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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
ISTRUZIONE DIGNITAS PERSONAE
SU ALCUNE QUESTIONI DI BIOETICA
INTRODUZIONE
1. Ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte
naturale, va riconosciuta la dignità di persona. Questo
principio fondamentale, che esprime un grande “sì” alla
vita umana, deve essere posto al centro della
riflessione etica sulla ricerca biomedica, che riveste
un’importanza sempre maggiore nel mondo di oggi. Il
Magistero della Chiesa è già intervenuto più volte, al fine
di chiarire e risolvere i relativi problemi morali. Di
particolare rilevanza in questa materia è stata l’Istruzione
Donum vitae
[1]. A vent’anni
dalla sua pubblicazione è emersa nondimeno l’opportunità di
apportare un aggiornamento a tale documento.
L’insegnamento di detta Istruzione conserva intatto il suo
valore sia per i principi richiamati sia per le valutazioni
morali espresse. Nuove tecnologie biomediche,
tuttavia, introdotte in questo ambito delicato della vita
dell’essere umano e della famiglia, provocano ulteriori
interrogativi, in particolare nel settore della ricerca
sugli embrioni umani e dell’uso delle cellule staminali a
fini terapeutici nonché in altri ambiti della medicina
sperimentale, così da sollevare nuove domande che richiedono
altrettante risposte. La rapidità degli sviluppi in ambito
scientifico e la loro amplificazione tramite i mezzi di
comunicazione sociale provocano attese e perplessità
in settori sempre più vasti dell’opinione pubblica. Al fine
di regolamentare giuridicamente tali problemi, le Assemblee
legislative sono spesso sollecitate a prendere decisioni,
coinvolgendo talora anche la consultazione popolare.
Queste ragioni hanno portato la Congregazione per la
Dottrina della Fede a predisporre una nuova Istruzione di
natura dottrinale, che affronta alcune problematiche
recenti alla luce dei criteri enunciati nell’Istruzione
Donum vitae e
riprende in esame altri temi già trattati, ma ritenuti
bisognosi di ulteriori chiarimenti.
2. Nel procedere a questo esame, si è inteso sempre tenere
presenti gli aspetti scientifici, giovandosi dell’analisi
della Pontificia Accademia per la Vita e di un gran numero
di esperti, per confrontarli con i principi
dell’antropologia cristiana. Le Encicliche
Veritatis splendor
[2] ed
Evangelium vitae
[3] di Giovanni
Paolo II ed altri interventi del Magistero offrono chiare
indicazioni di metodo e di contenuto per l’esame dei
problemi considerati.
Nel variegato panorama filosofico e scientifico attuale è
possibile constatare di fatto una ampia e qualificata
presenza di scienziati e di filosofi che, nello spirito del
giuramento di Ippocrate, vedono nella scienza medica
un servizio alla fragilità dell’uomo, per la cura delle
malattie, l’alleviamento della sofferenza e l’estensione
delle cure necessarie in misura equa a tutta l’umanità. Non
mancano, però, rappresentanti della filosofia e della
scienza che considerano il crescente sviluppo delle
tecnologie biomediche in una prospettiva sostanzialmente
eugenetica.
3. La Chiesa cattolica, nel proporre principi e valutazioni
morali per la ricerca biomedica sulla vita umana, attinge
alla luce sia della ragione sia della fede,
contribuendo ad elaborare una visione integrale dell’uomo e
della sua vocazione, capace di accogliere tutto ciò che di
buono emerge dalle opere degli uomini e dalle varie
tradizioni culturali e religiose, che non raramente mostrano
una grande riverenza per la vita.
Il Magistero intende portare una parola di incoraggiamento e
di fiducia nei confronti di una prospettiva culturale che
vede la scienza come prezioso servizio al bene integrale
della vita e della dignità di ogni essere umano. La
Chiesa pertanto guarda con speranza alla ricerca
scientifica, augurando che siano molti i cristiani a
dedicarsi al progresso della biomedicina e a testimoniare la
propria fede in tale ambito. Auspica inoltre che i risultati
di questa ricerca siano resi disponibili anche nelle aree
povere e colpite dalle malattie, per affrontare le necessità
più urgenti e drammatiche dal punto di vista umanitario. E
infine intende essere presente accanto ad ogni persona che
soffre nel corpo e nello spirito, per offrire non soltanto
un conforto, ma la luce e la speranza. Queste danno senso
anche ai momenti della malattia e all’esperienza della
morte, che appartengono di fatto alla vita dell’uomo e ne
segnano la storia, aprendola al mistero della Risurrezione.
Lo sguardo della Chiesa infatti è pieno di fiducia perché
«la vita vincerà: è questa per noi una sicura speranza. Sì,
vincerà la vita, perché dalla parte della vita stanno la
verità, il bene, la gioia, il vero progresso. Dalla parte
della vita è Dio, che ama la vita e la dona con larghezza»
[4].
La presente Istruzione si rivolge ai fedeli e a tutti coloro
che cercano la verità
[5]. Essa comprende
tre parti: la prima richiama alcuni aspetti antropologici,
teologici ed etici di importanza fondamentale; la seconda
affronta nuovi problemi riguardanti la procreazione; la
terza prende in esame alcune nuove proposte terapeutiche che
comportano la manipolazione dell’embrione o del patrimonio
genetico umano.
PRIMA PARTE:
ASPETTI ANTROPOLOGICI, TEOLOGICI ED ETICI
DELLA VITA E DELLA PROCREAZIONE UMANA
4. Negli ultimi decenni le scienze mediche hanno sviluppato
in modo considerevole le loro conoscenze sulla vita umana
negli stadi iniziali della sua esistenza. Esse sono giunte a
conoscere meglio le strutture biologiche dell’uomo e il
processo della sua generazione. Questi sviluppi sono
certamente positivi e meritano di essere sostenuti, quando
servono a superare o a correggere patologie e concorrono a
ristabilire il normale svolgimento dei processi generativi.
Essi sono invece negativi, e pertanto non si possono
condividere, quando implicano la soppressione di esseri
umani o usano mezzi che ledono la dignità della persona
oppure sono adottati per finalità contrarie al bene
integrale dell’uomo.
Il corpo di un essere umano, fin dai suoi primi stadi di
esistenza, non è mai riducibile all’insieme delle sue
cellule. Il corpo embrionale si sviluppa progressivamente
secondo un “programma” ben definito e con un proprio fine
che si manifesta con la nascita di ogni bambino.
Giova qui richiamare il criterio etico fondamentale
espresso nell’Istruzione
Donum vitae per
valutare tutte le questioni morali che si pongono in
relazione agli interventi sull’embrione umano: «Il frutto
della generazione umana dal primo momento della sua
esistenza, e cioè a partire dal costituirsi dello zigote,
esige il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto
all’essere umano nella sua totalità corporale e spirituale.
L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin
dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento
gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i
quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano
innocente alla vita»
[6].
5. Quest’affermazione di carattere etico, riconoscibile come
vera e conforme alla legge morale naturale dalla stessa
ragione, dovrebbe essere alla base di ogni ordinamento
giuridico
[7]. Essa suppone,
infatti, una verità di carattere ontologico, in forza
di quanto la suddetta Istruzione ha evidenziato, a partire
da solide conoscenze scientifiche, circa la continuità dello
sviluppo dell’essere umano.
Se l’Istruzione
Donum vitae non
ha definito che l’embrione è persona, per non impegnarsi
espressamente su un’affermazione d’indole filosofica, ha
rilevato tuttavia che esiste un nesso intrinseco tra la
dimensione ontologica e il valore specifico di ogni essere
umano. Anche se la presenza di un’anima spirituale non può
essere rilevata dall’osservazione di nessun dato
sperimentale, sono le stesse conclusioni della scienza
sull’embrione umano a fornire «un’indicazione preziosa per
discernere razionalmente una presenza personale fin da
questo primo comparire di una vita umana: come un individuo
umano non sarebbe una persona umana?»
[8]. La realtà
dell’essere umano, infatti, per tutto il corso della sua
vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né
un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale,
poiché possiede una piena qualificazione antropologica ed
etica. L’embrione umano, quindi, ha fin dall’inizio la
dignità propria della persona.
6. Il rispetto di tale dignità compete a ogni essere umano,
perché esso porta impressi in sé in maniera indelebile la
propria dignità e il proprio valore. L’origine della vita
umana, d’altra parte, ha il suo autentico contesto
nel matrimonio e nella famiglia, in cui viene generata
attraverso un atto che esprime l’amore reciproco tra l’uomo
e la donna. Una procreazione veramente responsabile nei
confronti del nascituro «deve essere il frutto del
matrimonio»
[9].
