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LETTERA DI DUE DONNE DI SINISTRA
PER L'ASTENSIONE
Care amiche, cari amici,
siamo femministe, libertarie e di sinistra e al referendum del
12 giugno sulla legge 40 non andremo a votare.
Non ci riconosciamo nello schieramento del Si né in quello del
No e neppure nell’appello dei vescovi per l’astensione.
Vi spieghiamo le nostre ragioni, se avete voglia di leggerle,
e vi passiamo alcuni links.
Con affetto,
Alessandra Di Pietro e Paola Tavella
Siamo la prima generazione pienamente consapevole che si può
essere fecondi e creativi anche senza avere figli, biologici o
meno.
Siamo turbate dall’attuale offensiva politica e scientifica
che esaspera il desiderio di maternità e paternità come
essenza dell’essere una donna e un uomo completi.
Le tecniche di fecondazione assistita sono pesanti, invasive,
grezze, ancora poco sicure e ignote nelle conseguenze,
(http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=004342),
consegnano la procreazione nelle mani della tecnica e la
sottraggono nei fatti, nel simbolico e nell’immaginario, al
potere femminile che la governa con amore e saggezza fin dagli
inizi del mondo.
Veniamo indotti a credere che i medici e gli scienziati siano
sempre alleati benevoli del nostro desiderio e possano
cancellare rischi, paure e malattie, ma l’esperienza su
sessualità, contraccezione, parto e aborto ci ha insegnato che
così non è. Medici e scienziati fanno di solito i loro
interessi, non solo i nostri, e la procreazione medicalmente
assistita è una potente chiave emotiva di un’operazione di
marketing per far apparire le applicazioni dell’enorme
business biotech soltanto un vantaggio e un progresso per
l’umanità (http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/r/rifkin.htm)
e (http://italia.attac.org/spip/article.php3?id_article=132)
Non siamo contrarie alle biotecnologie per principio e ci
serviamo dei progressi che dobbiamo alla scienza, ma siamo
diffidenti, caute e interessate a mantenere desto il nostro
spirito critico, soprattutto perché è sulle donne e sulle
sorti delle generazioni future che avviene la prima
sperimentazione di massa del biotech sugli umani. Di questa
diffidenza, di questa cautela, dell’esperienza critica del
femminismo e dell’ambientalismo che riguarda corpi e scienza,
salute e medicina, non c’è invece spazio nella campagna
referendaria per il Si. Ma, a proposito di salute, basta
spostare di poco l’attenzione dallo scontro elettorale, e
magari dare una telefonata all’Istituto superiore di sanità,
per scoprire che l’infertilità maschile e femminile è in
crescita esponenziale, ma a nessuno – né ai legislatori né ai
referendari - sembra importante intervenire sulle sue cause,
che sono inquinamento, stress, problemi psicologici, lavori a
rischio, malattie trasmesse per vie sessuale, sulla
prevenzione, e sulle cure, che hanno alte possibilità di
successo ma per le quali non ci sono investimenti di
attenzione né di risorse pubbliche.
Noi contestiamo questa logica totalmente allopatica, che cura
i sintomi e ne perpetua le radici, che divide l’essere umano
in pezzi, che lo riduce a puro corpo malato. Non possiamo fare
a meno di riflettere sul dato che dice che dal punto di vista
strettamente medico l’infertilità è, fra il 14 e il 20%, sine
causa.(http://www.cecos.it/info_sterilita.php#DIMENSIONI%20DELLA%20STERILITA%20IN)
Pensiamo che l’uso della procreazione medicalmente assistita
non vada banalizzato. Siamo preoccupate e sbalordite che la
campagna referendaria abbia trasformato le mere condizioni di
accesso a una tecnica in una “battaglia di civiltà e di
libertà per le donne”, e addirittura in un baluardo dell’autodeteminazione.
