La FIVET è la fecondazione artificiale umana in
vitro; la sigla si ha dalle iniziali Fecondazione in Vitro
con embryo transfer. Essa è una tecnica di fecondazione
artificiale molto più complessa rispetto all’inseminazione
artificiale.
Nella donna viene provocata una crescita follicolare
multipla ed in seguito, tramite laparoscopia, vengono
prelevati degli ovociti maturi. Gli ovuli vengono quindi
trasferiti in un terreno di coltura particolare. Sempre qui
viene messo anche il liquido seminale, preparato
precedentemente con un procedimento particolare, ed avviene
così il concepimento di un essere umano al di
fuori sia del corpo materno che dell’atto sessuale: è la
fecondazione in vitro!
La crescita dell’embrione, così ottenuto, viene controllata
e seguita con il microscopio e, quando ha raggiunto lo stadio
di 4-6 cellule, può essere trasferito in utero per continuare
il suo sviluppo.
L’ embryo – transfer è il momento più delicato della
fecondazione artificiale in quanto è quello in cui si hanno le
maggiori possibilità di perdita dell’embrione.
Le statistiche dicono che solo il 15-20 % degli
embrioni ottenuti in vitro riuscirà ad arrivare al termine
della gravidanza. Proprio perché c’è questa percentuale così
bassa di successo si ricorre alla pluriovulazione, fecondando
più ovuli e trasferendone altrettanti in utero, in modo da far
aumentare le possibilità che almeno un embrione riesca a
svilupparsi completamente.
Nella maggior parte dei casi, purtroppo, il numero di
embrioni così ottenuti supera di gran lunga quelli che poi
vengono effettivamente trasferiti nel grembo materno.
Si ha un surplus di embrioni che pone il problema
etico sul loro destino. Due, di solito, sono le possibili
sorti di questi embrioni soprannumerari: congelamento,
in attesa di un eventuale impianto, oppure eliminazione.
La metodica della FIVET ha due varianti costituite
dallo ZIFT, Zigote Intra Fallopian Transfer,
in cui l’embryo – transfer avviene dopo 24 ore; e dal
TET, Tubal Embryo Transfer, in cui il
trasferimento avviene invece dopo 48 ore.
Quando la FIVET viene effettuata utilizzando i
gameti di una coppia di coniugi, si chiama omologa, mentre
quando uno dei gameti utilizzati, o a volte pure entrambi,
sono esterni alla coppia, abbiamo la FIVET eterologa.
Una conseguenza propria della FIVET eterologa è la
maternità sostitutiva, chiamata anche surrogate mother
o surrogacy.
Di solito, quando si parla di maternità, si dà per scontato
che la madre sia quella che porta a termine la gestazione e
mette al mondo il figlio. Ma non si verifica sempre così.
Esistono tre varianti di questa metodica.
La prima si ha quando una donna offre
volontariamente, oppure “affitta”, dietro retribuzione,
il proprio utero, per permettervi l’impianto di un embrione di
altri. Questa situazione viene definita “gravidanza
surrogata” o più comunemente “balia d’utero”. Il
bambino che nascerà si troverà ad avere il patrimonio genetico
di due persone, delle quali nessuna sarà la madre che lo ha
portato in grembo: avrà ricevuto sangue, nutrimento, e tutti
quei rapporti madre-feto, che sono importantissimi anche per
la stessa vita psichica del bambino, da un’altra donna.
La seconda variante, chiamata anche “gravidanza
eterologa”, si ha quando, in una coppia in cui la donna è
sterile, viene fecondato un ovulo donato, utilizzando il seme
del partner. Successivamente l’embrione, così ottenuto, viene
impiantato nell’utero della donna sterile, dove può continuare
il normale sviluppo fino alla nascita.
Un caso particolare, che ha suscitato e continua a
suscitare scalpore, è il fatto che, in tale modo, è possibile
impiantare un embrione anche nell’utero di una donna ormai in
menopausa.
La terza ed ultima variante viene definita “gravidanza
su commissione” e consiste nella fecondazione di una donna
con il seme del partner di un’altra, che le commissiona
praticamente il figlio. Il bambino che nascerà verrà “dato”
alla donna che lo ha commissionato, che sarà poi considerata
sua “madre”, anche se nella realtà questo figlio della
“madre” non ha nulla, in quanto non è stata
lei a partorirlo e neppure a “fornire” il
patrimonio genetico.
Adele Caramico