Il matrimonio, presente in tutti i tempi e in tutte le
culture, «è stato sapientemente e provvidenzialmente
istituito da Dio creatore per realizzare nell’umanità il suo
disegno di amore. Per mezzo della reciproca donazione
personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla
comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a
vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e
all’educazione di nuove vite»
[10]. Nella
fecondità dell’amore coniugale l’uomo e la donna «rendono
evidente che all’origine della loro vita sponsale vi è un
“sì” genuino che viene pronunciato e realmente vissuto nella
reciprocità, rimanendo sempre aperto alla vita… La legge
naturale, che è alla base del riconoscimento della vera
uguaglianza tra le persone e i popoli, merita di essere
riconosciuta come la fonte a cui ispirare anche il rapporto
tra gli sposi nella loro responsabilità nel generare nuovi
figli. La trasmissione della vita è iscritta nella natura e
le sue leggi permangono come norma non scritta a cui tutti
devono richiamarsi»
[11].
7. È convinzione della Chiesa che ciò che è umano non
solamente è accolto e rispettato dalla fede, ma da
essa è anche purificato, innalzato e perfezionato. Dio, dopo
aver creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (cf. Gn
1, 26), ha qualificato la sua creatura come «molto buona» (Gn
1, 31) per poi assumerla nel Figlio (cf. Gv 1, 14).
Il Figlio di Dio nel mistero dell’Incarnazione ha confermato
la dignità del corpo e dell’anima costitutivi dell’essere
umano. Il Cristo non ha disdegnato la corporeità umana, ma
ne ha svelato pienamente il significato e il valore: «In
realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera
luce il mistero dell’uomo»
[12].
Divenendo uno di noi, il Figlio fa sì che possiamo diventare
«figli di Dio» (Gv 1,12), «partecipi della natura
divina» (2 Pt 1, 4). Questa nuova dimensione non
contrasta con la dignità della creatura riconoscibile con la
ragione da parte di tutti gli uomini, ma la eleva ad un
ulteriore orizzonte di vita, che è quella propria di Dio e
consente di riflettere più adeguatamente sulla vita umana e
sugli atti che la pongono in essere
[13].
Alla luce di questi dati di fede, risulta ancor più
accentuato e rafforzato il rispetto nei riguardi
dell’individuo umano che è richiesto dalla ragione: per
questo non c’è contrapposizione tra l’affermazione della
dignità e quella della sacralità della vita umana. «I
diversi modi secondo cui nella storia Dio ha cura del mondo
e dell'uomo, non solo non si escludono tra loro, ma al
contrario si sostengono e si compenetrano a vicenda. Tutti
scaturiscono e concludono all'eterno disegno sapiente e
amoroso con il quale Dio predestina gli uomini “ad essere
conformi all'immagine del Figlio suo” (Rm 8, 29)»
[14].
8. A partire dall’insieme di queste due dimensioni,
l’umana e la divina, si comprende meglio il perché del
valore inviolabile dell’uomo: egli possiede una vocazione
eterna ed è chiamato a condividere l’amore trinitario
del Dio vivente.
Questo valore si applica a tutti indistintamente. Per il
solo fatto d’esistere, ogni essere umano deve essere
pienamente rispettato. Si deve escludere l’introduzione di
criteri di discriminazione, quanto alla dignità, in base
allo sviluppo biologico, psichico, culturale o allo stato di
salute. Nell’uomo, creato ad immagine di Dio, si riflette,
in ogni fase della sua esistenza, «il volto del suo Figlio
Unigenito… Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile
di Dio per l’uomo rivela fino a che punto la persona umana
sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da
qualsiasi altra considerazione – intelligenza, bellezza,
salute, giovinezza, integrità e così via. In definitiva, la
vita umana è sempre un bene, poiché “essa è nel mondo
manifestazione di Dio, segno della sua presenza, orma della
sua gloria” (Evangelium
vitae, 34)»
[15].
9. Queste due dimensioni di vita, quella naturale e quella
soprannaturale, permettono anche di comprendere meglio in
quale senso gli atti che consentono all’essere umano di
venire all’esistenza, nei quali l’uomo e la donna si
donano mutuamente l’uno all’altra, sono un riflesso
dell’amore trinitario. «Dio, che è amore e vita, ha
inscritto nell’uomo e nella donna la vocazione a una
partecipazione speciale al suo mistero di comunione
personale e alla sua opera di Creatore e di Padre»
[16].
Il matrimonio cristiano «affonda le sue radici nella
naturale complementarietà che esiste tra l’uomo e la donna,
e si alimenta mediante la volontà personale degli sposi di
condividere l’intero progetto di vita, ciò che hanno e ciò
che sono: perciò tale comunione è il frutto e il segno di
una esigenza profondamente umana. Ma in Cristo Signore, Dio
assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica e la
eleva, conducendola a perfezione col sacramento del
matrimonio: lo Spirito Santo effuso nella celebrazione
sacramentale offre agli sposi cristiani il dono di una
comunione nuova d'amore che è immagine viva e reale di
quella singolarissima unità, che fa della Chiesa
l'indivisibile Corpo mistico del Signore Gesù»
[17].
10. La Chiesa, giudicando della valenza etica di taluni
risultati delle recenti ricerche della medicina concernenti
l’uomo e le sue origini, non interviene nell’ambito proprio
della scienza medica come tale, ma richiama tutti gli
interessati alla responsabilità etica e sociale del loro
operato. Ricorda loro che il valore etico della scienza
biomedica si misura con il riferimento sia al rispetto
incondizionato dovuto ad ogni essere umano, in tutti i
momenti della sua esistenza, sia alla tutela della
specificità degli atti personali che trasmettono la vita.
L’intervento del Magistero rientra nella sua missione di
promuovere la formazione delle coscienze, insegnando
autenticamente la verità che è Cristo, e nello stesso tempo
dichiarando e confermando autoritativamente i principi
dell’ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura
umana
[18].
SECONDA PARTE:
NUOVI PROBLEMI RIGUARDANTI LA PROCREAZIONE
11. Alla luce dei principi sopra ricordati occorre ora
prendere in esame alcuni problemi riguardanti la
procreazione, emersi e meglio delineatisi negli anni
successivi alla pubblicazione dell’Istruzione
Donum vitae.
Le tecniche di aiuto alla fertilità
12. Per quanto riguarda la cura dell’infertilità, le
nuove tecniche mediche devono rispettare tre beni
fondamentali: a) il diritto alla vita e all’integrità fisica
di ogni essere umano dal concepimento fino alla morte
naturale; b) l’unità del matrimonio, che comporta il
reciproco rispetto del diritto dei coniugi a diventare padre
e madre soltanto l’uno attraverso l’altro
[19]; c) i valori
specificamente umani della sessualità, che «esigono che la
procreazione di una persona umana debba essere perseguita
come il frutto dell’atto coniugale specifico dell’amore tra
gli sposi»
[20]. Le tecniche
che si presentano come un aiuto alla procreazione «non sono
da rifiutare in quanto artificiali. Come tali esse
testimoniano le possibilità dell’arte medica, ma si devono
valutare sotto il profilo morale in riferimento alla dignità
della persona umana, chiamata a realizzare la vocazione
divina al dono dell’amore e al dono della vita»
[21].
Alla luce di tale criterio sono da escludere tutte le
tecniche di fecondazione artificiale eterologa
[22] e le tecniche
di fecondazione artificiale omologa[23]
che sono sostitutive dell’atto coniugale. Sono invece
ammissibili le tecniche che si configurano come un aiuto
all’atto coniugale e alla sua fecondità. L’Istruzione
Donum vitae si
esprime così: «Il medico è al servizio delle persone e della
procreazione umana: non ha facoltà di disporre né di
decidere di esse. L’intervento medico è in questo ambito
rispettoso della dignità delle persone, quando mira ad
aiutare l’atto coniugale sia per facilitarne il compimento
sia per consentirgli di raggiungere il suo fine, una volta
che sia stato normalmente compiuto»
[24]. E, a proposito
dell’inseminazione artificiale omologa, dice:
«L’inseminazione artificiale omologa all’interno del
matrimonio non può essere ammessa, salvo il caso in cui il
mezzo tecnico risulti non sostitutivo dell’atto coniugale,
ma si configuri come una facilitazione e un aiuto affinché
esso raggiunga il suo scopo naturale»
[25].
13. Sono certamente leciti gli interventi che mirano a
rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla fertilità
naturale, come ad esempio la cura ormonale dell’infertilità
di origine gonadica, la cura chirurgica di una endometriosi,
la disostruzione delle tube, oppure la restaurazione
microchirurgica della pervietà tubarica. Tutte queste
tecniche possono essere considerate come autentiche
terapie, nella misura in cui, una volta risolto il
problema che era all’origine dell’infertilità, la coppia
possa porre atti coniugali con un esito procreativo, senza
che il medico debba interferire direttamente nell’atto
coniugale stesso. Nessuna di queste tecniche sostituisce
l’atto coniugale, che unicamente è degno di una procreazione
veramente responsabile.
Per venire incontro al desiderio di non poche coppie sterili
ad avere un figlio, sarebbe inoltre auspicabile
incoraggiare, promuovere e facilitare, con opportune misure
legislative, la procedura dell’adozione dei numerosi
bambini orfani, che hanno bisogno, per il loro adeguato
sviluppo umano, di un focolare domestico. C’è da osservare,
infine, che meritano un incoraggiamento le ricerche e gli
investimenti dedicati alla prevenzione della sterilità.