Eppure noi c’eravamo quando il movimento delle donne, dopo
Chernobyl e quando nacque Louise Brown, la prima bambina in
provetta, si poneva con inquietudine le domande che ancora
poniamo noi. Dove è finita questa riflessione? E dov’è
l’autodeterminazione se la pressione culturale che spinge
verso la maternità tecnologica e l’affidamento acritico alla
scienza è così forte, così avara di conoscenza e di
informazione? Come mai non leggiamo sui giornali di sinistra
che Vandana Shiva, Naomi Klein, le organizzazioni femministe e
non solo nei Paesi Terzi, gran parte dei no global hanno
posizioni durissime e diffidenti nei confronti delle tecniche
di fecondazione assistita e di manipolazione degli
embrioni?(http://www.impegnoreferendum.it/NR/exeres/AF599094-B02A-4095-A525-FD5EA5862970.htm)
Non riusciamo a capire per quale ragione essere contrari alla
manipolazione genetica del mais o dei pomodori e non a quella
degli esseri umani.
Chiesa e scienziati si contendono l’embrione. Gli uni dicono
che è di Dio, gli altri lo reclamano perché per la prima volta
nella storia dell’umanità il mistero dell’inizio della vita,
che è sempre stato celato agli sguardi e nascosto dentro di
noi, può essere osservato, studiato, manipolato, clonato.
Su questo argomento molti, uomini e donne, sono a disagio, e
non riescono a trovare una misura. Abbiamo sentito alcune/i
dire che l’embrione è un grumo di cellule, altre/i sostenere
che è già un bambino. Entrambe le tonalità emotive hanno il
sapore della rimozione, dell’imbarazzo, dell’angoscia. Noi non
intendiamo schierarci sulla natura dell’embrione dal punto di
vista scientifico o spirituale, ma sappiamo che è sempre stato
delle donne in virtù di una relazione carnale e non
metafisica. Abbiamo deciso dalla notte dei tempi se farlo
crescere o sbarazzarcene, se accoglierlo o respingerlo, se
amarlo o detestarlo, e ci siamo comportate con saggezza,
altrimenti nessuno di noi sarebbe qui a discuterne. Della
nascita della vita noi, le donne, sappiamo più di chiunque.
Come mai oggi, improvvisamente, non ci interessa la sorte
degli embrioni? Siamo così ferme nel non volerli lasciare in
custodia ai preti, ma ci sentiamo davvero tranquille nel
permettere agli scienziati di scassinarli? I preti vogliono
salvare le anime, gli scienziati ci raccontano di agire per il
bene dell’umanità, ma sul bene dell’umanità lasceremo il
monopolio a chi già fa crescere orecchie umane sui topi da
laboratorio? (http://www.bairo.info/Pag29.html)
Forse dovremmo dirci che la relazione con i misteriosi
embrioni è titolarità della madre e di nessun altro, anche
quando accetta che vengano prodotti fuori dal suo corpo, e
partire da questa semplice verità per discutere.
Su questo punto però navighiamo nelle incertezze del mare
aperto. Perché se abbiamo esperienza di gravidanza e di
aborto, non ne abbiamo di procreazione medicalmente assistita.
E’ un territorio nuovo e inesplorato, minato e inquinato,
quasi del tutto fuori dal nostro controllo. Che cosa sentiamo
nei confronti dell’embrione? Che cosa dicono quelle che ne
hanno prodotti, impiantati, congelati, conservati altrove?
Abbiamo bisogno di ascoltare e di parlare, o altri lo faranno
al nostro posto.
