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Chiedo alle donne: siamo sicure che sia una vittoria?

 

Parlo alle donne, a tutte quelle donne che hanno fatto la rivoluzione per “emanciparsi” e a quelle più giovani che la libertà se la sono trovata tra le mani e spesso sembrano non sapere che farsene. 

Ma siamo sicure che autosomministrarsi il veleno che ucciderà il figlio che abbiamo in grembo sia una vittoria? 

Siamo sicure che starsene tre giorni da sole a subire “contrazioni, espulsione, emorragia” senza assistenza medica, senza nessun supporto se non quello degli analgesici, sia una vittoria delle donne? 

Oppure, ancora una volta ci stanno prendendo in giro, ancora una volta ci lasciano sole, come se la gravidanza fosse “una colpa nostra”, come se il problema di cosa fare fosse solo “affare nostro”. 

Ancora una volta la verità è più banale, risparmiano in spese sanitarie, incuranti dei risvolti psicologici che queste scelte potranno avere in futuro. 

Quest’accanimento nei confronti della vita nascente, come si trattasse di un virus, di un acaro da eliminare, questo risparmiare sull’assistenza medica ospedaliera “privatizzando” un atto come l’aborto, ha tutto il sapore di un ritorno al passato. 

La gravidanza come “affare di donne”, forse dovremmo fermarci a riflettere, ci siamo conquistate la libertà di pilotare gli aerei, di fare i giudici in tribunale, di fare tutto ciò che è possibile agli uomini, ma abbiamo pagato un caro prezzo quello di rinunciare alla nostra diversità, alle nostre peculiarità, non abbiamo costretto il mondo maschile a tenere conto delle diversità femminili, ci siamo adeguate a quel mondo. 

Forse ci sono altre rivendicazioni su cui lavorare, altre conquiste da fare e non sono quelle della rinuncia ad essere donne, madri, custodi del futuro.Dovremmo obbligare il mondo a comprendere che non siamo tutti uguali, che noi siamo differenti e che le nostre differenze sono un valore, un di più che va rispettato, protetto, agevolato. 

Si possono fare figli e guidare aziende, essere madri e casalinghe ed essere felici, ma bisogna che qualunque sia la scelta, la società ci riconosca il ruolo di custodi del futuro, e adegui i suoi “parametri” per permettere alle donne di realizzarsi come essere umano, senza dover rinunciare alla maternità, alla famiglia. 

Qui sta la vera lotta.

Nerella Buggio - www.culturacattolica.it


 


 


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