Fecondazione in vitro ed eliminazione volontaria di
embrioni
14. Il fatto che la fecondazione in vitro comporti
assai frequentemente l’eliminazione volontaria di embrioni è
già stato rilevato dall’Istruzione
Donum vitae
[26]. Alcuni
pensavano che ciò fosse dovuto a una tecnica ancora
parzialmente imperfetta. L’esperienza successiva ha
dimostrato invece che tutte le tecniche di fecondazione
in vitro si svolgono di fatto come se l’embrione umano
fosse un semplice ammasso di cellule che vengono usate,
selezionate e scartate.
È vero che circa un terzo delle donne che ricorrono alla
procreazione artificiale giunge ad avere un bambino. Occorre
tuttavia rilevare che, considerando il rapporto tra il
numero totale di embrioni prodotti e di quelli
effettivamente nati, il numero di embrioni sacrificati è
altissimo
[27]. Queste perdite
sono accettate dagli specialisti delle tecniche di
fecondazione in vitro come prezzo da pagare per
ottenere risultati positivi. In realtà è assai preoccupante
che la ricerca in questo campo miri principalmente a
ottenere migliori risultati in termini di percentuale di
bambini nati rispetto alle donne che iniziano il
trattamento, ma non sembra avere un effettivo interesse per
il diritto alla vita di ogni singolo embrione.
15. Spesso si obietta che tali perdite di embrioni sarebbero
il più delle volte preterintenzionali, o avverrebbero
addirittura contro la volontà dei genitori e dei medici. Si
afferma che si tratterebbe di rischi non molto diversi da
quelli connessi al processo naturale della generazione, e
che voler comunicare la vita senza correre alcun rischio
comporterebbe in pratica astenersi dal trasmetterla. È vero
che non tutte le perdite di embrioni nell’ambito della
procreazione in vitro hanno lo stesso rapporto con la
volontà dei soggetti interessati. Ma è anche vero che in
molti casi l’abbandono, la distruzione o le perdite di
embrioni sono previsti e voluti.
Gli embrioni prodotti in vitro che presentano difetti
vengono direttamente scartati. Sono sempre più frequenti i
casi in cui coppie non sterili ricorrono alle tecniche di
procreazione artificiale con l’unico scopo di poter operare
una selezione genetica dei loro figli. È prassi ormai comune
in molti Paesi la stimolazione del ciclo femminile per
ottenere un alto numero di ovociti, che vengono fecondati.
Tra gli embrioni ottenuti un certo numero è trasferito nel
grembo materno, e gli altri vengono congelati per eventuali
futuri interventi riproduttivi. La finalità del
trasferimento multiplo è di assicurare, per quanto
possibile, l’impianto di almeno un embrione. Il mezzo
impiegato per giungere a questo fine è l’utilizzo di un
numero maggiore di embrioni rispetto al figlio desiderato,
nella previsione che alcuni vengano perduti e, in ogni caso,
si eviti la gravidanza multipla. In questo modo la tecnica
del trasferimento multiplo comporta di fatto un
trattamento puramente strumentale degli embrioni.
Colpisce il fatto che né la comune deontologia professionale
né le autorità sanitarie ammetterebbero in nessun altro
ambito della medicina una tecnica con un tasso globale così
alto di esiti negativi e fatali. Le tecniche di fecondazione
in vitro in realtà vengono accettate, perché si
presuppone che l’embrione non meriti un pieno rispetto, per
il fatto che entra in concorrenza con un desiderio da
soddisfare.
Questa triste realtà, spesso taciuta, è del tutto
deprecabile, in quanto «le varie tecniche di riproduzione
artificiale, che sembrerebbero porsi a servizio della vita e
che sono praticate non poche volte con questa intenzione, in
realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la vita»
[28].
16. La Chiesa, inoltre, ritiene eticamente inaccettabile la
dissociazione della procreazione dal contesto
integralmente personale dell’atto coniugale
[29]: la
procreazione umana è un atto personale della coppia
uomo-donna che non sopporta alcun tipo di delega
sostitutiva. La pacifica accettazione dell’altissimo tasso
di abortività delle tecniche di fecondazione in vitro
dimostra eloquentemente che la sostituzione dell’atto
coniugale con una procedura tecnica – oltre a non essere
conforme al rispetto che si deve alla procreazione, non
riducibile alla sola dimensione riproduttiva – contribuisce
ad indebolire la consapevolezza del rispetto dovuto ad ogni
essere umano. Il riconoscimento di tale rispetto viene
invece favorito dall’intimità degli sposi animata dall’amore
coniugale.
La Chiesa riconosce la legittimità del desiderio di un
figlio, e comprende le sofferenze dei coniugi afflitti da
problemi di infertilità. Tale desiderio non può però venir
anteposto alla dignità di ogni vita umana, fino al punto di
assumerne il dominio. Il desiderio di un figlio non può
giustificarne la “produzione”, così come il desiderio di non
avere un figlio già concepito non può giustificarne
l’abbandono o la distruzione.
In realtà si ha l’impressione che alcuni ricercatori, privi
di ogni riferimento etico e consapevoli delle potenzialità
insite nel progresso tecnologico, sembrano cedere alla
logica dei soli desideri soggettivi
[30] e alla
pressione economica, tanto forte in questo campo. Di fronte
alla strumentalizzazione dell’essere umano allo stadio
embrionale, occorre ripetere che «l’amore di Dio non fa
differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua
madre, e il bambino, o il giovane, o l’uomo maturo o
l’anziano. Non fa differenza perché in ognuno di essi vede
l’impronta della propria immagine e somiglianza… Per questo
il Magistero della Chiesa ha costantemente proclamato il
carattere sacro e inviolabile di ogni vita umana, dal suo
concepimento sino alla sua fine naturale»
[31].
L’Intra Cytoplasmic Sperm Injection (ICSI)
17. Tra le tecniche recenti di fecondazione artificiale ha
progressivamente assunto un particolare rilievo l’Intra
Cytoplasmic Sperm Injection
[32]. L’ICSI è
diventata la tecnica di gran lunga più utilizzata
nell’ottica della migliore efficacia, e può superare diverse
forme di sterilità maschile
[33].
Come la fecondazione in vitro, della quale
costituisce una variante, l’ICSI è una tecnica
intrinsecamente illecita: essa opera una completa
dissociazione tra la procreazione e l’atto coniugale.
Infatti anche l’ICSI «è attuata al di fuori del corpo dei
coniugi mediante gesti di terze persone la cui competenza e
attività tecnica determinano il successo dell’intervento;
essa affida la vita e l’identità dell’embrione al potere dei
medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica
sull’origine e sul destino della persona umana. Una siffatta
relazione di dominio è in sé contraria alla dignità e
all’uguaglianza che dev’essere comune a genitori e figli. Il
concepimento in vitro è il risultato dell’azione
tecnica che presiede alla fecondazione; essa non è né di
fatto ottenuta né positivamente voluta come l’espressione e
il frutto di un atto specifico dell’unione coniugale»
[34].
Il congelamento di embrioni
18. Uno dei metodi adoperati per ottenere il miglioramento
del tasso di riuscita delle tecniche di procreazione in
vitro è la moltiplicazione del numero dei trattamenti
successivi. Per non ripetere i prelievi di ovociti nella
donna, si procede a un unico prelievo plurimo di ovociti,
seguito dalla crioconservazione di una parte importante
degli embrioni ottenuti in vitro
[35], in previsione
di un secondo ciclo di trattamento, nel caso di insuccesso
del primo, ovvero nel caso in cui i genitori volessero
un’altra gravidanza. Talvolta si procede al congelamento
anche degli embrioni destinati al primo trasferimento,
perché la stimolazione ormonale del ciclo femminile produce
degli effetti che consigliano di attendere la
normalizzazione delle condizioni fisiologiche prima di
procedere al trasferimento degli embrioni nel grembo
materno.
La crioconservazione è incompatibile con il rispetto
dovuto agli embrioni umani: presuppone la loro
produzione in vitro; li espone a gravi rischi di
morte o di danno per la loro integrità fisica, in quanto
un’alta percentuale non sopravvive alla procedura di
congelamento e di scongelamento; li priva almeno
temporaneamente dell’accoglienza e della gestazione materna;
li pone in una situazione suscettibile di ulteriori offese e
manipolazioni
[36].
La maggior parte degli embrioni non utilizzati rimangono
“orfani”. I loro genitori non li richiedono, e talvolta se
ne perdono le tracce. Ciò spiega l’esistenza di depositi di
migliaia e migliaia di embrioni congelati in quasi tutti i
Paesi dove si pratica la fecondazione in vitro.
19. Per quanto riguarda il gran numero di embrioni
congelati già esistenti si pone la domanda: che fare di
loro? Alcuni si pongono tale interrogativo senza coglierne
la sostanza etica, motivati unicamente dalla necessità di
osservare la legge che impone di svuotare dopo un certo
tempo i depositi dei centri di crioconservazione, che poi
saranno nuovamente riempiti. Altri sono coscienti, invece,
che è stata commessa una grave ingiustizia e si interrogano
su come ottemperare al dovere di ripararvi.
