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L’ideologia assurda di Charles
Darwin (seconda parte)
Si è visto la volta scorsa quanto il pensiero di Darwin
sia figlio prima della cultura filosofica e letteraria del
tempo, profondamente materialista ed evoluzionista, che
dell'osservazione delle realtà naturali. Non può allora
stupire il fatto che anche dopo la divulgazione delle sue
ipotesi, specie riguardo all'uomo, Darwin divenga l'eroe di
personaggi portati a costringere la scienza all'interno di
categorie filosofiche e religiose precostituite. Si capisce
quindi perché A. R. Wallace, i cui lavori, come scrive lo
stesso Darwin, esprimono, negli stessi tempi, "esattamente la
mia teoria" (Autobiografia), rimanga un nome sconosciuto ai
più: Wallace, infatti, continuerà sempre ad escludere l'uomo
dai processi evolutivi, dichiarandone quindi l'assoluta
unicità rispetto al resto della Creazione. Anche il Lamarck,
del resto, aveva difeso la natura spirituale dell'uomo,
creazione diretta di Dio. E a Dio attribuiva la creazione
dell'universo tutto, stimando l'evoluzione un evento
determinato dalla natura, e la natura un'opera di Dio: "Alcuni
hanno pensato che la natura fosse Dio stesso… Hanno confuso
l'orologio con l'orologiaio, l'opera con il suo autore!"
(Filosofia zoologica).
Ma pensiamoci bene: a cosa sarebbe servito il buon Wallace a
chi voleva trovare una "conferma scientifica" al proprio
ateismo, alle dottrine materialistiche o a quelle
moniste-panteiste? Cosa sarebbe servito a chi voleva negare la
bontà e il carattere "miracoloso" della creazione, oppure
l'esistenza di una morale oggettiva? A nulla. A Marx ed
Engels, per potersi spacciare per teorici del socialismo
"scientifico", occorre ridurre l'uomo al rango della bestia,
senz'anima, per poi sostituire la guerra tra fiere con la
lotta di classe. Al funerale di Marx, che aveva vissuto per
anni a pochi chilometri da Darwin, con diversi conoscenti in
comune, Engels può affermare: "Così come Darwin ha scoperto la
legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto
la legge dello sviluppo della storia umana". Engels è infatti
convinto che Darwin abbia assestato alla teologia un colpo
mortale: per questo solo lo stima. Considerazioni analoghe si
possono fare per i principali diffusori del verbum
evoluzionista. Tra i suoi apostoli più attivi Darwin menziona
Ernst Haeckel. Come ignorare che costui è fondatore della
"Lega monista", sostenitore di una "religione monistica"
secondo la quale l'evoluzionismo non è altro che la
conseguenza di un convincimento teologico, quello della
divinità del mondo e dell'eternità del tempo? Haeckel giunge,
coerentemente, al punto di ritenere che gli atomi stessi
"siano animati, e che la materia e l'etere siano dotati di
sensibilità e volontà"!
Un altro apostolo del darwinismo è un amico di Darwin, Thomas
Huxley, colui che conia il termine "agnostico", per affermare
una posizione di scetticismo, di ateismo non teorico ma
pratico.
T. Huxley si rende quindi conto che l'evoluzionismo non basta
di per se stesso a negare il Creatore. Risulta però assai
utile per screditarlo; non serve a fondare l'uomo, ma ad
affondarlo sì. Ridimensionare il Creatore e abbassare l'uomo a
bestia è il presupposto filosofico perché un grande
sostenitore del neodarwinismo, e cioè suo figlio, Sir Julian,
possa dar vita, ai primi del Novecento, alla Società
Eugenetica Britannica, vero antenato delle ideologie naziste.
Julian diverrà nel dopoguerra il primo presidente dell'Unesco,
e approfitterà di questa posizione per propagandare
l'eutanasia e la "sterilizzazione di certe classi di genti
anormali o deficienti”.
Nel suo "Unesco: its purpose and its philosophy” del 1948
espone alcune teorie assai simili a quelle descritte dal
fratello Aldous nella celebre distopia "Breve new World":
propone infatti l'eliminazione dei personaggi "pericolosi", in
particolare del tipo umano da lui definito "astenico
cristianizzato, succube di una morale eccessivamente rigida",
e il controllo del numero delle persone al mondo. Lamenta
inoltre che "la applicazione della scienza medica può
aumentare il numero degli esseri umani ma abbassare la loro
qualità o le loro opportunità di godere della vita: se così
succede non va bene”.
L'umanità, per il darwinista Julian, è uno zoo, in cui
sorvegliare il numero degli animali, ed eliminare quelli in
più, o non completamente sani: in cui, come si augurava
Darwin, che ammirava le tecniche artificiali per migliorare le
razze di pecore e cavalli, accoppiare solo animali sani con
animali sani, lasciando che carestie, morte e selezione del
più forte producano gli "animali superiori". Ecco i
presupposti per l'evoluzione che alcuni oggi desiderano:
trasformare i medici in veterinari.
