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ASPETTI BIOMEDICI E BIOETICI
DELLA DIAGNOSI GENETICA
PREIMPIANTO
(prima parte)
Intervista al Prof. Lucio
Romano*
* Università
degli Studi di Napoli “Federico II”- Dipartimento di Scienze
Ostetrico-Ginecologiche, Urologiche e Medicina della Riproduzione-
Vicepresidente nazionale Movimento per la Vita Italiano
D: Nell’ambito della diagnosi genetica
pre-impianto, per quanto riguarda la fivet, si parla spesso di un “bambino
progettato”, come se fosse la stessa cosa di un progetto qualsiasi di una villa
o di un palazzo. Vorremmo comprendere di cosa si tratti realmente.
R: Nella
letteratura specialistica si riscontra sempre più diffusamente il ricorso ad un
neologismo che, in maniera icastica, rappresenta la cifra della problematica
bioetica in oggetto: il “designer baby”: il “progetto” bambino, il
bambino “progettato” e da “produrre”, il bambino “modellato”, “disegnato”.
Designer baby è termine suggestivo, che ci interpella e ci induce ad
esprimere un giudizio assiologico che, per tale ragione, richiede un
approfondimento dei fondamentali aspetti scientifici. Il designer baby si
concretizza anche attraverso la diagnosi genetica preimpianto. Per tale motivo
riterrei opportuno sottoporre all’attenzione una riflessione sugli aspetti
biomedici della diagnosi genetica preimpianto, che un’approssimativa
divulgazione presenta come la tecnica che in assoluto consente di impedire la
trasmissione di varie malattie genetiche.
D: Quali
sarebbero questi aspetti biomedici della diagnosi genetica reimpianto?
R: Le procedure della diagnosi genetica preimpianto
selezionano gli embrioni ritenuti non idonei al trasferimento con soppressione
degli stessi, ma non sono certamente in grado di correggere l’alterazione. Per
dirla con A. Buchanan la PGD “non è una terapia, non è pluralista, viola la
libertà riproduttiva, è statalista, genera ingiustizie”.
La diagnosi
genetica preimpianto (Preimplantation Genetic Diagnosis, PGD) è
definibile, almeno preliminarmente in ambito biomedico, come forma precoce di
diagnosi prenatale che, mediante diverse tecniche, analizza gli embrioni
prodotti con la fecondazione artificiale al fine di poter determinare la
presenza di alterazioni genetiche e non solo, così come riportato in seguito.
D: Si potrebbe spiegare,
in modo più dettagliato cosa sia e a cosa serva la PGD?
R: La PGD fu descritta, in uno studio
clinico, per la prima volta da A.H. Handyside ed ancora A.H. Handyside
et al. riportarono la nascita della prima bambina dopo PGD per
fibrosi cistica.
A tutt’oggi la
PGD viene richiamata in letteratura per le seguenti motivazioni: prevenzione
dei disordini genetici in coppie a rischio di procreare figli con malattie
genetiche; riduzione dell’incidenza di aborti spontanei in coppie portatrici di
anomalie (c.d. traslocazioni); miglioramento dei risultati delle tecniche di
fecondazione artificiale, così per le donne in età fertile avanzata ovvero dopo
i 36 anni.
La diagnostica
genetica preimpianto viene proposta non soltanto come metodica per la
definizione di alterazioni embrionali ma anche per massimizzare l’efficacia
delle procedure di fecondazione artificiale.
La PGD viene
anche indicata da alcuni per la selezione di embrioni secondo il sesso e per
ragioni non mediche: per “bilanciamento familiare” o Social Preimplantation
Diagnosis (SPD). Significative le motivazioni addotte a
giustificazione del c.d. bilanciamento familiare: nessuna selezione è
consentita per il primo figlio o quando c’è un egual numero di figli di entrambi
i sessi; l’applicazione della tecnologia per ottenere il bilanciamento familiare
non è considerata come una cosa buona ma come moralmente accettabile.
Conseguentemente la selezione del sesso per questa ragione sarebbe permessa, in
quanto consentirebbe ai genitori un miglior controllo della composizione
familiare ed i genitori non scelgono né possono scegliere un figlio di un
determinato sesso ma scelgono un figlio di un altro sesso.