Sono chiaramente inaccettabili le proposte di usare tali
embrioni per la ricerca o di destinarli a usi
terapeutici, perché trattano gli embrioni come semplice
“materiale biologico” e comportano la loro distruzione.
Neppure la proposta di scongelare questi embrioni e,
senza riattivarli, usarli per la ricerca come se fossero dei
normali cadaveri, è ammissibile
[37].
Anche la proposta di metterli a disposizione di coppie
infertili, come “terapia dell’infertilità”, non è
eticamente accettabile a causa delle stesse ragioni che
rendono illecita sia la procreazione artificiale eterologa
sia ogni forma di maternità surrogata
[38]; questa pratica
comporterebbe poi diversi altri problemi di tipo medico,
psicologico e giuridico.
È stata inoltre avanzata la proposta, solo al fine di dare
un’opportunità di nascere ad esseri umani altrimenti
condannati alla distruzione, di procedere ad una forma di “adozione
prenatale”. Tale proposta, lodevole nelle intenzioni di
rispetto e di difesa della vita umana, presenta tuttavia
vari problemi non dissimili da quelli sopra elencati.
Occorre costatare, in definitiva, che le migliaia di
embrioni in stato di abbandono determinano una situazione
di ingiustizia di fatto irreparabile. Perciò Giovanni
Paolo II lanciò un «appello alla coscienza dei responsabili
del mondo scientifico ed in modo particolare ai medici
perché venga fermata la produzione di embrioni umani,
tenendo conto che non si intravede una via d’uscita
moralmente lecita per il destino umano delle migliaia e
migliaia di embrioni “congelati”, i quali sono e restano pur
sempre titolari dei diritti essenziali e quindi da tutelare
giuridicamente come persone umane»
[39].
Il congelamento di ovociti
20. Per evitare i gravi problemi etici posti dalla
crioconservazione di embrioni, è stata avanzata nell’ambito
delle tecniche di fecondazione in vitro la proposta
di congelare gli ovociti
[40]. Una volta che
è stato prelevato un numero congruo di ovociti nella
previsione di diversi cicli di procreazione artificiale, si
prevede di fecondare soltanto gli ovociti che saranno
trasferiti nella madre, e gli altri verrebbero congelati per
essere eventualmente fecondati e trasferiti in caso di
insuccesso del primo tentativo.
Al riguardo occorre precisare che la crioconservazione di
ovociti in ordine al processo di procreazione artificiale è
da considerare moralmente inaccettabile.
La riduzione embrionale
21. Alcune tecniche usate nella procreazione artificiale,
soprattutto il trasferimento di più embrioni al grembo
materno, hanno dato luogo ad un aumento significativo della
percentuale di gravidanze multiple. Perciò si è fatta strada
l’idea di procedere alla cosiddetta riduzione embrionale.
Essa consiste in un intervento per ridurre il numero di
embrioni o feti presenti nel seno materno mediante la loro
diretta soppressione. La decisione di sopprimere esseri
umani, in precedenza fortemente desiderati, rappresenta un
paradosso e comporta spesso sofferenza e sentimento di
colpa, che possono durare anni.
Dal punto di vista etico, la riduzione embrionale è un
aborto intenzionale selettivo. Si tratta, infatti, di
eliminazione deliberata e diretta di uno o più esseri umani
innocenti nella fase iniziale della loro esistenza, e come
tale costituisce sempre un disordine morale grave
[41].
Le argomentazioni proposte per giustificare eticamente la
riduzione embrionale si fondano spesso su analogie con
catastrofi naturali o situazioni di emergenza nelle quali,
malgrado la buona volontà di ciascuno, non è possibile
salvare tutte le persone coinvolte. Queste analogie non
possono fondare in alcun modo un giudizio morale positivo su
una pratica direttamente abortiva. Altre volte ci si
richiama a principi morali, come quelli del male minore o
del duplice effetto, che qui non sono applicabili. Non è mai
lecito, infatti, realizzare un’azione che è intrinsecamente
illecita, neppure in vista di un fine buono: il fine non
giustifica i mezzi.
La diagnosi pre-impiantatoria
22. La diagnosi pre-impiantatoria è una forma di diagnosi
prenatale, legata alle tecniche di fecondazione artificiale,
che prevede la diagnosi genetica degli embrioni formati
in vitro, prima del loro trasferimento nel grembo
materno. Essa viene effettuata allo scopo di avere la
sicurezza di trasferire nella madre solo embrioni privi di
difetti o con un sesso determinato o con certe qualità
particolari.
Diversamente da altre forme di diagnosi prenatale, dove la
fase diagnostica è ben separata dalla fase dell’eventuale
eliminazione e nell’ambito della quale le coppie rimangono
libere di accogliere il bambino malato, alla diagnosi
pre-impiantatoria segue ordinariamente l’eliminazione
dell’embrione designato come “sospetto” di difetti genetici
o cromosomici, o portatore di un sesso non voluto o di
qualità non desiderate. La diagnosi pre-impiantatoria –
sempre connessa con la fecondazione artificiale, già di per
sé intrinsecamente illecita – è finalizzata di fatto ad una
selezione qualitativa con la conseguente distruzione di
embrioni, la quale si configura come una pratica
abortiva precoce. La diagnosi pre-impiantatoria è quindi
espressione di quella mentalità eugenetica, «che
accetta l’aborto selettivo, per impedire la nascita di
bambini affetti da vari tipi di anomalie. Una simile
mentalità è lesiva della dignità umana e quanto mai
riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una
vita umana soltanto secondo parametri di normalità e di
benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione
anche dell’infanticidio e dell’eutanasia»
[42].
Trattando l’embrione umano come semplice “materiale di
laboratorio”, si opera un’alterazione e una
discriminazione anche per quanto riguarda il concetto stesso
di dignità umana. La dignità appartiene ugualmente ad
ogni singolo essere umano e non dipende dal progetto
parentale, dalla condizione sociale, dalla formazione
culturale, dallo stato di sviluppo fisico. Se in altri
tempi, pur accettando in generale il concetto e le esigenze
della dignità umana, veniva praticata la discriminazione per
motivi di razza, religione o condizione sociale, oggi si
assiste ad una non meno grave ed ingiusta discriminazione
che porta a non riconoscere lo statuto etico e giuridico di
esseri umani affetti da gravi patologie e disabilità: si
viene così a dimenticare che le persone malate e disabili
non sono una specie di categoria a parte perché la malattia
e la disabilità appartengono alla condizione umana e
riguardano tutti in prima persona, anche quando non se ne fa
esperienza diretta. Tale discriminazione è immorale e perciò
dovrebbe essere considerata giuridicamente inaccettabile,
così come è doveroso eliminare le barriere culturali,
economiche e sociali, che minano il pieno riconoscimento e
la tutela delle persone disabili e malate.
Nuove forme di intercezione e contragestazione
23. Accanto ai mezzi contraccettivi propriamente detti, che
impediscono il concepimento a seguito di un atto sessuale,
esistono altri mezzi tecnici che agiscono dopo la
fecondazione, quando l’embrione è già costituito, prima o
dopo l’impianto in utero. Queste tecniche sono
intercettive, se intercettano l’embrione prima del suo
impianto nell’utero materno, e contragestative, se
provocano l’eliminazione dell’embrione appena impiantato.
Per favorire la diffusione dei mezzi intercettivi
[43], si afferma
talvolta che il loro meccanismo di azione non sarebbe
sufficientemente conosciuto. È vero che non sempre si
dispone di una conoscenza completa del meccanismo di azione
dei diversi farmaci usati, ma gli studi sperimentali
dimostrano che l’effetto di impedire l’impianto è
certamente presente, anche se questo non significa che
gli intercettivi provochino un aborto ogni volta che vengono
assunti, anche perché non sempre dopo il rapporto sessuale
avviene la fecondazione. Si deve notare, tuttavia, che in
colui che vuol impedire l’impianto di un embrione
eventualmente concepito, e pertanto chiede o prescrive tali
farmaci, l’intenzionalità abortiva è generalmente presente.
Quando si constata un ritardo mestruale, si ricorre talora
alla contragestazione
[44], che viene
praticata abitualmente entro una o due settimane dopo la
constatazione del ritardo. Lo scopo dichiarato è quello di
far ricomparire la mestruazione, ma in realtà si tratta
dell’aborto di un embrione appena annidato.
Come si sa, l’aborto «è l’uccisione deliberata e diretta,
comunque venga attuata, di un essere umano nella fase
iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e
la nascita»
[45]. Pertanto l’uso
dei mezzi di intercezione e di contragestazione rientra nel
peccato di aborto ed è gravemente immorale. Inoltre,
qualora si raggiunga la certezza di aver realizzato
l’aborto, secondo il diritto canonico, vi sono delle gravi
conseguenze penali
[46].
