home bioetica famiglia opinioni
Evangelium vitae: una sintesi
(quinta parte)
“Nell’Antico Testamento la sterilità è temuta come una maledizione, mentre la prole numerosa è sentita come una benedizione” (n. 44).
I figli sono visti come “dono” di Dio, un dono tutto particolare. Israele ha la consapevolezza che la vita che viene trasmessa dai genitori ha un’origine particolare, perché è in Dio Padre stesso..
In molte pagine della Bibbia possiamo trovare l’eco di questa certezza, anzi la sicurezza di tutto questo, basta vedere come si parli del concepimento, della vita umana che si plasma nel grembo della madre, della stessa nascita: tutto è scritto con parole piene d’amore e rispettose per questo grande dono che è la nascita di un figlio.
Inoltre viene messo in risalto il legame molto stretto esistente fra il momento iniziale dell’esistenza di una nuova vita, nel grembo materno, e l’agire stesso del Creatore.
Lo stesso Giobbe, pur se nel suo dolore, contempla sempre l’opera del Creatore nel formarsi nel seno si sua madre del suo corpo, e da tutto ciò ne trae motivo per avere fiducia e per esprimere la sua certezza circa l’esistenza di un progetto di vita su di lui da parte di Dio.
Pure nel Nuovo Testamento, con la rivelazione, viene confermato il riconoscimento del valore della vita umana fin dal primo istante del suo inizio.
“L’esaltazione della fecondità e l’attesa premurosa della vita risuonano nelle parole con cui Elisabetta gioisce per la sua gravidanza” ( n. 45).
L’incontro, poi, fra Maria e la cugina, rivela maggiormente il valore della persona umana fin dal suo concepimento. L’incontro tra i bambini che sono nei loro grembi, è il momento che rivela di più l’avvento dell’era messianica. E’ proprio a questi bambini che viene affidato il compito di sottolineare l’immenso valore della vita umana e la grande gioia che stava arrivando nel mondo: la venuta del Messia.
(continua)
Adele Caramico