” [Sal 139, 14], e soprattutto deve
rendere cosciente l’uomo della propria creaturalità.
Riconoscersi creatura significa quindi non mettersi al posto
del Creatore, non voler manovrare a tutti i costi la vita.
Significa rispettare la vita fin dal primo istante della sua
presenza nel grembo materno, significa non “creare” la vita
in un laboratorio per poi farne ciò che più interessa.
Significa, quindi, non abusare della ricerca medica per
sopprimere embrioni umani, in virtù di una scienza deviata ed
insensibile all’etica; significa non intervenire sulla vita
umana per programmarla per scopi che non hanno più nulla di
umano.
Accogliendo la vita per quello
che realmente essa è, un dono meraviglioso del Creatore, la
nostra stessa esistenza diventa lo specchio di quell’Amore che
si è fatto Croce per salvare l’uomo.
Dott.ssa Adele Caramico
21/6/2005
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