TERZA PARTE:
NUOVE PROPOSTE TERAPEUTICHE
CHE COMPORTANO LA MANIPOLAZIONE DELL’EMBRIONE
O DEL PATRIMONIO GENETICO UMANO
24. Le conoscenze acquisite negli ultimi anni hanno aperto
nuove prospettive per la medicina rigenerativa e per la
terapia delle malattie su base genetica. In particolare ha
suscitato un grande interesse la ricerca sulle cellule
staminali embrionali e sulle possibili applicazioni
terapeutiche future, che tuttavia fino ad oggi non hanno
trovato riscontro sul piano dei risultati effettivi, a
differenza della ricerca sulle cellule staminali adulte.
Dal momento che alcuni hanno ritenuto che i traguardi
terapeutici eventualmente raggiungibili mediante le cellule
staminali embrionali potevano giustificare diverse forme di
manipolazione e di distruzione di embrioni umani, è emerso
un insieme di questioni nell’ambito della terapia genica,
della clonazione e dell’utilizzo di cellule staminali, sulle
quali è necessario un attento discernimento morale.
La terapia genica
25. Con il termine terapia genica si intende
comunemente l’applicazione all’uomo delle tecniche di
ingegneria genetica con una finalità terapeutica, vale a
dire, con lo scopo di curare malattie su base genetica,
anche se recentemente si sta tentando di applicare la
terapia genica al trattamento di malattie non ereditarie, ed
in particolare al trattamento del cancro.
In teoria, è possibile applicare la terapia genica a due
livelli: nelle cellule somatiche e nelle cellule germinali.
La terapia genica somatica si propone di eliminare o
ridurre difetti genetici presenti a livello delle cellule
somatiche, cioè delle cellule non riproduttive, che
compongono i tessuti e gli organi del corpo. Si tratta, in
questo caso, di interventi mirati a determinati distretti
cellulari, con effetti confinati nel singolo individuo. La
terapia genica germinale mira invece a correggere
difetti genetici presenti in cellule della linea germinale,
al fine di trasmettere gli effetti terapeutici ottenuti sul
soggetto all’eventuale discendenza del medesimo. Tali
interventi di terapia genica, sia somatica che germinale,
possono essere effettuati sul feto prima della nascita
– si parla allora di terapia genica in utero – o dopo la
nascita, sul bambino o sull’adulto.
26. Per la valutazione morale occorre tener presenti queste
distinzioni. Gli interventi sulle cellule somatiche con
finalità strettamente terapeutica sono in linea di principio
moralmente leciti. Tali interventi intendono
ripristinare la normale configurazione genetica del soggetto
oppure contrastare i danni derivanti da anomalie genetiche
presenti o da altre patologie correlate. Dato che la terapia
genica può comportare rischi significativi per il paziente,
bisogna osservare il principio deontologico generale secondo
cui, per attuare un intervento terapeutico, è necessario
assicurare previamente che il soggetto trattato non sia
esposto a rischi per la sua salute o per l’integrità fisica,
che siano eccessivi o sproporzionati rispetto alla gravità
della patologia che si vuole curare. È anche richiesto il
consenso informato del paziente o di un suo legittimo
rappresentante.
Diversa è la valutazione morale della terapia genica
germinale. Qualunque modifica genetica apportata alle
cellule germinali di un soggetto sarebbe trasmessa alla sua
eventuale discendenza. Poiché i rischi legati ad ogni
manipolazione genetica sono significativi e ancora poco
controllabili, allo stato attuale della ricerca non è
moralmente ammissibile agire in modo che i potenziali danni
derivanti si diffondano nella progenie. Nell’ipotesi
dell’applicazione della terapia genica sull’embrione, poi,
occorre aggiungere che essa necessita di essere attuata in
un contesto tecnico di fecondazione in vitro, andando
incontro quindi a tutte le obiezioni etiche relative a tali
procedure. Per queste ragioni, quindi, si deve affermare
che, allo stato attuale, la terapia genica germinale, in
tutte le sue forme, è moralmente illecita.
27. Una considerazione specifica merita l’ipotesi di
finalità applicative dell’ingegneria genetica diverse da
quella terapeutica. Taluni hanno immaginato la
possibilità di utilizzare le tecniche di ingegneria genetica
per realizzare manipolazioni con presunti fini di
miglioramento e potenziamento della dotazione genetica. In
alcune di queste proposte si manifesta una sorta di
insoddisfazione o persino di rifiuto del valore dell’essere
umano come creatura e persona finita. A parte le difficoltà
tecniche di realizzazione, con tutti i rischi reali e
potenziali connessi, emerge soprattutto il fatto che tali
manipolazioni favoriscono una mentalità eugenetica e
introducono un indiretto stigma sociale nei confronti di
coloro che non possiedono particolari doti e enfatizzano
doti apprezzate da determinate culture e società, che non
costituiscono di per sé lo specifico umano. Ciò
contrasterebbe con la verità fondamentale dell’uguaglianza
tra tutti gli esseri umani, che si traduce nel principio di
giustizia, la cui violazione, alla lunga, finirebbe per
attentare alla convivenza pacifica tra gli individui.
Inoltre, ci si chiede chi potrebbe stabilire quali modifiche
siano da ritenersi positive e quali no, o quali dovrebbero
essere i limiti delle richieste individuali di presunto
miglioramento, dal momento che non sarebbe materialmente
possibile esaudire i desideri di ciascun singolo uomo. Ogni
possibile risposta a questi interrogativi deriverebbe
comunque da criteri arbitrari ed opinabili. Tutto ciò porta
a concludere che una tale prospettiva d’intervento
finirebbe, prima o poi, per nuocere al bene comune,
favorendo il prevalere della volontà di alcuni sulla libertà
degli altri. Si deve rilevare infine che nel tentativo di
creare un nuovo tipo di uomo si ravvisa una
dimensione ideologica, secondo cui l’uomo pretende di
sostituirsi al Creatore.
Nell’affermare la negatività etica di questo tipo di
interventi, che implicano un ingiusto dominio dell’uomo
sull’uomo, la Chiesa richiama anche la necessità di
tornare ad una prospettiva di cura delle persone e di
educazione all’accoglienza della vita umana nella sua
concreta finitezza storica.
La clonazione umana
28. Per clonazione umana si intende la riproduzione
asessuale e agamica dell’intero organismo umano, allo scopo
di produrre una o più “copie” dal punto di vista genetico
sostanzialmente identiche all’unico progenitore
[47].
La clonazione viene proposta con due scopi fondamentali:
riproduttivo, cioè per ottenere la nascita di un bambino
clonato, e terapeutico o di ricerca. La clonazione
riproduttiva sarebbe in teoria capace di soddisfare alcune
particolari esigenze, quali, ad esempio, il controllo
dell’evoluzione umana; la selezione di esseri umani con
qualità superiori; la preselezione del sesso del nascituro;
la produzione di un figlio che sia la “copia” di un altro;
la produzione di un figlio per una coppia affetta da forme
di sterilità non altrimenti trattabili. La clonazione
terapeutica, invece, è stata proposta come strumento di
produzione di cellule staminali embrionali con patrimonio
genetico predeterminato, in modo da superare il problema del
rigetto (immunoincompatibilità); essa è dunque collegata con
la tematica dell’impiego delle cellule staminali.
I tentativi di clonazione hanno suscitato viva
preoccupazione nel mondo intero. Diversi organismi a livello
nazionale e internazionale hanno espresso valutazioni
negative sulla clonazione umana e nella stragrande
maggioranza dei Paesi è stata vietata.
La clonazione umana è intrinsecamente illecita, in quanto,
portando all’estremo la negatività etica delle tecniche di
fecondazione artificiale, intende dare origine ad un
nuovo essere umano senza connessione con l’atto di reciproca
donazione tra due coniugi e, più radicalmente, senza
legame alcuno con la sessualità. Tale circostanza dà
luogo ad abusi e a manipolazioni gravemente lesive della
dignità umana
[48].
29. Qualora la clonazione avesse uno scopo riproduttivo,
si imporrebbe al soggetto clonato un patrimonio genetico
preordinato, sottoponendolo di fatto – come è stato
affermato – ad una forma di schiavitù biologica dalla
quale difficilmente potrebbe affrancarsi. Il fatto che una
persona si arroghi il diritto di determinare arbitrariamente
le caratteristiche genetiche di un’altra persona,
rappresenta una grave offesa alla dignità di quest’ultima
e all’uguaglianza fondamentale tra gli uomini.
Dalla particolare relazione esistente tra Dio e l’uomo fin
dal primo momento della esistenza deriva l’originalità di
ogni persona, che obbliga a rispettarne la singolarità e
l’integrità, inclusa quella biologica e genetica. Ognuno di
noi incontra nell’altro un essere umano che deve la propria
esistenza e le proprie caratteristiche all’amore di Dio, del
quale solo l’amore tra i coniugi costituisce una mediazione
conforme al disegno del Creatore e Padre celeste.
30. Ancora più grave dal punto di vista etico è la
clonazione cosiddetta terapeutica. Creare embrioni
con il proposito di distruggerli, anche se con l’intenzione
di aiutare i malati, è del tutto incompatibile con la
dignità umana, perché fa dell’esistenza di un essere umano,
pur allo stadio embrionale, niente di più che uno strumento
da usare e distruggere. È gravemente immorale sacrificare
una vita umana per una finalità terapeutica.