C'è da credergli, a Darwin, quando parlando di se stesso
scrive di "essere molto portato a inventare coscienti bugie, e
sempre allo scopo di provocare movimento". E pure quando
ricorda più volte, ponendola tra le doti alla base del suo
"successo come scienziato", la sua "buona dose di inventiva"
(Autobiografia).
Nell'esporre la sua ipotesi di un evoluzionismo trasformista,
infatti, Darwin non solo ignora i meccanismi
dell'ereditarietà, al punto di non degnarsi neppure di leggere
uno scritto inviatogli dal povero monaco Gregor Mendel, ma
costruisce un' ipotesi sull'uomo fondandosi solo sulle
affinità morfologiche, fisiologiche, e secondo lui
psicologiche, con gli altri mammiferi. Come se la somiglianza
tra una moto ed una bicicletta, o tra una poesia di Dante e
una ricetta di cucina, bastassero a dimostrare la derivazione
delle prime dalle seconde, o viceversa. In verità Darwin non
ha prove storiche, paleontologiche, e si limita a ritenere che
un giorno verranno scoperti i famosi anelli mancanti,
intermedi, testimonianze della transizione graduale da una
specie all'altra. Tali anelli sono stati cercati, ma il
risultato sembra essere solo l'accumularsi di errori, di casi
incerti, oltre che di falsi ideologici certi, come l'uomo di
Piltdown, o molto probabili, come l'uomo della Cina, o
Sinatropo. Dopo un secolo di ricerche, la realtà è che siamo
ancora in alto mare. Secondo due autorevolissimi paleontologi,
entrambi evoluzionisti, S.Jay Gould e Niles Eldredge, infatti,
"gli anelli semplicemente non esistono, e l'evoluzione non
sarebbe il risultato di molte piccole variazioni graduali,
come per Darwin, ma di cambiamenti bruschi, seguiti da
lunghissimi periodi di stabilità" (Mariano Artigas, Le
frontiere dell'evoluzionismo, Ares). Basterebbe riflettere su
posizioni così antitetiche, quelle di Darwin e quelle di Gould,
per comprendere come le "certezze" della macroevoluzione siano
assolutamente risibili.
Anche a Darwin, per tornare alla sua "inventiva", vengono
attribuite falsificazioni volontarie: parte delle foto
utilizzate a sostegno della sua tesi vennero truccate, su sua
esplicita richiesta, dal fotografo Rejlander (www.disf.org).
Il maestro, per il vero, sembra sia stato ben imitato: oltre
ai falsi già ricordati, si possono menzionare quelli del suo
apostolo, Ernst Haeckel, già denunciati da A. Brass e A.
Gemelli nel 1911, e quelli di P. Kammener, deprecati da un
darwinista eccellente come il genetista italiano G. Montalenti
nel suo "Elementi di genetica". Verrebbe da esclamare: tanti
falsi, tanta fantasia, tanta ideologia!
Ma non è solo qui che l'inventiva del Nostro sembra brillare
particolarmente. E' dovendo indicare il meccanismo
dell'evoluzione, infatti, che ci offre il meglio di sé e della
sua "scienza" non sperimentale: incapace, cioè, come ha
scritto il fisico Antonino Zichichi, di rigore, di
riproducibilità, di basi matematiche e di "predire il valore
esatto dei tempi che caratterizzano l'evoluzione umana";
incapace, come aggiunge Pietro Omodeo, a differenza delle
altre discipline scientifiche, di fare previsioni, e cioè di
"ricavare applicazioni pratiche". Cosa fa Darwin? Attribuisce
tutto a tre fattori "vaghi e indefiniti", e per questo poetici
assai, come la selezione naturale, di cui si scrive che "il
suo potere non ha limiti creativi" (proprio al pari del
Creatore!), il tempo, che sembra assumere lo stesso ruolo
delle fate con bacchetta magica, e il Caso, altro personaggio
sfuggente come pochi, essendo indefinibile, un non ente non
causante, eppure caricato di compiti straordinari. Ma perché
attribuire trasformazioni così complesse, dalla "larva"
all'uomo, al tempo e al caso? Semplicemente per negare il
finalismo, il disegno intelligente, l'"unità di disegno"
sostenuta da Voltaire, come pure dai più grandi scienziati
della storia, da Galilei a Morgagni, Pasteur, Mendel, Maxwell,
Planck…Siamo chiaramente di fronte ad una posizione
ideologica, che traspare anche dalle affermazioni di quanti,
da Haeckel, a Montalenti, a Dawkins, sostengono che tutto,
nella sua armonia e complessità, "ha l'apparenza di essere
stato progettato per uno scopo", ma solo l'apparenza! E' così
che, negando l'evidenza, al solo scopo di accantonare Dio, si
finisce per appellarsi agli extraterrestri, come fa lo
scopritore della struttura del Dna, il premio Nobel Francis
Crick, allorché scrive: "l'origine della vita appare quasi un
miracolo, tante sono le condizioni che hanno dovuto essere
soddisfatte perché essa potesse avere inizio". Un miracolo,
dunque? Sì, ma grazie ai "microrganismi inviati in una qualche
navicella spaziale da una civiltà extraterrestre" (F. Crick,
Life itself)!