Ci sembra che questa riflessione sia coerente e niente affatto
antagonista con quello che pensiamo a proposito dell’aborto,
su cui siamo state e saremo sempre militanti pro choice. Molte
sono preoccupate che la soggettività dell’embrione introdotta
dalla legge 40 metta in dubbio la nostra libertà, e anche noi
lo siamo. Eppure, mentre sentiamo che sulla legge 194 –
nonostante le perfidie e i tranelli della destra e del
fondamentalismo cattolico - è stata chiarita la relazione
carnale e di libero arbitrio della donna sul frutto del
concepimento, oggi avvertiamo che la minaccia alla nostra
libertà e alla nostra umanità si è spostata più avanti, sulle
frontiere del biotech, là dove l’embrione è fuori di noi e
quindi lo si dichiara non nostro, aprendo una gara per la sua
custodia. Se è vero che si spalanca uno scenario inevitabile e
destinato a trasformare il modo di pensare alla vita e alla
sua creazione, questo ci riguarda per prime. La scienza deve
fare i conti con la nostra etica del limite, con la nostra
sapienza sulla maternità e sul rifiuto o l’indifferenza verso
la maternità.
Cautele, dunque, e limiti, e una libera, ampia discussione, e
pieno accesso alle informazioni, questo è quello che vogliamo.
Vogliamo sapere quali conseguenze devono aspettarsi le donne
sottoposte a pesanti stimolazioni ormonali, e che cosa succede
alle coppie che affrontano questo percorso con successo o
meno. Siamo preoccupate della salute fisica e psicologica dei
bambini nati in provetta, rispetto alla quale non ci bastano
le generiche assicurazioni di benessere che vengono dai medici
che praticano la Pma, ma sono smentite da altri.
Se avessimo il potere di farlo, imporremmo una moratoria. E la
nostra astensione chiede questo, non ci interessa con chi ci
accompagniamo.
Si potrebbe obiettare che se i divieti della legge 40
venissero abrogati la discussione riprenderebbe su altre basi.
Purtroppo non ci crediamo. Le argomentazioni dei referendari
ci sono sembrate disoneste, ipocrite, e talvolta perfino
manovrate dal potere economico, scientifico e tecnologico.
Abbiamo aspettato che donne autorevoli dei partiti
referendari, donne che stimiamo, di cui ci siamo fidate in più
occasioni, esprimessero dubbi, offrissero tavoli di
discussione, si sottraessero alle contrapposizioni ideologiche
fra laici e cattolici e trovassero il coraggio di soluzioni
controcorrente. Forse era una pretesa esagerata, ma l’abbiamo
nutrita.
Così ci rassegniamo temporaneamente alla legge 40 perché, sia
pure attraverso un percorso che non condividiamo, è cauta
quanto noi siamo caute e limita pratiche che ci inquietano.
(http://www.parlamento.it/parlam/leggi/04040l.htm)
In tutto il mondo le leggi bioetiche vengono costantemente
riviste, aggiornate, riscritte, discusse da capo, perché i
cambiamenti sono molto veloci. Succederà anche in Italia, e
speriamo che per quel giorno in campo non ci siano slogan ma
opinioni libere e informate.
Si dirà che potremmo votare No, e lo abbiamo preso seriamente
in considerazione, ma non ce la sentiamo di difendere
attivamente con il voto la legge 40 perché mette al centro la
tutela dell’embrione e non quella delle donne, considerando
l’uno un soggetto autonomo dall’altra, una strada non
praticabile. Abrogare la soggettività del concepito ci
interessava molto, e avremmo voluto poterlo fare, ma dopo aver
letto il testo dei quesiti referendari abbiamo scoperto con
grandissima rabbia che il terzo quesito, pubblicizzato come
quello “in difesa dell’autodeterminazione della donna”, abroga
anche il divieto della diagnosi preimpianto, che a noi invece
ad oggi preme mantenere.
((http://www.fiom.cgil.it/eventi/2005/ref_si/4_quesiti.htm)
Non ci piace la legge 40 perché stanzia fondi ridicoli e
insufficienti su prevenzione e cura dell’infertilità, pone
ipocritamente l’adozione come alternativa preferibile alle
tecniche di Pma.