Le obiezioni etiche, sollevate da più parti contro la
clonazione terapeutica e contro l’uso di embrioni umani
formati in vitro, hanno spinto alcuni scienziati a
proporre nuove tecniche, che vengono presentate come capaci
di produrre cellule staminali di tipo embrionale senza
presupporre però la distruzione di veri embrioni umani
[49]. Queste
proposte hanno suscitato non pochi interrogativi scientifici
ed etici, riguardanti soprattutto lo statuto ontologico del
“prodotto” così ottenuto. Finché non sono chiariti questi
dubbi, occorre tenere conto di quanto affermato
dall’Enciclica
Evangelium vitae:
«tale è la posta in gioco che, sotto il profilo dell’obbligo
morale, basterebbe la sola probabilità di trovarsi di fronte
ad una persona per giustificare la più netta proibizione di
ogni intervento volto a sopprimere l’embrione umano»
[50].
L’uso terapeutico delle cellule staminali
31. Le cellule staminali sono cellule indifferenziate che
possiedono due caratteristiche fondamentali: a) la capacità
prolungata di moltiplicarsi senza differenziarsi; b) la
capacità di dare origine a cellule progenitrici di transito,
dalle quali discendono cellule altamente differenziate, per
esempio, nervose, muscolari, ematiche.
Da quando si è verificato sperimentalmente che le cellule
staminali, se trapiantate in un tessuto danneggiato, tendono
a favorire la ripopolazione di cellule e la rigenerazione di
tale tessuto, si sono aperte nuove prospettive per la
medicina rigenerativa, che hanno suscitato grande interesse
tra i ricercatori di tutto il mondo.
Nell’uomo, le fonti di cellule staminali finora individuate
sono: l’embrione nei primi stadi del suo sviluppo, il feto,
il sangue del cordone ombelicale, vari tessuti dell’adulto
(midollo osseo, cordone ombelicale, cervello, mesenchima di
vari organi, ecc.) e il liquido amniotico. Inizialmente, gli
studi si sono concentrati sulle cellule staminali
embrionali, poiché si riteneva che solo queste
possedessero grandi potenzialità di moltiplicazione e di
differenziazione. Numerosi studi, però, dimostrano che anche
le cellule staminali adulte presentano una loro
versatilità. Anche se tali cellule non sembrano avere la
medesima capacità di rinnovamento e la stessa plasticità
delle cellule staminali di origine embrionale, tuttavia
studi e sperimentazioni di alto livello scientifico tendono
ad accreditare a queste cellule dei risultati più positivi
se confrontati con quelle embrionali. I protocolli
terapeutici attualmente praticati prevedono l’uso di cellule
staminali adulte e sono al riguardo state avviate molte
linee di ricerca, che aprono nuovi e promettenti orizzonti.
32. Per la valutazione etica occorre considerare sia i
metodi di prelievo delle cellule staminali sia i
rischi del loro uso clinico o sperimentale.
Per ciò che concerne i metodi impiegati per la raccolta
delle cellule staminali, essi vanno considerati in rapporto
alla loro origine. Sono da considerarsi lecite quelle
metodiche che non procurano un grave danno al soggetto da
cui si estraggono le cellule staminali. Tale condizione si
verifica, generalmente, nel caso di prelievo: a) dai tessuti
di un organismo adulto; b) dal sangue del cordone
ombelicale, al momento del parto; c) dai tessuti di feti
morti di morte naturale. Il prelievo di cellule staminali
dall’embrione umano vivente, al contrario, causa
inevitabilmente la sua distruzione, risultando di
conseguenza gravemente illecito. In questo caso «la ricerca,
a prescindere dai risultati di utilità terapeutica, non si
pone veramente a servizio dell’umanità. Passa infatti
attraverso la soppressione di vite umane che hanno uguale
dignità rispetto agli altri individui umani e agli stessi
ricercatori. La storia stessa ha condannato nel passato e
condannerà in futuro una tale scienza, non solo perché priva
della luce di Dio, ma anche perché priva di umanità»
[51].
L’utilizzo di cellule staminali embrionali, o cellule
differenziate da esse derivate, eventualmente fornite da
altri ricercatori, sopprimendo embrioni, o reperibili in
commercio, pone seri problemi dal punto di vista della
cooperazione al male e dello scandalo
[52].
Per quanto riguarda l’uso clinico di cellule staminali
ottenute mediante procedure lecite non ci sono obiezioni
morali. Vanno tuttavia rispettati i comuni criteri di
deontologia medica. Al riguardo occorre procedere con grande
rigore e prudenza, riducendo al minimo gli eventuali rischi
per i pazienti, facilitando il confronto degli scienziati
tra di loro e offrendo un’informazione completa al grande
pubblico.
È da incoraggiare l’impulso e il sostegno alla ricerca
riguardante l’impiego delle cellule staminali adulte, in
quanto non comporta problemi etici
[53].
Tentativi di ibridazione
33. Recentemente sono stati utilizzati ovociti animali per
la riprogrammazione di nuclei di cellule somatiche umane –
generalmente chiamata clonazione ibrida –, al fine di
estrarre cellule staminali embrionali dai risultanti
embrioni, senza dover ricorrere all’uso di ovociti umani.
Dal punto di vista etico simili procedure rappresentano una
offesa alla dignità dell’essere umano, a causa della
mescolanza di elementi genetici umani ed animali capaci di
turbare l’identità specifica dell’uomo.
L’eventuale uso delle cellule staminali, estratte da tali
embrioni, comporterebbe inoltre dei rischi sanitari
aggiuntivi, ancora del tutto sconosciuti, per la presenza di
materiale genetico animale nel loro citoplasma. Esporre
consapevolmente un essere umano a questi rischi è moralmente
e deontologicamente inaccettabile.
L’uso di “materiale biologico” umano di origine illecita
34. Per la ricerca scientifica e per la produzione di
vaccini o di altri prodotti talora vengono utilizzate linee
cellulari che sono il risultato di un intervento illecito
contro la vita o l’integrità fisica dell’essere umano. La
connessione con l’azione ingiusta può essere immediata o
mediata, dato che si tratta generalmente di cellule che si
riproducono facilmente e in abbondanza. Questo “materiale”
talvolta viene commercializzato, talvolta è distribuito
gratuitamente ai centri di ricerca da parte degli organismi
statali che per legge hanno tale compito. Tutto ciò dà luogo
a diversi problemi etici, in tema di cooperazione al male
e di scandalo. Conviene pertanto enunciare i principi
generali, a partire dai quali gli operatori di retta
coscienza possono valutare e risolvere le situazioni in cui
eventualmente potrebbero essere coinvolti nella loro
attività professionale.
Occorre ricordare innanzitutto che la stessa valutazione
morale dell’aborto «è da applicare anche alle recenti forme
di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi
in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l’uccisione.
È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in
crescente espansione nel campo della ricerca biomedica e
legalmente ammessa in alcuni Stati… L’uso degli embrioni o
dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce
un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani,
che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già
nato e ad ogni persona»
[54]. Queste forme
di sperimentazione costituiscono sempre un disordine morale
grave
[55].
35. Una fattispecie diversa viene a configurarsi quando i
ricercatori impiegano “materiale biologico” di origine
illecita che è stato prodotto fuori dal loro centro di
ricerca o che si trova in commercio. L’Istruzione
Donum vitae ha
formulato il principio generale che in questi casi deve
essere osservato: «I cadaveri di embrioni o feti umani,
volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati
come le spoglie degli altri esseri umani. In particolare non
possono essere oggetto di mutilazioni o autopsie se la loro
morte non è stata accertata e senza il consenso dei genitori
o della madre. Inoltre va sempre fatta salva l’esigenza
morale che non vi sia stata complicità alcuna con l’aborto
volontario e che sia evitato il pericolo di scandalo»
[56].
A tale proposito è insufficiente il criterio
dell’indipendenza formulato da alcuni comitati etici,
vale a dire, affermare che sarebbe eticamente lecito
l’utilizzo di “materiale biologico” di illecita provenienza,
sempre che esista una chiara separazione tra coloro che da
una parte producono, congelano e fanno morire gli embrioni e
dall’altra i ricercatori che sviluppano la sperimentazione
scientifica. Il criterio di indipendenza non basta a evitare
una contraddizione nell’atteggiamento di chi afferma di non
approvare l’ingiustizia commessa da altri, ma nel contempo
accetta per il proprio lavoro il “materiale biologico” che
altri ottengono mediante tale ingiustizia. Quando l’illecito
è avallato dalle leggi che regolano il sistema sanitario e
scientifico, occorre prendere le distanze dagli aspetti
iniqui di tale sistema, per non dare l’impressione di una
certa tolleranza o accettazione tacita di azioni gravemente
ingiuste
[57]. Ciò infatti
contribuirebbe a aumentare l’indifferenza, se non il favore
con cui queste azioni sono viste in alcuni ambienti medici e
politici.