In un passo della sua curiosa "Autobiografia" Charles Darwin
ci offre uno spaccato sulle incredibili convinzioni della sua
epoca. Racconta infatti di aver inviato una propria fotografia
ad una società di psicologi seguaci della frenologia, che gli
avrebbero consigliato di intraprendere la vita ecclesiastica:
"la forma del mio cranio era stata argomento di pubblico
dibattito, e uno degli oratori aveva dichiarato che avevo il
bernoccolo sacerdotale tanto sviluppato da bastare per dieci
preti". Darwin non dice nulla riguardo al modo con cui accolse
l'indicazione, ma sembra, da quanto aggiunge subito dopo, che
cercò, almeno inizialmente, di tenerne conto. Infatti solo
poche pagine più avanti aggiunge: "E' probabile che il mio
cervello si sia sviluppato proprio nel corso delle ricerche
compiute durante il viaggio: lo dimostra una osservazione di
mio padre….la prima volta che mi vide dopo il viaggio, si
volse alle mie sorelle ed esclamò: 'Guardate, gli è cambiata
la forma della testa'". Darwin dimostra così di credere che
l'aver passato cinque anni a riflettere sull'evoluzione
avrebbe in qualche modo determinato una evoluzione della sua
intelligenza, tradottasi, molto concretamente, in una
mutazione della forma cranica! La cosa potrebbe stupire solo
chi conosca il suo pensiero attraverso i nostri ridicoli
manuali della scuola dell'obbligo. Non invece chi, leggendo le
sue opere originali, le ha trovate disseminate sia di
affermazioni sconcertanti dal punto di vista scientifico, che
di dichiarazioni apertamente classiste e razziste: ad esempio
sull'inferiorità degli irlandesi, sulla necessità di limitare,
come con le bestie, la riproduzione degli umani "inferiori", o
sulla superiorità mentale e fisica dell'uomo sulla donna. Ma
non ci si deve in realtà meravigliare: la frenologia, a cui
Darwin fa riferimento nei suoi apprezzamenti sul proprio
cranio, riprende le concezioni della fisignomica, e le
ripropone nelle teorizzazioni di Joseph Gall, all'inizio
dell'Ottocento. Secondo Gall esiste "una corrispondenza tra
l'intelligenza dell'uomo e la sua conformazione cranica": si
arriva a sostenere che la "conformazione cranica dei neri,
rivelandosi eccessivamente stretta, è sinonimo di una
intelligenza inferiore, paragonabile a quella delle scimmie" (Cristian
Fuschetto, Fabbricare l'uomo, Armando). Di qui, da questo
sfrenato ed antiscientifico materialismo, sgorga, a metà
Ottocento, la craniometria di Paul Broca, che facendo
coincidere la superiorità intellettuale col volume cerebrale,
identifica l'uomo bianco maschio come superiore, i vecchi, le
donne e le altre razze come inferiori! L'antropometria diverrà
poi uno sport dei divulgatori darwinisti, da Ernst Haeckel a
Cesare Lombroso, sino ai nazisti, che misuravano teste ed arti
degli indigeni durante le spedizioni in Tibet, alla ricerca
delle origini ariane!
A ben vedere l'ottica materialista non offre alternative: se
l'anima non esiste, se la libertà, l'intelligenza, la parola,
evidentemente immateriali, non sono altro che materia
casualmente evolutasi, come afferma Darwin, allora ciò che ci
distingue dalle scimmie, e tra noi, non è altro che il volume
cranico. Non è altro che un cervello voluminosamente più o
meno ampio. Così purtroppo viene tutt'oggi insegnato ai nostri
ragazzi, dal momento che i manuali di scienze ad uso
scolastico mostrano, nella ridicola serie di disegnetti dalla
scimmia all'uomo, solo teste sempre più grosse (e meno
pelose), salvo poi affermare che "la documentazione fossile è
alquanto lacunosa", e che "non si sa con sicurezza quali
spinte evolutive hanno favorito l'ingrandimento dell'encefalo"
(Audesirk- Byers, "Biologia", vol.I, Einaudi, 2003). La
stazione eretta e la locomozione bipede, la pelle glabra e il
cervello più grande, propri dell'uomo, e non della scimmia,
donde derivano, si chiede lo stesso testo? "La risposta è che
nessuno lo sa": però, forse, ha ragione Wheeler, quando
"suggerisce che i nostri antenati avrebbero sviluppato la
stazione eretta perché questa consente di ridurre al minimo la
superficie di esposizione al sole cocente della savana".
Wheeler, capace di tanta fantascienza, ipotizza poi che "fu
solo in seguito allo sviluppo della stazione eretta e della
pelle glabra che la capacità di disperdere calore raggiunse
livelli tali da consentire l'aumento della massa cerebrale"!
Molto più logico, e scientifico, il premio Nobel per la
medicina (Neurofisiologia) Sir John Eccles: "mi vedo obbligato
ad attribuire l'unicità della psiche, o anima, ad una
creazione spirituale soprannaturale. In termini teologici:
ogni anima è una nuova creazione divina".
Prof. Francesco Agnoli - Docente di italiano, storia e
filosofia
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