Inoltre la PGD
viene proposta al fine di preselezionare donatori per il trapianto di
cellule staminali tra fratelli/sorelle come nel caso di alcune patologie a
carico del sistema ematopoietico.
D: Riguardo al primo caso che
si è avuto, cosa si può dire in merito?
R: Proprio per quanto riguarda la PGD per
l’anemia di Fanconi, la pubblicazione del primo caso suscitò sì notevole
interesse ma ne conseguirono anche prevedibili interrogativi etici, in relazione
alla evidenza di un designer baby finalizzato al tentativo di terapia per
l’anemia stessa.
E’ importante
richiamare la storia. Lisa e Jack Nash sono portatori dell’anemia di Fanconi e
la figlia Molly, di 6 anni, è affetta dalla malattia stessa. Per poter
programmare un tentativo di terapia, si ricorre a 4 cicli di fecondazione
artificiale da cui si formano 30 embrioni: 6 affetti dall’anemia e 24 non
affetti. Di questi ultimi, 5 embrioni presentano compatibilità immunologica con
le cellule della piccola Molly. Dei 5 embrioni, pertanto, 2 sono trasferiti in
un primo ciclo e, così, gli altri con trasferimento di 1 embrione per ciclo. Al
quarto ed ultimo trasferimento ne consegue l’annidamento con la nascita di un
neonato a cui viene dato il nome, certamente simbolico e suggestivo, di Adam.
Alla nascita sono prelevate cellule staminali dal cordone ombelicale che,
opportunamente trattate, sono trapiantate nella sorellina Molly.
D: Quali interrogativi si pongono
davanti a queste situazioni?
R: Innanzitutto
l’interrogativo è etico: è lecito strumentalizzare la vita programmando in
laboratorio la produzione di embrioni che siano funzionali al tentativo di una
terapia? Per quanto certamente nobile il fine da perseguire, è questo in
sintonia con le procedure attuate?
Comunque, le
indicazioni al ricorso alla PGD segnano un progressivo e costante
allargamento dal designer-baby al baby-medicine che sostanziano
ancor più interrogativi di natura etica.
E’ stato
recentemente pubblicato uno studio clinico che annuncia la nascita della prima
bambina, selezionata con la diagnosi genetica preimpianto per il fattore
Rh-negativo. E’ ben conosciuto da tutti che una donna con fattore ematico
Rh-negativo che abbia partorito un figlio Rh-positivo e che non abbia praticato
l’opportuna profilassi dopo il parto, sviluppa anticorpi contro lo stesso
fattore Rh-positivo, da cui in una successiva gravidanza, se il feto è
Rh-positivo, ci sarà la reazione degli anticorpi materni contro il fattore
Rh-positivo del feto.
Nello specifico, la
storia clinica riportata è la seguente: una donna di 27 anni, sposata, positiva
per anticorpi anti fattore Rh-positivo si sottopone a consulenza ginecologica.
La coppia aveva avuto già 2 figli, il secondo dei quali era stato affetto dai
fenomeni patologici propri della reazione degli anticorpi materni contro il
fattore Rh-positivo. Dalla consulenza si evidenza la possibilità futura di
gravidanze con forme ancor più gravi di patologia emolitica per un figlio
Rh-positivo. La coppia, dopo la consulenza, decide di sottoporre a screening per
il fattore Rh, mediante diagnosi preimpianto, gli embrioni prodotti con
fecondazione artificiale e trasferimento selettivo dei soli embrioni con fattore
Rh-negativo così da evitare qualsiasi possibilità di patologia a carico del
feto. In dettaglio, la donna si sottopone a stimolazione ovarica, con
aspirazione di 19 ovociti, 17 dei quali fecondati artificialmente. Dopo 1
giorno dalla fecondazione, 12 ovociti risultano fecondati; dopo 3 giorni si
pratica la biopsia ed analisi genetica da cui 9 embrioni sono Rh-positivi e 2
embrioni sono Rh-negativi e trasferibili. Soltanto i 2 embrioni con fattore
Rh-negativo sono trasferiti in utero dopo 5 giorni dalla fecondazione ed
esclusione degli altri in quanto non idonei per il fattore Rh-positivo che li
caratterizza. Gli embrioni con fattore RH-positivo sono perfettamente sani,
tuttavia non trasferibili in quanto non funzionali al progetto programmato.
(continua)
Adele Caramico
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