Talvolta si obietta che le considerazioni precedenti
sembrano presupporre che i ricercatori di buona coscienza
avrebbero il dovere di opporsi attivamente a tutte le azioni
illecite realizzate in ambito medico, allargando così la
loro responsabilità etica in modo eccessivo. Il dovere di
evitare la cooperazione al male e lo scandalo, in realtà,
riguarda la loro attività professionale ordinaria, che
devono impostare rettamente e mediante la quale devono
testimoniare il valore della vita, opponendosi anche alle
leggi gravemente ingiuste. Va pertanto precisato che il
dovere di rifiutare quel “materiale biologico” – anche in
assenza di una qualche connessione prossima dei ricercatori
con le azioni dei tecnici della procreazione artificiale o
con quella di quanti hanno procurato l’aborto, e in assenza
di un previo accordo con i centri di procreazione
artificiale – scaturisce dal dovere di separarsi,
nell’esercizio della propria attività di ricerca, da un
quadro legislativo gravemente ingiusto e di affermare con
chiarezza il valore della vita umana. Perciò il sopra
citato criterio di indipendenza è necessario, ma può essere
eticamente insufficiente.
Naturalmente all’interno di questo quadro generale esistono
responsabilità differenziate, e ragioni gravi
potrebbero essere moralmente proporzionate per giustificare
l’utilizzo del suddetto “materiale biologico”. Così, per
esempio, il pericolo per la salute dei bambini può
autorizzare i loro genitori a utilizzare un vaccino nella
cui preparazione sono state utilizzate linee cellulari di
origine illecita, fermo restando il dovere da parte di tutti
di manifestare il proprio disaccordo al riguardo e di
chiedere che i sistemi sanitari mettano a disposizione altri
tipi di vaccini. D’altra parte, occorre tener presente che
nelle imprese che utilizzano linee cellulari di origine
illecita non è identica la responsabilità di coloro che
decidono dell’orientamento della produzione rispetto a
coloro che non hanno alcun potere di decisione.
Nel contesto della urgente mobilitazione delle coscienze
in favore della vita, occorre ricordare agli
operatori sanitari che «la loro responsabilità è oggi
enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più
profonda e il suo sostegno più forte proprio nell’intrinseca
e imprescindibile dimensione etica della professione
sanitaria, come già riconosceva l’antico e sempre attuale
giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico
è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita
umana e della sua sacralità»
[58].
CONCLUSIONE
36. L’insegnamento morale della Chiesa è stato talvolta
accusato di contenere troppi divieti. In realtà esso è
fondato sul riconoscimento e sulla promozione di tutti i
doni che il Creatore ha concesso all’uomo, come la vita, la
conoscenza, la libertà e l’amore. Un particolare
apprezzamento meritano perciò non soltanto le attività
conoscitive dell’uomo, ma anche quelle pratiche, come il
lavoro e l’attività tecnologica. Con queste ultime, infatti,
l’uomo, partecipe del potere creatore di Dio, è chiamato a
trasformare il creato, ordinandone le molteplici risorse in
favore della dignità e del benessere di tutti gli uomini e
di tutto l’uomo, e ad esserne anche il custode del valore e
dell’intrinseca bellezza.
Ma la storia dell’umanità è testimone di come l’uomo abbia
abusato, e abusi ancora, del potere e delle capacità che gli
sono state affidate da Dio, dando luogo a diverse forme
di ingiusta discriminazione e di oppressione nei
confronti dei più deboli e dei più indifesi. I quotidiani
attentati contro la vita umana; l’esistenza di grandi aree
di povertà nelle quali gli uomini muoiono di fame e di
malattia, esclusi dalle risorse conoscitive e pratiche di
cui invece dispongono in sovrabbondanza molti Paesi; uno
sviluppo tecnologico ed industriale che sta creando il
concreto rischio di un crollo dell’ecosistema; l’uso delle
ricerche scientifiche nell’ambito della fisica, della
chimica e della biologia per scopi bellici; le numerose
guerre che ancor oggi dividono popoli e culture, sono,
purtroppo, soltanto alcuni segni eloquenti di come l’uomo
possa fare un cattivo uso delle sue capacità e diventare il
peggior nemico di se stesso, perdendo la consapevolezza
della sua alta e specifica vocazione di essere collaboratore
dell’opera creatrice di Dio.
Parallelamente la storia dell’umanità manifesta un reale
progresso nella comprensione e nel riconoscimento del valore
e della dignità di ogni persona, fondamento dei diritti
e degli imperativi etici con cui si è cercato e si cerca di
costruire la società umana. Proprio in nome della promozione
della dignità umana si è, perciò, vietato ogni comportamento
ed ogni stile di vita che risultava lesivo di tale dignità.
Così, per esempio, i divieti, giuridico-politici e non solo
etici, nei confronti delle varie forme di razzismo e di
schiavitù, delle ingiuste discriminazioni ed emarginazioni
delle donne, dei bambini, delle persone malate o con gravi
disabilità, sono testimonianza evidente del riconoscimento
del valore inalienabile e dell’intrinseca dignità di ogni
essere umano e segno di un progresso autentico che percorre
la storia dell’umanità. In altri termini, la legittimità di
ogni divieto si fonda sulla necessità di tutelare un
autentico bene morale.
37. Se il progresso umano e sociale si è inizialmente
caratterizzato soprattutto attraverso lo sviluppo
dell’industria e della produzione dei beni di consumo, oggi
si qualifica per lo sviluppo dell’informatica, delle
ricerche nel campo della genetica, della medicina e delle
biotecnologie applicate anche all’uomo, settori di grande
importanza per il futuro dell’umanità nei quali, però, si
verificano anche evidenti e inaccettabili abusi. «Come un
secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti
era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne
prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della
persona del lavoratore, così ora, quando un’altra categoria
di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la
Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi
non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa
dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati
e oppressi nei loro diritti umani»
[59].
In virtù della missione dottrinale e pastorale della Chiesa,
la Congregazione per la Dottrina della Fede si è sentita in
dovere di riaffermare la dignità e i diritti fondamentali e
inalienabili di ogni singolo essere umano, anche negli stadi
iniziali della sua esistenza, e di esplicitare le esigenze
di tutela e di rispetto che il riconoscimento di tale
dignità a tutti richiede.
L’adempimento di questo dovere implica il coraggio di
opporsi a tutte quelle pratiche che determinano una grave e
ingiusta discriminazione nei confronti degli esseri umani
non ancora nati, che hanno la dignità di persona, creati
anch’essi ad immagine di Dio. Dietro ogni “no” rifulge,
nella fatica del discernimento tra il bene e il male, un
grande “sì” al riconoscimento della dignità e del valore
inalienabili di ogni singolo ed irripetibile essere umano
chiamato all’esistenza.
I fedeli si impegneranno con forza a promuovere una nuova
cultura della vita, accogliendo i contenuti di questa
Istruzione con l'assenso religioso del loro spirito, sapendo
che Dio offre sempre la grazia necessaria per osservare i
suoi comandamenti e che in ogni essere umano, soprattutto
nei più piccoli, si incontra Cristo stesso (cf. Mt
25, 40). Anche tutti gli uomini di buona volontà, in
particolare i medici e i ricercatori aperti al confronto e
desiderosi di raggiungere la verità, sapranno comprendere e
condividere questi principi e valutazioni, volti alla tutela
della fragile condizione dell’essere umano nei suoi stadi
iniziali di vita e alla promozione di una civiltà più umana.
Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’Udienza concessa il
20 giugno 2008 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha
approvato la presente Istruzione, decisa nella Sessione
Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la
pubblicazione.
Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della
Fede, l’8 settembre 2008, Festa della Natività della Beata
Vergine Maria.
William Card. Levada
Prefetto
Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo tit. di Thibica
Segretario
[1]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae su
il rispetto della vita umana nascente e la dignità della
procreazione (22 febbraio 1987): AAS 80 (1988),
70-102.
[2]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Veritatis splendor
circa alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale
della Chiesa (6 agosto 1993): AAS 85 (1993),
1133-1228.
[3]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae
sul valore e l’inviolabilità della vita umana (25 marzo
1995): AAS 87 (1995), 401-522.
[4]
Giovanni Paolo II,
Discorso ai partecipanti alla
VII Assemblea della Pontificia Accademia per la Vita (3
marzo 2001), n. 3: AAS 93 (2001), 446.
[5]
Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Fides et ratio
circa i rapporti tra fede e ragione (14 settembre 1998), n.
1: AAS 91 (1999), 5.
[6]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae, I,
1: AAS 80 (1988), 79.
[7]
Come ha ricordato Benedetto XVI, i diritti umani, in
particolare il diritto di ogni essere umano alla vita, «sono
basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e
presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i
diritti umani da questo contesto significherebbe restringere
il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica,
secondo la quale il significato e l’interpretazione dei
diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe
negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e
persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia
permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri
il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è
anche la persona umana, soggetto di questi diritti» (Discorso
all’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni
Unite, 18 aprile 2008: AAS 100 [2008],
334).