Non ci piace, infine, perché è segnata dal pessimo clima
ideologico che l’ha prodotta. Siamo due convinte libertarie
che avrebbero preferito un regolamento semplice, flessibile,
rivedibile, realistico e di basso profilo, che diminuisse
l’enfasi su queste tecniche senza venderle come una panacea e
come un diritto sul quale misurare la libertà delle donne.
Ci preme dire con chiarezza che giudichiamo l’informazione sui
quesiti un inganno: è una materia complessa, spinosa e
difficile su cui, invece di creare consapevolezza, si è fatta
propaganda. Da una parte e dall’altra si vuol vincere, non
ragionare, discutere, capire. Dov’è la “battaglia di civiltà”,
se è basata su un imbroglio e fa leva sulle paure e sulle
debolezze delle persone?
La controinformazione è stata il nostro mestiere per tanti
anni. Siamo giornaliste, veniamo l’una da “Noidonne” e
“Avvenimenti” e l’altra da “il manifesto”. In questi mesi
abbiamo letto, navigato in rete e siamo andate a caccia di
quello che non viene proposto dai media ufficiali, abbiamo
parlato con moltissime donne. E abbiamo avuto la possibilità
di farci un’opinione libera, informata e critica.
Vi proponiamo quindi alcune pillole di controinformazione,
oltre ai links da consultare direttamente, se ne avete voglia
e tempo.
“La legge 40 impone tecniche lesive della salute e della
dignità della donna, perché la produzione e il contemporaneo
impianto di tre embrioni espone la donna a ripetere i cicli di
stimolazione”.
La legge 40 infatti, impone di creare solo gli embrioni che si
intende impiantare ed è ormai sconsigliato dalla pratica
medica impiantarne più di tre alla volta, tanto che anche la
legge Zapatero riconosce lo stesso limite di impianto per
proteggere le donne da gravidanze plurigemellari. Molti medici
ritengono inoltre che sia meglio sottoporre le donne a più
cicli di stimolazione a basso dosaggio piuttosto che a un solo
bombardamento a dosaggi molto alti, che può essere molto
pesante, per produrre più ovuli possibile e poi congelare gli
embrioni eccedenti e averli disponibili per successivi
impianti. Secondo le stime della “National Summary and
Fertility clinic reports” (US Departement of Healt and human
service), per ogni trasferimento in utero si ha il 31,3% di
probabilità di nascita quando si utilizzano embrioni non
congelati, quando si trasferiscono cioè immediatamente. Se
invece si utilizzano gli embrioni congelati la percentuale
scende al 17,6% . La discussione, quindi, verte quindi
sull’opportunità o meno di applicare alcuni protocolli medici,
e il secondo e il terzo quesito referendario – quasi uguali e
ai limiti della incomprensibilità - si potrebbero tradurre
così: “Siete favorevoli ad eliminare il divieto presente nella
legge 40 di crioconservare (congelare) gli embrioni in modo da
non dover ripetere i cicli di stimolazione ormonale necessari
a produrre gli ovuli da fecondare?”. Va inoltre detto che
alcuni operatori delle Pma lavorano ormai anche sulla
crioconservazione degli ovuli e non degli embrioni, tecnica
che ha dato risultati incoraggianti. Ma – e qui sta il punto
che ci turba – i ginecologi impegnati sul fronte abolizionista
sono tutti favorevoli al congelamento degli embrioni, mentre i
pionieri (e sono soprattutto pioniere, in verità) del
congelamento degli ovuli sono dall’altra parte insieme ad
altri genetisti e scienziati che lavorano sulla Pma ma in
un’altra ottica. Perché chiedere ai cittadini di pronunciarsi
sulla bontà o meno di una singola tecnica come se fosse un
problema giuridico o morale, mentre in realtà la guerra in
corso è fra lobbies scientifiche e economiche contrastanti?
“Le donne saranno costrette a farsi impiantare gli embrioni
anche se malati”.