[8]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae, I,
1: AAS 80 (1988), 78-79.
[9]
Ibid., II, A, 1: l.c., 87.
[10]
Paolo VI, Lett. enc.
Humanae vitae
(25 luglio 1968), n. 8: AAS 60 (1968), 485-486.
[11]
Benedetto XVI,
Discorso ai partecipanti al
Congresso internazionale promosso dalla Pontificia
Università Lateranense, nel 40° anniversario dell’Enciclica
Humanae vitae (10 maggio 2008):
L’Osservatore Romano, 11 maggio 2008, p. 1; cf. Giovanni
XXIII, Lett. enc.
Mater et magistra
(15 maggio 1961), III: AAS 53 (1961), 447.
[12]
Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past.
Gaudium et spes,
n. 22.
[13]
Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae,
n. 37-38: AAS 87 (1995), 442-444.
[14]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Veritatis splendor,
n. 45: AAS 85 (1993), 1169.
[15]
Benedetto XVI,
Discorso ai partecipanti
all’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la
Vita e al Congresso internazionale “L’embrione umano nella
fase del preimpianto” (27 febbraio 2006): AAS
98 (2006), 264.
[16]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae,
Introduzione, 3: AAS 80 (1988), 75.
[17]
Giovanni Paolo II, Esort. apost.
Familiaris consortio
circa i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi
(22 novembre 1981), n. 19: AAS 74 (1982), 101-102.
[18]
Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Dignitatis humanae,
n. 14.
[19]
Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae,
II, A, 1: AAS 80 (1988), 87.
[20]
Ibid.,
II, B, 4: l.c., 92.
[21]
Ibid., Introduzione, 3: l.c., 75.
[22]
Per fecondazione o procreazione artificiale eterologa
si intendono «le tecniche volte a ottenere artificialmente
un concepimento umano a partire da gameti provenienti almeno
da un donatore diverso dagli sposi, che sono uniti in
matrimonio» (ibid., II: l.c., 86).
[23]
Per fecondazione o procreazione artificiale omologa
si intende «la tecnica volta a ottenere un concepimento
umano a partire dai gameti di due sposi uniti in matrimonio»
(ibid.).
[24]
Ibid., II, B, 7: l.c., 96; cf. Pio XII,
Discorso ai partecipanti al IV Congresso internazionale dei
medici cattolici (29 settembre 1949): AAS 41 (1949),
560.
[25]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae,
II, B, 6: l.c., 94.
[26]
Cf. ibid., II: l.c., 86.
[27]
Attualmente, anche nei maggiori centri di fecondazione
artificiale, il numero di embrioni sacrificati si aggira al
di sopra dell’80%.
[28]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae,
n. 14: AAS 87 (1995), 416.
[29]
Cf. Pio XII,
Discorso ai partecipanti al II
Congresso Mondiale di Napoli sulla fecondità e sterilità
umana (19 maggio 1956): AAS 48 (1956),
470; Paolo VI, Lett. enc. Humanae vitae, n. 12:
AAS 60 (1968), 488-489; Congregazione per la Dottrina
della Fede, Istr.
Donum vitae, II,
B, 4-5: AAS 80 (1988), 90-94.
[30]
Sempre più persone, anche non legate dal vincolo coniugale,
ricorrono alle tecniche di fecondazione artificiale al fine
di avere un figlio. Tali pratiche indeboliscono
l’istituzione matrimoniale e fanno nascere bambini in
ambienti non favorevoli al loro pieno sviluppo umano.
[31]
Benedetto XVI,
Discorso ai partecipanti
all’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la
Vita e al Congresso Internazionale “L’embrione umano nella
fase del preimpianto” (27 febbraio 2006): AAS
98 (2006), 264.
[32]
L’Intra Cytoplasmic Sperm Injection (ICSI), simile
pressoché in tutto ad altre forme della fecondazione in
vitro, si differenzia da esse, perché la fecondazione
non avviene spontaneamente in provetta, bensì mediante
l’iniezione nel citoplasma dell’ovocita di un singolo
spermatozoo precedentemente selezionato o, talora, mediante
l’iniezione di elementi immaturi della linea germinale
maschile.
[33]
Al riguardo si segnala tuttavia che gli specialisti
discutono su alcuni rischi che l’ICSI può comportare per la
salute del concepito.
[34]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae, II,
B, 5: AAS 80 (1988), 93.
[35]
La crioconservazione in riferimento agli embrioni è un
procedimento di raffreddamento a bassissime temperature al
fine di consentirne una lunga conservazione.
[36]
Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae, I,
6: AAS 80 (1988), 84-85.
[37]
Cf. n. 34-35 di questa Istruzione.
[38]
Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae, II,
A, 1-3: AAS 80 (1988), 87-89.
[39]
Giovanni Paolo II,
Discorso ai partecipanti al
Simposio su “Evangelium vitae e diritto” e all’XI
Colloquio internazionale romanistico canonistico (24 maggio
1996), n. 6: AAS 88 (1996), 943-944.
[40]
La crioconservazione degli ovociti è stata prospettata anche
in altri contesti che qui non vengono considerati. Per
ovocito si intende la cellula germinale femminile non
penetrata dallo spermatozoo.
[41]
Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past.
Gaudium et spes,
n. 51; Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae,
n. 62: AAS 87 (1995), 472.
[42]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae,
n. 63: AAS 87 (1995), 473.
[43]
I più noti mezzi intercettivi sono la spirale o IUD (IntraUterine
Device) e la cosiddetta “pillola del giorno dopo”.
[44]
I principali mezzi di contragestazione sono la pillola RU
486 o Mifepristone, le prostaglandine e il Methotrexate.
[45]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium
vitae,
n. 58:
AAS 87 (1995), 467.
[46]
Cf.
CIC, can. 1398
e CCEO, can. 1450 § 2; cf. anche
CIC, can.
1323-1324.
La Pontificia Commissione per l’interpretazione autentica
del Codice di Diritto Canonico ha dichiarato che con il
concetto penale di aborto si intende «l’uccisione del feto
in qualunque modo e in qualunque tempo dal momento del
concepimento» (Risposte a dubbi, 23 maggio 1988:
AAS 80 [1988], 1818).
[47]
Allo stato attuale delle conoscenze, le tecniche proposte
per realizzare la clonazione umana sono due: la fissione
gemellare e il trasferimento di nucleo. La fissione
gemellare consiste nella separazione artificiale di
singole cellule o gruppi di cellule dall’embrione, nelle
prime fasi dello sviluppo, e nel successivo trasferimento in
utero di queste cellule, allo scopo di ottenere, in modo
artificiale, embrioni identici. Il trasferimento di
nucleo, o clonazione propriamente detta, consiste
nell’introduzione di un nucleo prelevato da una cellula
embrionaria o somatica in un ovocita precedentemente
denucleato, seguita dall’attivazione di questo ovocita che,
di conseguenza, dovrebbe svilupparsi come embrione.
[48]
Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae, I,
6: AAS 80 (1988), 84; Giovanni Paolo II,
Discorso ai Membri del Corpo
Diplomatico accreditato presso la Santa Sede (10 gennaio
2005), n. 5: AAS 97 (2005), 153.
[49]
Nuove tecniche di questo genere sono, per esempio,
l’applicazione della partenogenesi all’uomo, il
trasferimento di un nucleo alterato (Altered Nuclear
Transfer: ANT) e la riprogrammazione assistita
dell’ovocita (Oocyte Assisted Reprogramming: OAR).
[50]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae,
n. 60: AAS 87 (1995), 469.
[51]
Benedetto XVI,
Discorso ai partecipanti al
Congresso internazionale sul tema: “Le cellule staminali:
quale futuro in ordine alla terapia?”, promosso dalla
Pontificia Accademia per la Vita (16 settembre 2006):
AAS 98 (2006), 694.
[52]
Cf. n. 34-35 di questa Istruzione.
[53]
Cf. Benedetto XVI,
Discorso ai partecipanti al
Congresso internazionale sul tema: “Le cellule staminali:
quale futuro in ordine alla terapia?”, promosso dalla
Pontificia Accademia per la Vita” (16 settembre 2006):
AAS 98 (2006), 693-695.
[54]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae,
n. 63: AAS 87 (1995), 472-473.
[55]
Cf. ibid., n. 62: l.c., 472.
[56]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr.
Donum vitae, I,
4: AAS 80 (1988), 83.
[57]
Cf. Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae,
n. 73: AAS 87 (1995), 486: «L’aborto e
l’eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può
pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non
creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano
piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse
mediante obiezione di coscienza». Il diritto all’obiezione
di coscienza, espressione del diritto alla libertà di
coscienza, dovrebbe essere tutelato dalle legislazioni
civili.
[58]
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Evangelium vitae,
n. 89: AAS 87 (1995), 502.
[59]
Giovanni Paolo II,
Lettera a tutti i Vescovi circa
“Il Vangelo della vita” (19 maggio 1991): AAS
84 (1992), 319.
(da
www.vatican.va)
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