Non è vero. Le linee guida di applicazione della legge 40
specificano che, nel rispetto dell’articolo 32 della
Costituzione, nessun atto invasivo è permesso senza il
consenso dell’interessata.(http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/procreazione_linee_guida/decreto.html)
“La legge 40 vieta la diagnosi preimpianto sugli embrioni, che
permette di scoprire se l’embrione sia portatore di malattie
genetiche”.
La diagnosi preimpianto consiste nel prelievo (rischioso) di
una cellula dall’embrione per analizzare la presenza di alcune
malattie e scartare gli embrioni portatori. È una tecnica
ancora imprecisa (il margine di errore del tre per cento
costringe comunque ad una successiva amniocentesi), potrebbe
funzionare solo in pochi casi di malattie monogeniche e non
tiene conto di una elementare osservazione: molti di noi sono
portatori di malattie che non si sviluppano nel corso della
nostra vita perché anche i fattori ambientali hanno la loro
importanza. Jacques Testart, uno scienziato francese molto
progressista che pratica la fecondazione assistita, respinge
anche la selezione embrionale sulla base della presenza di un
solo gene, perché nulla sappiamo delle sue combinazioni con
gli altri geni. E porta un esempio: nelle grandi pestilenze
che in passato hanno afflitto l’umanità – e oggi nel caso
dell’Aids – c’è una fetta di popolazione che rimane immune
dalla malattia proprio perché portatrice di una mutazione
genetica che la preserva. Con una diagnosi preimpianto gli
embrioni portatori di un gene modificato sarebbero eliminati,
impedendo alla natura di creare una riserva di persone
resistenti alla malattia.
A noi sembra che la diagnosi preimpianto rischi di portarci
verso un’eugenetica che non si basa più sulla selezione dei
tratti somatici (che comunque già avviene in paesi in cui è
legale, come gli Stati Uniti) ma su un presunto criterio di
salute ottimale e arbitrariamente deciso sulla base delle
attuali conoscenze che domani potrebbero essere smentite
proprio dal progresso scientifico. Anche in questo caso
invochiamo cautela e vogliamo mettere al bando le illusioni di
avere un figlio perfetto. Il rischio è insito nella vita e nel
dare la vita, le donne lo sanno. E’ giusto fare prevenzione,
ma è una follia far credere che la scienza possa controllare
l’incontrollabile e che a questo scopo sia giusto pagare
qualunque prezzo.
Più studiamo questo argomento e più ci rendiamo conto che
diagnosi preimpianto è un terreno molto complicato dal punto
di vista scientifico e etico, che sarebbe opportuno affrontare
presa di coscienza dei vantaggi e degli svantaggi.
“La legge 40 proibisce la ricerca sulle cellule staminali
embrionali e blocca l’avanzamento di importanti ricerche per
la cura di gravi malattie”.
Questa argomentazione ci indigna più di altre perché i
cittadini vengono convinti che per ragioni misteriose la legge
in vigore sbarri la strada alla cura certa e immediata di
malattie come il diabete, il morbo di Parkinson e l’Alzehimer,
diffuse e temute. Ma non è vero. Finora tutte le
sperimentazioni con cellule staminali embrionali sugli animali
hanno dato esiti negativi, eppure la sperimentazione viene già
fatta sulla natura umana. A tuttoggi non esiste nessun
protocollo di cura con cellule staminali embrionali e anche i
fan più accaniti ammettono che è un traguardo incerto e molto
lontano. (http://www.lucacoscioni.it/node/2486) . Ci chiediamo
allora perché destinare fondi e personale di lavoro su una
ricerca rischiosa e ancora agli inizi distraendoli da filoni
già avviati. Cure con le staminali adulte sono già praticate -
esistono 58 protocolli di cura - e proprio l’Italia ha
ricercatori brillanti e internazionalmente riconosciuti in
questo campo, tanto che la comunità scientifica stessa non è
affatto compatta sui miracoli che vengono attribuiti alle
staminali embrionali. (http://www.ecologiasociale.org/pg/biotecnologie_home.html).
Noi ci diciamo che l’embrione non sarà un soggetto separato
dalla madre, ma indubbiamente è un potenziale di vita. Non è
meglio, dunque, applicare un principio di precauzione e
rispetto piuttosto che lasciare ad eventuali dottor Stranamore
le briglie sul collo? Secondo noi sì.
“La legge 40 vieta la fecondazione eterologa , ma i genitori
sono coloro che crescono i figli e non chi fornisce il
materiale biologico”.
Non ci interessa la tutela della famiglia patriarcale né di
quella biologica come vorrebbero i cattolici contrari all’eterologa.
Ci piacciono tutte le combinazioni familiari, comprese quelle
omosex. Ma siamo colpite dal fatto che quando si parla di
eterologa la scena è dominata dallo sperma, mentre nessuno o
quasi nomina la donazione di ovuli, che pure è la parte più
complicata. Per donare gli ovuli bisogna fare apposite
stimolazioni e un intervento ad hoc per asportarli. Proprio la
maggiore complicazione fisica espone le più povere delle terra
a diventare serbatoio di ovuli. Esiste già un fiorente
mercato, alimentato non solo dalle coppie sterili ma anche
dalla scienza, che ha bisogno di un numero enorme di ovuli per
le sperimentazioni.
Siamo inoltre fermamente contrarie all’anonimato del donatore
di materiale biologico e l’esperienza della liberale
Inghilterra dovrebbe insegnare qualcosa (da aprile, al
compimento del 18 anno è possibile conoscere il proprio
genitore biologico). Anche chi è adottato può non sapere delle
sue origini ma nessuna legge gli impedisce di andarle a
cercare. In Svezia l'eterologa è stata vietata di recente per
ragioni molto laiche: il numero di separazioni tra chi l'aveva
fatta erano il doppio che nelle altre coppie. Anche gli
psicanalisti avvertono: l'ordine simbolico familiare è
profondamente modificato e ricomporlo non è una faccenda
risolvibile solo nelle relazioni private.
E poi l’esperienza omosessuale di un desiderio di paternità e
maternità, spesso citata come argomentazione progressista a
favore della liberalizzazione delle tecniche di Pma, è molto
più complessa e interessante di quanto si creda. Molti e molte
non si arrendono alla soluzione scientifica che viene loro
proposta come unica possibilità, ma cercano altre vie.
Conosciamo maschi gay che hanno stipulato in amicizia accordi
con femmine gay, e hanno concepito figli a letto o con i kit
fai-da-te, in modo che i bambini nascessero per vie naturali e
sapendo chi sono i loro genitori. Un amico gay americano che
desiderava un figlio ci ha raccontato che, di fronte al medico
che gli proponeva di comperare un ovulo da una donna
colombiana, fecondarlo con il suo sperma, reimpiantare
l’embrione dentro la donatrice pagandola come utero in
affitto, ha pensato: “Preferisco di gran lunga andare a letto
con una mia amica e avere un bambino con lei”, e così ha
fatto.
Con questo scritto non vogliamo convincere nessuno a fare come
noi ma testimoniare una passione politica e una posizione
femminista, di minoranza, che non ha voce. Ci piacerebbe
seminare qualche dubbio, ma soprattutto il desiderio di
chiudere le orecchie alla propaganda del capitalismo biotech
che ha incantato anche la sinistra e di cercare, indagare,
riflettere, parlare con le altre. In questi mesi abbiamo fatto
una curiosa esperienza. Basta nominare questo argomento per
essere subissate di domande. Tante donne e tanti uomini
sentono che quel che la propaganda dice non è vero, che c’è di
più e che la faccenda è di importanza cruciale. Lo sanno con
il corpo, madri o non madri, padri o non padri che siano.
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